Stato di autodeterminazione (cercando)

Ieri ho cominciato a vedermi “Cry freedom- Grido di libertà“, film (biografico?) su Steve Biko con Denzel Washington nella parte dell’eroico attivista anti-apartheid e della black consciousness.
Aldià del fatto che il film è molto bello in sé e che la storia di Biko merita tutta la nostra attenzione, la visione mi ha spinto ad una riflessione più ampia sulla libertà in senso politico, nel suo rapporto con lo Stato e con i suoi confini. Insomma, su quella che viene definita autodeterminazione.

Non ricordo i passaggi preliminari, ma sono giunto a chiedermi cosa volessero esattamente coloro che si battevano per l’abolizione dell’apartheid. Aldilà dell’uguaglianza razziale, intedo.
In definitiva, mi son risposto che volevano i diritti politici, la possibilità di auto-governarsi. Che, in un paese nel quale la maggioranza è sottoposta ad un regime oppressivo da parte della minoranza, fa parte integrante del concetto di uguaglianza.
Di fatto, durante il regime di apartheid, i neri non avevano diritto di voto e la politica nazionale era esclusivamente nelle mani dei bianchi. Altresì, per spostarsi e lavorare al di fuori delle proprie regioni d’origine, i neri aveva bisogno di specifici permessi di lavoro e soggiorno.Bantustan

Quello che, tuttavia, pochi sanno, è che il regime sudafricano aveva un piano più complesso ed elaborato. Un piano vagamente nazista, certo. Ma pur sempre una chiara visione politica che andava ben aldilà della mera segregazione razziale in un unico Stato.
Questo piano prevedeva la creazione dei cosiddetti “Bantustan“, delle homeland nelle quali i neri sarebbero stati segregati più o meno come gli indiani d’America nelle riserve.
Premetto che non sono un esperto in materia, ma da quanto comprendo, questo piano prevedeva che i neri nei Bantustan avessero piena autonomia politica.Di fatto, i Bantustan erano pensati come dei veri e propri Stati indipendenti (politicamente indipendenti, ma economicamente soggigati: i loro confini erano tracciati in modo da escludere ogni area industriale o con risorse naturali). Così dichiara il ministro Connie Mulder nel 1978:

«Se la nostra politica viene perseguita fino alla sua logica conclusione per quanto concerne i neri, non resterà neppure un nero con cittadinanza sudafricana. Ogni nero sarà sistemato in uno Stato indipendente in modo onorevole e questo Parlamento non sarà più tenuto a occuparsi politicamente di queste persone» [sottolineatura aggiunta]

Solo nel 1985 il presidente Botha dichiarò che in neri non sarebbero più stati privati della loro cittadinanza sudafricana in favore di quella dei Bantustan e che coloro che vivevano nei Bantustan indipendenti potevano far domanda per la cittadinanza sudafricana.
Nel 1994 i Bantustan furono definitivamente aboliti. Anche in questo si vede il mito fondatore della “Rainbow nation” di Mandela.

Questa sorta di premessa storica mi serve ora per arrivare al ragionamento più politico (astratto, se vogliamo).
Quello che mi preme argomentare è come l’autodeterminazione (dei popoli– principio in sé nobilissimo e corretto), sia spesso fuorviante e frainteso.
Intanto, e da un punto di vista strettamente materialista, l’autodeterminazione portata all’estremo (anche ove esistessero differenze etniche rilevabili ed ipoteticamente giustificatrici dell’indipendenza politica) molto probabilmente si risolverebbe in staterelli non economicamente capaci di autosostenersi. Oltre che irrilevanti geopoliticamente ed altamente istabili nelle relazioni internazionali (questo era già stato rilevato da Boutros Boutros-Ghali nella sua “Agenda per la pace“), basti vedere quanto accaduto con la disgregazione della ex-Jugoslavia. Oppure, per venire a casi storicamente più recenti, all’insignificanza delle regioni separatiste della Russia (Cecenia ed altre).
Il ragionamento lo vorrei, ovviamente, estendere anche al nostro Veneto…

Ma quanto detto vale anche da una prospettiva socio-politica.
Date queste premesse, che utilità (che valore, potremmo dire) ha il diritto di voto (ed il suo esercizio) in uno Stato minuscolo per dimensioni, economicamente alla rovina e sostanzialmente fantoccio? Che valore aveva il voto in un Bantustan? Di fatto, nessuno.
Che valore, che utilità ha la cittadinanza di uno Stato simile? Di fatto, nessuno: uno Stato dalle dimensioni così ridotte, infatti, non sarebbe mai in grando di garantire l’esercizio dei diritti connessi. Diritti politici, in primo luogo (come potrebbe difendersi da un’invasione?), ma direi anche civili, sociali, culturali ed economici.
Ogni diritto, per avere una sua efficacia, deve poter essere esercitato ad un livello, ad una dimensione appropriata. Dimensione geografica, politica, economica… Ad esempio, non si può pensare l’assetto idro-geologico del Po guardando solo la provincia di Torino.
In definitiva, ciò significa che il diritto all’autodeterminazione (e, con esso, l’apposizione di confini), deve servire per unire, almeno quanto -se non di più- possa servire per dividere. In fondo, questo è quanto si cerca di realizzare a livello di Unione Europea con il principio di sussidiarietà.
Questo è quanto sosteneva, in altro modo, già Josè Ortega y Gasset parlando della volontà di costruire un “destino comune“.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “Stato di autodeterminazione (cercando)

  1. In effetti, vengono in mente il Lesotho e lo Swaziland, ‘enclavi’ nel Sudafrica, dei quali tra l’altro nulla conosco riguardo le motivazioni storiche della loro presenza all’interno del Sudafrica… però anche in quel caso, mi pare si tratti di esempi abbastanza concreti della ‘irrilevanza’ di certi micro-stati… o ancora basta pensare ad Andorra, per dire…. L’unico modo che hanno certi Stati micro di diventare in qualche modo ‘rilevanti’, è di trasformarsi in paradisi fiscali, come avviene in molti casi nella zona Asia – Pacifico, ma come succede anche in Liechstentein, Lussemburgo o San Marino… poi l’indipendenza in molti casi avrà anche ragioni storiche anche fondate, ma non c’è dubbio al giorno d’oggi prevale l’irrilevanza politica, o quasi…

    • Sì, quello potrebbe essere un modo… ma quanto utile? I problemi aperti resterebbero tantissimi.

      Quanto a Lesotho e Swazi, cito da wikipedia: “Lesotho and Swaziland were not Bantustans; They are independent countries and former British protectorates. These countries are mostly or entirely surrounded by South African territory and are almost totally dependent on South Africa. They have never had any formal political dependence on South Africa and were recognised as sovereign states by the international community from the time they were granted their independence by Britain in the 1960s.”

      • Ok, grazie per la precisazione… quello che volevo dire era proprio che certe aspirazioni (o pretese) indipendentiste ormai sembrano avere ben poco senso…

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