retropensiero ed io

Siamo in quel periodo dell’anno.
Quei giorni dell’anno.
I giorni in cui stanno per uscire il risutati dell’esame di Stato.

Sto vivendo questi giorni con una certa tranquillità interiore. Per lo più, non penso affatto all’esame. Il che, devo dire, è un lusso non da poco. Permette di avere una serenità davvero rara (chiedete a chi c’è passato).
Nondimeno, ogni tanto capita anche a me di piombare col pensiero sul tema. E non è propriamente simpatico: diciamo che mi prende un’angoscia che rasenta l’attacco di panico. Potrà sembrare esagerato, ma non scherzo.
Giusto per rendervi l’idea: l’altro giorno un collega è arrivato in studio annunciando “grandi notizie!“. Nulla che facesse direttamente pensare agli esiti dell’esame, ma dopo avergli chiesto se si riferiva per caso proprio a quello, sono rimasto letteralmente senza fiato, col cuore bloccato, fino a che non ha risposto di no.
Va così.

Dunque, l’idea dell’esame vive come un retropensiero latente, sottotraccia ma pronto a scoppiare. Devastante.

Cerco di mantenere un approccio razionale alla questione: ho ben presente -almeno, mi pare- la qualità dei miei scritti, ma non ci penso troppo. “Se fosse un esame normale -ho sempre detto- sarei discretamente ottimista sul fatto di averlo passato“, ma non è un esame normale. E’ un esame pieno di trabocchetti.
Così, vivo una bizzarra (e per nulla gradevole) condizione mista di ottimismo e pessimismo. Entrambi “della ragione”, purtroppo. L’ottimismo di chi comunque spera e non riesce ad uccidere la speranza ed il pessimismo di chi mette razionalmente in ordine i tasselli dell’esame e della valutazione, cercando di smorzare ogni illusione.
Proprio perché non è un esame normale, ripenso a tutte le cose più o meno sbagliate, a tutti gli errori che a vario grado e titolo ho fatto nei compiti, a tutte le pecche, ad ogni deviazione da quel “principio di autoconservazione” che ci hanno insegnato alla scuola.
Vi ripenso e cerco di installarmi bene in testa l’idea che no, non l’ho veramente passato.
Che è la conclusione più logica, date le premesse. Perché può bastare pochissimo: un congiuntivo, un gerundio, un’argomentazione sbagliata o semplicemente non apprezzata dai commissari… Le variabili sono talmente tante da essere incontrollabili. E giocano tutte contro.

Eppure, non vi riesco appieno.
Eppure, rimane sempre quel retropensiero, die hard come la speranza irrazionale ed ingiustificata, che continua a dirmi che -forse forse- l’ho veramente passato. Ed è un bruttissimo pensiero.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “retropensiero ed io

  1. E’ che ci son delle cose che stanno al di fuori del nostro controllo. E un esame non dovrebbe esser così, dovrebbe essere nel pieno del nostro controllo, che se ti prepari lo passi e se no ti prepari non lo passi, ma invece no, questi esami non sono così. Inshallah, my friend, non diciamo niente. Pensa a Bitonci, va. 😉

  2. passata. correva il luglio 2011.
    è una còsa, una ròba che solo chi ci si è bagnato, e sporcato, può intuire. e tuttavia non capire. chè ognuno solo conosce quanto culo ci si è giocato dentro.

    quando lo feci io, qui a roma, ci era la temutissima milano a correggere i compiti.

    non ho avuto il coraggio di aprire la schermata con i risultati. la fissavo. l’ho fissata per un’ora e non riuscivo nemmeno a chiedere a qualcuno di farlo per me.

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