Recensione 38: “Il sale della terra”

Qualcuno mi ha detto prima di vedere questo film che, in fondo, è tutto molto più facile quando molto materiale d’archivio raccolto è quello di uno straordinario fotografo.
Certamente aiuta.

Ma il film di Wenders è qualcosa in più.

Se Wenders si fosse limitato ad una sequenza di foto abbinate ad un commento dell’autore, avremmo avuto poco di cui lamentarci. Ma ha voluto fare un passo in più.
Anzi, più di un passo:TheSaltoftheEarth2014 Wenders e Salgado hanno costruito assieme un sentiero, una camminata attorno e dentro la vita di questo grande fotografo.

Il sale della terra, film del regista tedesco sul fotografo brasiliano Sebastiao Salgado, non è una semplice biografia, un bio-pic che ripercorre le tappe di una vita e del lavoro, né un semplice documentario.
E’ un’opera complessa, che spazia dalla vita di Salgado alle sue opere, passando per tante tappe, dando parola a tante voci diverse che raccontano Salgado da una propria prospettiva: quella di Wenders, innanzitutto; ma anche quella del figlio co-regista Juliano Ribeiro che ha accompagnato Salgado durante alcuni dei suoi viaggi; quella del padre e quella della moglie Léila.

Così, nel film si sommano tante prospettive differenti che aiutano a costruire la figura di Salgado.
Aldilà delle molteplici riflessioni dello stesso fotografo sui temi che ha affrontato col suo lavoro (la schiavitù nella Serra Pelada; lo sconcerto per i massacri africani in Etiopia, Ruanda e Congo; la fraternanza con gli altri esseri viventi scoperta lavorando a “Genesi“…), credo vi siano un paio di riflessioni particolarmente interessanti e degne di nota. La prima, ce la dà lo stesso Salgado proprio all’inizio del film, dicendo che “diversi fotografi messi nello stesso posto faranno foto diverse, perché ciascuna riflette chi sono, la loro storia“: per uno che, come me, ha sempre denigrato la fotografia, questa è stata una prima riflessione che mi piacerebbe approfondire nella pratica…
La seconda, invece, ce la offre Wenders, spiegando che “fare un film su un fotografo è diverso rispetto a tutti gli altri… reagisce con lo strumento che si è scelto: la macchina fotografica“. Effettivamente, i fotogrammi di Salgado che punta con la macchina fotografica  la telecamera mossa da Wenders e dai suoi assistenti sono tra i più espressivi del film. C’è qualcosa comune, credo, fra queste immagini e quelle del gorilla che -come dice Salgado stesso parlando di Genesi– “si vede riflesso nella lente della fotocamera e si riconosce…“.

Ma, da profano, ciò che più mi ha impressionato è la grandissima umanità del protagonista.
Non è una cosa semplice, questa umanità. Non è semplice né da avere, né da trasmettere. Perché se uno non l’ha in sé, non credo potra mai percepirla.
Invece, in tanti contesti diversi traspare questo senso di umanità. E forse, una grandezza del film sta proprio nella sua capacità di trasmettercela in tante forme differenti, così da arrivare in modi diversi a persone diverse.
Il primo, solo nella cronologia del film, è l’immagine di Salgado che mostra agli indios di Papua le foto che ha appena scattato loro. Chiunque abbia fatto foto a persone nel terzo mondo, sa che gesto di sensibilità sia: condividere con loro un gesto che, per la loro cultura, gli ha magicamente “rubato” qualcosa, illustrare in qualche modo il senso di ciò che s’è appena fatto…
La seconda, a mio giudizio, è senza dubbio la reazione ai massacri cui ha assistito in Ruanda e Congo fra il 1994 ed il 1997: malessere, “malattia dell’anima” dice, una malattia tanto profondo che ha portato Salgado a smettere di far foto… fino al rimboschimento della fazenda brasiliana di famiglia, ad un nuovo contatto con la natura e al progetto Genesi. Anche questo legame con la natura dovrebbe darci una lezione molto profonda… Non so perché, ma mi ricorda “Siddharta“.
Infine, il contatto con la natura -cui già accennavo- scoperto durante la realizzazione di Genesi: il sentirsi fraterni col gorilla; il restare sdraiati con due leoni marini (“alla fine eravamo tre leoni marini“); l’accarezzare una balena e sentire le sue reazioni, comunicare silenziosamente con lei…. E qui, probabilmente, andiamo ben oltre l’idea stessa di umanità.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

10 thoughts on “Recensione 38: “Il sale della terra”

  1. Ho trovato questo film un grande inno alla vita, certamente lo prenderó per usarlo durante le mie lezioni, per parlare della prospettiva che ci guida nel guardare l’altro e il mondo.
    La cosa che mi ha commossa più di tutto è stata vedere quegli scatti rubati in famiglia, ai figli. Le foto di quei bambini, i suoi, esperiti così poco tra un viaggio e l’altro, fatte come per conservarli, tenerli lì sulla pellicola. E gli sguardi di quei due bambini alla macchina del padre.
    Poi la cura della malattia dell’anima attraverso la cura di un luogo, della natura.
    Un film di un’umanità pazzesca. Molto più di un film sulla fotografia è più di un film su Salgado. Bellissimo e insieme durissimo. Certe foto non finivano mai.
    Mi sono chiesta che cosa ne ha pensato la gente che non ha visto certe scene dal vivo, mi piacerebbe davvero condividere i pensieri con chi non ha conosciuto certi occhi.

    • Bellissimo commento.

      Ho avuto l’impressione che la grandezza del film esplodesse sin dalle prime immagini, quelle della Selva Pelada e dalla descrizione che ne dava Salgado, dalla sua spiegazione non tanto estetica, quanto di realtà di quelle immagini.
      Ma poi il film è andato molto oltre…

  2. Un documentario veramente ben girato, Wenders mi è piaciuto perché non ha voluto strafare (lui che ha i numeri per strafare) ed ha creato 2 ore di intrattenimento e riflessione.

    Concordo, anche a me Salgado mi è parso molto “umano” ed “empatico”. Pure umile, quando dice “Animali ? Beh dovrà pure imparare a fotografarli”, frase detta da un maestro della fotografia.

    Ora voglio comprare i suoi libri, maledetto cinema che mi fai spendere 😉

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