Giorno -13: “son certo che”, “vedrai che”

Pubblico, con un pò di ritardo, alcuni post che stavo abbozzando negli ultimi giorni di preparazione dell’esame.
Li pubblicherò nell’ordine in cui sarebbero dovuti uscire se avessi rispettato i tempi previsti.

Un refrain di questi ultimi giorni di studio, quando parlo con qualcuno, è l’affermazione “son certo che ti andrà bene” (nelle sue varie declinazioni: “vedrai che lo passi”, “sono sicuro che…” e blablabla).

Non so voi, ma questo leit motif per me è terribile. Arriverei a dire che lo detesto.
Perché, sebbene voglia essere benaugurante, è un’affermazione stupida. Semplicemente stupida.

Non che non capisca le buone, buonissime intenzioni dei loro autori. Ma, aldilà di questo, suddette intenzioni restano vuote ed insignificanti.

La risposta più logica ed immediata, nonché l’unica sensata, sarebbe per me dire “e tu che ne sai?“. Perché, per loro fortuna tutti (o quasi) questi interlocutori non hanno mai provato l’esame di Stato (o simili, a seconda dei contesti). Parlano senza sapere di cosa stanno parlando.
A voler fare un paragone, sarebbe come se all’affermazione “domani vado a fare gli esami del sangue” rispondessero “vedrai che andrà tutto bene“.
L’unica reazione per me plausibile ad un’affermazione del genere sarebbe dire “e tu che ne sai?“. Nulla? Esatto: nulla.

Perché nessuno (o quasi, ma quelle eccezioni non rientrano in questo discorso) degli interlocutori ha esattamente una chiara idea di cosa significhi affrontare l’orale dell’esame di Stato (o lo scritto).
Nessuno di loro sa neanche vagamente quali sfide si incontrino e nessuno ha idea di quale esattamente sia il livello di preparazione.
Esattamente come nessuno potrebbe divinare quali problemi ho nel sangue o cosa ho mangiato negli ultimi mesi…

Volendo essere appena più cortese, giusto nei limiti di una convivenza civile, rispondo che non è esattamente così scontato, perché in (circa) 3.000 pagine divise per sei materie da studiare le variabili sono infinite.
Ho detto infinite? Lo confermo.
Le domande possono essere tanto variegate che anche chi presuma di conoscere interamente il codice dovrà ammettere di avere più di qualche lacuna (gli esempi li vedrete a breve…).

Ripeto, a costo di sembrare noioso e spocchioso: capisco benissimo cosa vogliono dire. Ma quel che vogliono dire non è quel che dicono. Son due cose diverse, diversissime e -per quanto le convenzioni sociali le assimilino- proprietà di linguaggio vorrebbe distinguerle.
Anche perché la lingua italiana non manca di modi per esprimere un augurio (dal sempiterno “buona fortuna” in giù).
E la differenza fra auspicio e certezza non è di poco conto.

Come reagirebbero suddette persone se il giorno dopo andassi da loro comunicandogli che non ho passato l’esame?
Quale processo psicologio dovrebbe intervenire in loro per conciliare la certezza espressa e rivelatasi fallace alla prova dei fatti? Le opzioni, per come la vedo, si riducono al fatalismo o alla schizofrenia.
Due conclusioni che ogni persona “normale” rigetterebbe.

Allora, cortesemente, tenetevi per voi le vostre certezze.
Non esprimete giudizi su cose sconosciute. Che la vita sarebbe più serena per tutti.

Son stronzo? Sì, lo so. Quanto? Tanto, lo so.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Giorno -13: “son certo che”, “vedrai che”

  1. “Ooh, tu, uomo impossibile!”
    “Non sono impossibile, infatti esisto. Forse volevi dire ‘oh tu uomo improbabile’…”

    (The Big Bang Theory)

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