cercando la parte (con chi stare?)

Giorno di sciopero oggi. E, con esso, giorno di manifestazioni.
Non ho mai partecipato ad una manifestazione. Non in questo senso, perlomeno.

Mentre aspetto l’autobus mi passa davanti una camionetta dei carabinieri, piena di agenti in tenuta anti-sommossa.
Li vedo, solo per un attimo, passare davanti a me, seduti stanchi con quel loro scudo in mano. Li vedo e non posso fare a meno di riflettere….

Non sono mai stato a priori schierato dalla parte delle forze dell’ordine, della tutela dell’ordine costituito. Indubbiamente, non sono dalla parte delle forze dell’ordine quanto picciano inutilmente o commettono reati. Né sono mai stato pregiudizialmente contro la violenza. Ma il discorso sulla violenza è complicato, quindi non approfondiamolo oltre per il momento.
Tanto meno voglio scomodare Pasolini in questa riflessione.

Però, ripensando a quegli agenti sulla camionetta, non posso fare a meno di domandarmi che “gusto” vi sia. Che senso vi sia in questi “tafferugli” che si ripetono costantemente.
Chi ne guadagna? Perché?
Insomma, non credo che tutti gli agenti siano fanatici della “macelleria messicana” o assetati di sangue che non vedono l’ora di picchiare qualcuno. Non credo neppure che tutti i manifestanti siano “hooligans” la cui unica ragione per uscire di casa sia la rissa.
Qualcuno ci sarà, sicuramente. Da entrambe le parti. E, altrettanto sicuramente, qualcuno non riuscirà a reggere la tensione e farà la cazzata.
Chiamiamola così, vah.

Però un pò li capisco.
Anche io, come credo tutti, sebbene in forme diverse, mi sono trovato in situazioni di più o meno grande pressione e tensione, psicologica, emotiva e fisica. A volte, anche tutte e tre contestualmente. Come quando il piede del mediano si carica e sai che da li ad un attimo arriverà la botta.
Quindi un pò li capisco: capisco che sia difficile rimanere calmi e “a sangue freddo”. Capisco anche che sono addestrati a questo e la tensione non può essere una giustificazione.
Soprattutto, so e capisco che il loro ruolo dovrebbe essere quello di proteggere, non menare.

Ma, diamine, se ogni volta si menano sarà per un motivo!

La mia triste impressione è che spesso non si sappia dove fermarsi… I poliziotti che controllano la manifestazione hanno una “linea rossa” da difendere e da quella non si possono muovere. E i manifestanti hanno i loro obiettivi, spesso aggressivi (non violenti: aggressivi, mediaticamente, socialmente, psicologicamente aggressivi).
Penso al tentanto lancio di uova davanti ad una sede del Partito Democratico qualche settimana fa…. terminata con alcuni feriti fra agenti e manifestanti. E la mia domanda è: davvero c’era bisogno di arrivare ai feriti? Non si sarebbe potuto rinunciare prima a quel obiettivo e ripiegare su altro?

La mia impressione è che fra le organizzazioni variegatamente “antagoniste” che organizzano queste manifestazioni, o almeno fra parte di esse, non si siano ancora appresi concetti di gestione del conflitto, di flessibilità dello scontro e, soprattutto, di buon senso della non violenza.
Che spesso potrebbe ottenere risultati altrettanto, se non maggiormente efficaci.

Ripeto: non so dove stiano le responsabilità e non credo neanche che sia possibile tracciarle una volta per sempre.
Però il ripetersi degli eventi mi dà da pensare.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “cercando la parte (con chi stare?)

  1. Io dalla parte dei manifestanti ci son stata, alcune volte. Molti, spesso fra i più attivi e aggressivi, vivono nel mito del ’68, o degli anni ’70, e vogliono replicare quei gesti, quel clima.
    Avendo una madre che nel ’68 faceva l’università a Roma qualcosa ho sentito raccontare da chi c’era, e ho avuto l’impressione che i miei contemporanei pensassero più al gesto che al suo significato o alla sua efficacia.
    Non a caso, ho smesso presto di andare alle manifestazioni.

  2. Credo che alla base ci sia tanta rabbia repressa, da una parte e dall’altra; la differenza alla fine è che le forze dell’ordine nel caso possono sfogarsi indossando una divisa… per cui alla fine posso capire il poliziotto che manganella un manifestante dotato anche lui di casco e corpi contundenti… sopporto molto meno di vedere manifestanti ‘disarmati’ venire caricati; alla fine ribadisco, è solo rabbia repressa: si picchiassero tra di loro e amen; come dice mio padre: “a questi gli è mancata la guerra”…

  3. Stavo pensando proprio in questi giorni alla violenza. Pensieri a caso: essere moralmente contro la violenza, vuol dire rifiutarla anche come estrema ultima risorsa? Se sì, morale e politica non vanno d’accordo, perché in alcuni momenti storici l’uso della violenza è inevitabile. Il problema però di accettarne l’uso come ultima estrema risorsa è: chi decide quando non se ne può più fare a meno? Quando e dove si raggiunge il limite, oltre cui la violenza è necessaria? Poi: considerare la violenza solo sul piano tattico, come mezzo, senza implicazioni morali, rischia di portare a prassi ben note, prive di “odio”, ma egualmente generanti odio, come la ferrea e spesso assurda disciplina militare di molti eserciti. Inoltre: la violenza in sé fa parte della natura umana; per eliminare un tipo di violenza, come quella di genere, l’educazione basta solo fino a un certo punto, dopodiché bisognerebbe eliminare la violenza dall’essere umano. Ma eliminare la violenza in sè e per sè, implicherebbe l’eliminazione di una miriade di altre caratteristiche di cui la violenza è, o può essere, un’espressione. Più in generale, sul piano storico, senza violenza come si sarebbero evolute le cose? Senza rivoluzioni e controrivoluzioni, senza guerre e conquiste, senza quel primo essere umano che raccolse una pietra e la sbattè in testa a un altro, dove saremmo? La violenza è inevitabile? Se è uno dei motori della storia, dobbiamo accettarla? E se la accettiamo, vuol dire che la controlliamo per usarne il potere, o addirittura che la giustifichiamo e la favoriamo? E così via, sega mentale dopo sega mentale.

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