le physique du role ed io, ovvero: il limite delle nostre possibilità

Avevo questo post in bozze da qualche settimana, credo -forse- di esser giunto ad una conclusione.

Un paio di settimane fa mi sono infortunato il ginocchio durante una partita a rugby. Distorsione, probabilmente. Da allora sto lentamente cercando di recuperare, anche se non sono ancora perfettamente in forma.
Ovviamente, appena arrivo zoppicando, subito arrivano anche le domandecosa è successo? che ti sei fatto? come?” e, con esse, l’inevitabile spiegazione: rugby.
Non ci trovo nulla di strano, sinceramente: banale incidente di gioco.

Ma immediatamente arriva il commento successivo: “ma non hai il fisico da giocare a rugby!“. Eh già, non ho il fisico da giocare a rugby…
(Sì, perché esiste un “fisico standard” per giocare a rugby…)
Lo so, è vero: con 60kg per circa 170cm, non ho il fisico del rugbyman. Né esattamente, né vagamente.

Eppure gioco.
Eppure, non necessariamente non avere il fisico adatto significa farsi male. Eppure, alle volte riesce anche a me di placcare un “marcantonio” (e son soddisfazioni). Eppure, può capitare a tutti di farsi male.
A rugby, come a calcio, come a biliardo.
Ok, forse a biliardo è più difficile. Un pochino, eh-

Certo, se fossi un professionista, o se avessi cominciato a giocare seriamente decenni fa, avrei accompagnato questa passione anche col necessario allenamento fisico. Ma questo è un altro problema.

Il problema sul quale questi giorni di infortunio mi hanno fatto riflettere è il limite delle nostre possibilità. Potremmo anche tradurlo con l’annosa domanda del rapporto fra “natura” (predisposizione) e “cultura” (allenamento). E’ il problema che Hemingway risolveva dicendo “il genio è per 1% inspirazione e per il 99% traspirazione [sudore]”.
E’ evidente, infatti, che avendo una ventina di kili in più, mi sarebbe assai più facile giocare con successo. Potrei dire che, avendo il fisico adatto, la percentuale di successo aumenterebbe decisamente: più placcaggi, più scatti…
Così, è altrettanto evidente che non mi chiederanno mai di giocare una partita col Munster o di placcare Jonny Wilkinson.
Ma questo significa che dovrei smettere di giocare?

In altri termini: dove si colloca il limite delle nostre possibilità?
Pensado questo post, formulavo la domanda anche in un altro modo: dove si colloca il limite del ridicolo?

Quando, nel fare qualcosa per il quale non siamo predisposti “naturalmente” diventiamo ridicoli?
La domanda potremmo rivolgerla sia al rugby che a qualsiasi altra attività: dipingere, scrivere poesie… Insomma: c’è pure un livello nel quale, oggettivamente, pur con tutta la nostra passione, arriviamo al ridicolo; sforiamo il limite delle nostre possibilità.
O forse è una questione di riscatto, della possibilità di dimostrare che -nonostante tutto- certi risultati sono anche alla nostra portata.
Non lo so, forse nello sport è più semplice, perché ogni azione è un’occasione di riscatto e -tuttosommato- anche un solo placcaggio ben fatto può salvare una prestazione mediocre. Mentre un dipinto, una poesia orribile una volta fissata resta lì.

Comunque, la risposta -molto precaria- che ho pensato è che il ridicolo, il limite delle nostre possibilità lo raggiungiamo quando perdiamo dedizione ed autocritica, quando il nostro impegno non diventa più un motivo per cercare di migliorarci, ma l’infondata pretesa di esser già a livelli di perfezione. Umiltà, potremmo dire.
La risposta mi soddisfa poco, perché il dato oggettivo dei nostri risultati resta. Ma è -per ora- l’unica che trovo.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

11 thoughts on “le physique du role ed io, ovvero: il limite delle nostre possibilità

  1. Teoricamente, non ci sarebbe nemmeno bisogno di usare la categoria del ridicolo: se a uno piace fare una cosa, la faccia a prescindere dai risultati, insomma: suonare, dipingere, giocare a rugby… magari il tutto si riduce a massacrare uno strumento musicale, imbrattare senza senso una tela o a farsi ‘pestare’, ma in fondo, se uno trae gratificazione, perché smettere? Il problema semmai, nasce nel confronto con gli altri: non si è ‘ridicoli’, ci si ‘sente tali’ tanto più si suscitano reazioni ‘ridicole’ negli altri… e allora entra in ballo il peso che si dà al confronto con gli altri e al giudizio altrui… certo, quando ci sono in ballo gli sport di squadra, la questione si fa più complessa, perché uno deve mettere in conto che la sua prestazione incide anche su quelle altrui (per questo io ho sempre preferito gli sport ‘solitari’: se faccio una minchiata, detesto che le conseguenze incidano pure sugli altri); però, boh… alla fine ognuno faccia ciò che vuole. Bene? Male? L’importante è che ne tragga gratificazione; poi è chiaro che in genere parte di tale gratificazione passa anche attraverso il riconoscimento altrui e purtroppo a volte ignorare il giudizio degli altri diventa complicato…

    • Io credo che il confronto con gli altri sia inevitabile. E la categoria del “ridicolo” mi aiutava a trasmettere la questione da un punto di vista personale.
      Resta il fatto che la nostra personale gratificazione spesso non può funzionare da criterio di misura. Insomma, c’è un limite oltre il quale è meglio “non fare” le cose piuttosto che farle.

  2. pre me non c’è ridicolo, anche solo se fosse per divertimento, se c’è serietà. “ridicolo” presuppone un giudizio di valore da parte altrui. insomma, personalmente non assommerei i due quesiti: una questione è il limite delle possibilità, l’altra è la questione del ridicolo.

    • Come detto sopra, credo che il confronto (quindi il giudizio) con gli altri sia inevitabile. E la categoria del “ridicolo” mi aiutava a trasmettere la questione da un punto di vista personale.

      Questioni separate? Non in modo così assoluto: se dopo trent’anni di piuttura, fai ancora un omino come in prima elementare… bhè, il limite delle tue possibilità e del ridicolo se proprio non coincidono, si avvicinano molto.

      • e perché? se quello è il massimo che puoi dare, dove sta il ridicolo? (al di là del fatto che alcuni omini stilizzati da prima elementare fatti dalla persona giusta al momento giusto vengono vendute come opere d’arte…)

        • Sì, quello tra parentesi è il secondo problema, ma lo lascerei da parte, almeno per il momento.

          “Perché?”, domanda tostissima. Ma credo la mia risposta sarebbe perché tutto quel che facciamo si inserisce in un quadro di riferimenti oggettivi che ne consento una valutazione. Non esclusivi: esistono anche quelli soggettivi.
          Ma se prendiamo una poesia come quelle recensite da IM nei “dimmerda” e gente che si autodefinisce “scrittore”, bhè quello per me sfocia nel ridicolo e si scontra con un limite -oggettivo- delle proprie possibilità.

    • Bella riflessione.
      Soprattutto, perché mi spinge alla domanda: cosa vuol dire “troppo”? Non è, in qualche modo, che quel “troppo” si sposta assieme alle nostre possibilità?
      Insomma, se vedo O’Gara vincere il Sei Nazioni, non lo troverò né troppo, né oltre le sue possibilità. Ma già se vedete me… Insomma, le due cose si muovono di pari passo.

      • Da un lato forse sì, si sposta con le possibilità. Prendersi sul serio al sei nazioni o al patronato son due mondi diversi. Eppure anche al sei nazioni, sapersi prendere un po’ gioco di se stessi, io credo che dia il valore aggiunto, anche a quelli che fan sul serio per davvero. E prendersi poco sul serio non vuol dire prender poco sul serio ciò che si sta facendo… Dio che vespaio.

  3. L’altro giorno ho visto in tv un concerto dei Deep Purple di tre o quattro anni fa. Suonavano alla grande, nonostante l’età. Poi ho incontrato mia madre e ho scoperto che anche lei aveva beccato quel concerto: lei se ne esce con qualcosa tipo “ma non si vergognano a saltellare sul palco come se fossero ancora dei ragazzini? Che cosa ridicola, sono anziani”. E a nulla sono valse le mie rimostranze, sul fatto che suonano ancora e si sentono vivi e fanno sentire vivi gli altri e meno male che ci sono ancora i leoni del rock, no no, per lei, che pure appartiene a quell’epoca, hanno fatto il loro tempo. Se continuano ad esibirsi, non sono diversi dai cinquantenni che vogliono sembrare ventenni e se ne vanno in discoteca vestiti di pelle a rimorchiare ragazzine.

    Certo oggi i Deep Purple sono effettivamente vecchi. Io per primo, al primo impatto con le scene del concerto, ho pensato che fossero ormai delle mummie. Però rockeggiavano eccome! Se ce la fanno, che c’è di male? Peggio ha fatto Shel Shapiro quando ha voluto tornare a cantare dopo forse trent’anni dall’ultimo disco: persino in playback si sentiva che gli mancava il fiato, cioé nella registrazione ufficiale della canzone che voleva promuovere! Penso che la differenza tra le due visioni possa darti qualche spunto in più.

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