è tempo che sia tempo

Questa mattina mi son svegliato con un senso di fatalismo, di ineluttabilità. Quasi opprimente.
E di questo vi parlerò, sebbene avessi in serbo di parlarvi d’altro (magari lo farò in seguito).

Un senso di ineluttabilità, di fatalismo, dunque. Ma sarebbe meglio usare le parole di un grande poeta: “è tempo che sia tempo“.
Sapete a che mi riferisco: mi son svegliato col presentimento che oggi sarebbe stato il giorno. Il giorno in cui sarebbero usciti i risultati dell’esame.
Non ho nessuna fonte, nessuna ragione per crederlo: solo “voci di corridoio” che non hanno alcun valore, spesso si contraddicono e si sommano in una confusione indecifrabile. Ma, semplicemente, lo sento.
Non è stato piacevole, ad onor del vero: mi son svegliato con largo anticipo prima che suonasse la sveglia, non son riuscito a fare colazione ed in stazione sentivo la pressione tanto bassa che temevo di non reggermi in piedi. Solo ascoltare Paul Simon mi ha condotto fino alla prima sedia.
Potrà sembrare patetico, e in qualche modo lo è, ma solo chi v’è passato potrà capire.

Ricordo vivamente un’altra occasione nella quale mi sentii in una condizione simile: atterrando ad Ezeiza. Al controllo passaporti, mi tremavano talmente le gambe che temevo di collassare.
Non avevo nulla da nascondere, ma il viaggio era stato tanto atteso, tanto desiderato, ed il volo tanto lungo che pareva non dovesse arrivare mai e ogni istante poteva essere quello giusto per iniziare la discesa su Buenos Aires….

Comunque, lo sento: è tempo che sia tempo.

Che poi, riflettevo: io non è che voglio sapere i risultati dell’esame. Potrei stare ancora settimane senza conoscerli e vivrei ugualmente bene. Voglio che escano, che siano pubblici e disponibili. Voglio poterli sapere.
Perché ormai questo senso di imminenza, di approssimazione, di ineluttabilità (appunto) si fa opprimente. Quasi un’epifania profana.
Io non voglio sapere i risultati dell’esame. Voglio che escano. Come detto, dopo non correrò a guardarli: mi prenderò qualche momento, per essere nella giusta disposizione d’animo. Magari anche più di qualche momento, qualche ora. O forse qualche giorno.
Potrei non guardarli per giorni. Mi basta sapere che sono lì.
Voglio poter essere io a decidere. Decidere quando e come affrontare il mio destino. Che, appunto, in quel momento sarà già un “destino”, un fatto ineluttabile ma ancora ignoto del mio futuro. Ma sarò io ad avere “l’iniziativa strategica”, a scegliere quando, come, dove affrontarlo.
Di fronte a mesi di incertezza e giorni di crescente fatalismo, questa sarebbe la conquista più importante.

E se è tempo che sia tempo, è tempo anche per altre cose…

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “è tempo che sia tempo

  1. questo post è un posto nel quale sono stata seduta.
    a mio modo.

    e non avrei saputo, tempo fa, quando ero seduta al posto che mi era stato assegnato, inciderlo meglio di così a parole.

    a me i ginocchi a la paz son tremati per davvero.

  2. Io trovo che questo non dare un data sia grande violenza, un sopruso dai forti ai deboli. Insomma caz, dai una data che sia quella. Semprevival’itagliettanostra

  3. Pingback: Master the universe | i discutibili

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