Recensione 37: “Cultura di destra”

Cultura di Destra” di Furio Jesi è indubbiamente uno dei migliori libri da cui partire per analisi della misera cultura di destra in questa Italia ignorante e provinciale. Se non, addirittura il libro da cui partire.
E va indubiamente dato merito a Wu Ming ed al loro blog giap di essere una preziosissima fonte di rilancio culturale, una fonte in grado di riscoprire e presentare ad un vasto pubblico la notevole produzione di Jesi. E’ stato proprio il blog giap in un post intitolato “il più odiato dai fascisti” (e, leggendolo, si comprende bene il perché) a farmi scoprire la figura di Jesi: storico, archeologo, germanista (commentatore di Mann, Rilke e Bachhofen) e studioso dei miti, Jesi è stato anche allievo di Karoly Kerenyi.
Qui un’altra, più estesa, presentazione della figura Jesi.

furio_jesiForse anche come conseguenza delle sue vaste conoscenze in ambito letterario (o forse per qualche influsso della lingua tedesca?), a volte Jesi tende a disperdersi nella propria esposizione, con periodi veramente lunghi e ricchi di incisi. Nondimeno, Jesi riesce a sviluppare un complesso ragionamento linguistico-culturale attraverso una molteplicità di riferimenti (Mircea Eliade, Julius Evola, Liala, “Grazia” e altri autori italiani e non) davvero ricco ed esposto con chiarezza ed accessibilità.
Effettivamente, la ricchezza dei materiali esplorati dall’autore ne rende difficile una sintesi compiuta qui: si spazia dal culto esoterio o essoterico della morte di Eliade e della Croce di Ferro rumena; passando per la Tradizione di Evola e dei suoi (più o meno corretti) seguaci di Saint Loup e del nazimo del Ahnenerbe (e del loro utilizzo nel fenomeno del terrorismo neofascista degli anni ’70); sino alla “letteratura” (sic) di Liala e della rivista “Grazia” con i propri articoli pubblicitari o sul “Marchesino dei motori”.

Jesi ci presenta dunque la cultura di destra come quella di “idee senza parole“, nelle quali ilhttps://redpoz.files.wordpress.com/2014/06/8fe17-jesinottet.jpg linguaggio è ridotto a feticcio, utile solo alla creazione di “miti” o “omogeneizzati” culturali, atti a poter essere tecnicamente sfruttati a fini politici (il mito come “veicolo di propaganda e di agitazione politica“). La comunicazione tipica di destra è dunque, secondo l’analisi di Jesi, ridotta a “frasi fatte” a stereotipi, ad un linguaggio che non richiede di essere compreso (razionalmente o emozionalmente), dando invece al lettore l’impressione di capirlo e condividerlo. Come scrive Jesi: “È il linguaggio della vacanza organizzata da chi ha il potere per chi non lo ha, in modo che quella vacanza sia cessazione di ogni sforzo“.
Tipico in questo senso è il riferimento ad un passato ridotto a poltiglia, un bric-à-brac come il Vittoriale di D’Annunzio, nel quale mancano riferimenti storici concreti e ci si rifà solo a astrazioni (come confronto, a contrario, ho trovato molto interessante il racconto di Elly Schlein della storia del suo nonno materounico laureato non in camicia nera“), definito altresì “lusso spirituale” (o kitsch): un feticcio (ma il lusso non è sempre un feticcio?).

Molto interessanti anche i tre inediti di Jesi. Ed è un vero peccato che la bozza sul “diverso” sia rimasta solo una bozza incompiuta.

Qui un’altra recensione del libro, da Repubblica.it.
Sempre da giap, un’applicazione del metodo di Jesi al fenomeno Grillo. Qui un’altra.

Ma alla fine di tutto il libro, sorge fortissima la domanda: e la sinistra? Giustamente, Jesi denuncia come questo atteggiamento sia diffuso anche a sinistra: questo bric-à-brac di idee, miti, riferimenti storici, costruito solo come riferimento ideale e vuoto è diffuso anche nella sinistra.
Così, non posso fare a meno di domandarmi se tutta la commemorazione, tutta la retorica, tutto il ricordo di Berlinguer non rientri in questa logica, se non sia tutto finalizzato a creare un “passato utilizzabile“, senza alcun bisogno di pensare, ragionare e riflettere sulle parole e sulle idee di Berlinguer, che si cita “come il prezzemolo”, perché fa comodo.
Una risposta univoca probabilmente non c’è. Ma il pericolo è indubbiamente reale.
Sicuramente, questo è il modo in cui Beppe Grillo utilizza la figura storica di Berlinguer. Ma non possiamo nascondere che ciò sia diffuso anche a sinistra.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Recensione 37: “Cultura di destra”

  1. In realtà, ho la netta impressione che sia così; se vogliamo è un po’ è il discorso dei ‘pantheon di riferimento’ , degli ‘album delle figurine’ che facevo qualche tempo fa; e Berlinguer, purtroppo, non fa eccezione… forse il punto è che Berlinguer, anziché essere citato da tutti, dovrebbe essere lasciato in pace. Credo che il problema, a destra come a sinistra, troppo spesso si sono persi i principi e le idee, o meglio: i principi e le idee sono sempre più quelli declamati dal podio dal leader di turno; per la destra questo come si è visto è stato totalmente deleterio, portandola alla completa disgregazione; alla sinistra questo non è successo, probabilmente grazie ad una certa componente ‘anarchica’ che produce sempre dei ‘bastiancontrari’ (e vivaddio che ci sono), ma il rischio, specie con Renzi, è molto forte…

  2. Pingback: [Mondiali Discutibili] – Redpoz: Fußball 1.01 | i discutibili

  3. Due brevi riflessioni.

    Primo: la cultura di destra (senza le ironiche virgolette che sono sempre tentato di apporre al primo termine) ho tentato di studiarla, di comprenderla, perché è importante capire le ragioni dell’avversario, ma devo dire di esserne rimasto sconcertato. E’, come dice Jesi, una propaganda di idee e concetti facilmente digeribili da parte di chi non ha voglia di sforzarsi nei ragionamenti e nelle analisi. Una volta ho avuto una discussione con un ragazzo che si dichiarava orgogliosamente fascista, seppur dimostrando una intelligenza rara da quelle parti, il quale mi diceva che per lui era fondamentale la posizione di Evola, anche se arrivava sempre a conclusioni antistoriche; mentre se dovesse cercare un “vate” per la cultura della destra moderna, vedrebbe bene il giornalista Marcello Veneziani. Allora ho letto “Rivolta contro il mondo moderno” di Evola e “Sinistra e destra. Risposta a Norberto Bobbio” di Veneziani. Non sono riuscito a finirli. Troppe stronzate, dal mio punto di vista. Evola è terrificante: magia, mitologia, mistica e un razzismo “spirituale” spaventoso, uniti a un radicalismo reazionario che arriva a bacchettare persino il fascismo, per le sue velleità moderniste. Veneziani ha le sue idee, per carità, ma secondo me dovrebbe studiare di più e meglio prima di mettersi a fare le pulci agli altri. Ah, non dimentichiamoci di intellettuali come Giovanni De Turris, dei cui atteggiamenti ho parlato qui: http://goatwolf.wordpress.com/2012/05/21/lovecraft-politico-critica-a-de-turris-e-fusco/ – in una parola, brrrrr

    Secondo: il problema culturale odierno della sinistra è di ricercare una sorta di verginità perduta, attraverso la mitizzazione di personaggi e periodi storici che all’epoca furono discussi e criticati anche in forme drastiche, proprio in seno alla stessa sinistra. E’ valido per Berlinguer, ridotto alla questione morale, a sua volta ridotta a slogan; è così per personaggi di cui alla fine si sa poco, come i mitici presidenti sudamericani Lula, Morales ecc., visti come rivoluzionari “legali” (in realtà politici come tutti gli altri); è così per artisti, giornalisti e scrittori, che andrebbero ascoltati e letti con attenzione, invece di essere citati come evangelisti. Forse perché oggi la citazione funziona meglio sui social network, si diffonde meglio una frase qualsiasi e la si può stampare sulle magliette e gli striscioni, anziché prendere qualche grosso intervento in qualche riunione del Comitato Centrale o in qualche Congresso, leggerselo, contestualizzarlo ed estrarne criticamente i contenuti attualizzabili. Forse vogliamo anche noi un cavaliere teutonico liberal-marxista che ci faccia sentire intelligenti, giusti e migliori, senza troppi sforzi di analisi critica…

    • Scusa, è Gianfranco De Turris, non Giovanni. 😛 Una volta ho chiamato Giovanni un tizio che si chiamava Giuseppe. Secondo me è colpa di Aldo, Giuseppe e Giacomo.

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