la sinistra che non c’era (cercando)

Dei molti spunti di riflessione con cui sono tornato dal mio soggiorno in Francia, ve n’è uno che mi sta restando piantato in testa più degli altri.
Sarà che sto rapidamente chiudendo la questione liberté & Charlie Hebdo, perché ormai vi vedo più lati oscuri che luminosi; sarà per qualche altra ragione; comunque, un motivo di riflessione è quello sulla sinistra politica.
Stavo scrivendo sull’identità della sinistra, o sul suo futuro, o sul suo programma/ideologia che dir si voglia: non so esattamente come definire la questione, forse  un nome mi verrà in mente alla fine.

Il punto su cui G. ed io ci siamo soffermati durante una discussione sul programma di Renzi è che attualmente la sinistra non ha un’idea alternativa di società. E fin qui niente di nuovo!
Ma a quel punto qualcuno (non ricordo chi, forse G.) ha aggiunto una considerazione interessante: tutto lo scontro politico è impostato sul piano economico, ovvero sul come distribuire e redistribuire la ricchezza. Che è certo un punto importante, ma implica un’accettazione di fondo del contesto in cui ci troviamo.
Ed è, francamente, un passo indietro non da poco rispetto alle grandi idee di sinistra del secolo scorso.Conoscete_Carlo__4f354ff656c13

Ricordo che anni fa lessi un simpatico libriccino intitolato “Conoscete Carlo Marx” che, senza pretese, illustrava alcune idee di Karl Marx. Una fra esse era relativa al ruolo dei sindacati, che non potevano ridursi a meri cartelli di lavoratori per le contrattazioni, la vignetta allegorica mostrava una manifestazione il cui slogan era “Grazie sig. presidente per gli aumenti“.
Questa immagine m’è tuttora rimasta molto impressa come emblema del problema che la sinistra vive.

Chiusa questa parentesi, ricordo di aver detto durante la nostra discussione che a mio giudizio la riforma politicamente più significativa della sinistra negli ultimi anni è stata quella di Lionel Jospin delle 35 ore.
Perché era una misura che, aldilà dell’impatto economico, apriva la strada ad una diversa immagine di società.
Citando Erich Fromm (che altrove ho impropriamente attribuito a Marx stesso e faccio ammenda): “Marx affermava che il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di “essere” molto, non già di “avere” molto. (Mi riferisco qui al vero Marx, all’umanista radicale, non alla sua volgare contraffazione costituita dal «comunismo» sovietico)” (da “Avere e Essere“).
“Essere molto”, trovo, è un’idea bellissima. Perché è un’idea che va aldilà di qualsiasi valore economico.
Non posso certo giudicare il pensiero di Fromm, né nella sua rispondenza al marxismo, né nella sua critica all’URSS.
Non saprei neppure dire quando è cominciata questa crisi del pensiero di sinistra come pensiero alternativo (mi verebbe da dire con la vittoria del tatcherismo-reaganismo; o con l’URSS; o -in un certo senso- anche con l’eurocomunismo di Berlinguer).

Mi limito a constatare questa realtà.
E, con la constatazione, sorge anche l’auspicio che si cominci a lavorare per un pensiero diverso.
Non auspico, come Grillo, un pensiero radicalmente rivoluzionario, solo l’elaborazione di un’idea di società in cui il punto focale possa essere differente da quello economico.
Potrebbe essere la qualità della vita, l’essere molto, che è un tema abbastanza vasto da abbracciare in sé una moltitudine di questioni (alimentazione, organizzazione delle città, sapere diffuso, ambiente, rapporto fra tempo libero e tempo di lavoro, della net neutrality…).

Da varie voci della sinistra si sollevano sempre più i richiami ad Alexander Langer: anche in questo caso, non conosco sufficientemente la sua storia ed il suo pensiero per giudicarlo. Credo però che il suo esperimento politico, così come quello dei Gruenen in Germania o del forum di Porto Alegre o più recentemente dei Piraten, rappresentino modelli cui dovremmo guardare con attenzione.
Magari non faremo nostra nessuna delle loro idee (ma credo sarebbe un errore), ma dovremmo cominciare a porci in una prospettiva differente.
Ecco perché, ad esempio, la questione sul reddito minimo mi lascia -se non indifferente- quantomeno perplesso. Perché non sposta di un millimetro la nostra visione del problema: esattamente come la “scala mobile” d’antan, ci muoviamo sempre all’interno della stessa concezione di società e per i prossimi anni la nostra domanda resterà sempre “quanto aumentare il reddito minimo?“.

Dovremmo invece cercare una prospettiva in cui i temi chiave non siano ridotti a “più o meno soldi”, ma ad altro. All’uomo.
Altrove parlavo di un problema di framing: è esattamente questo. Dobbiamo essere in grado di portare al centro del dibattito pubblico temi differenti, che non possono essere semplicemente ridotti ad una questione economica.
Questione economia cui, in definitiva, siamo riusciti a ridurre anche problemi più complessi. Come l’ILVA.

Perché è francamente fuorviante e demenziale pensare che l’uomo possa esser ridotto ad una questione di soldi: sì, i soldi potranno comprarci i biglietti per gli eventi culturali migliori; la sanità migliore; l’alloggio migliore; la sicurezza migliore; possono persino comprarci tempo. Ma se accettiamo che possono comprare tutto, abbiamo semplicemente perso.
Come sinistra. E anche come uomini.

Penso  che uno dei prossimi, folli, progetti cui mi lancerò, sarà quello di raccogliere idee su questa nuova sinistra.
Non lo so come, ma vorrei un calderone in cui raccogliere ogni idea di società, di vita, in cui gli aspetti economici non siano la questione principale, in cui i problemi non possano essere semplicemente ridotti all’economia.

Beh, come avrete capito, mi stava parecchio simpatico Jospin…

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

17 thoughts on “la sinistra che non c’era (cercando)

  1. quello che hai scritto è meraviglioso. m.e.r.a.v.i.g.l.i.o.s.o.
    (e in qualche modo mi richiama la questione delle trentacinque ore lavorative settimanali di marinaleda di cui parlavo nel post dell’altro giorno)
    se accettiamo che possiamo ricondurre tutto ad una questione meramente economica, abbiamo semplicemente perso. punto.
    (riblogga sui discutibili, red)

  2. Ci sarebbe da darti ragione su tutta la linea; tuttavia il problema di fondo mi pare sia proprio il fatto che la definizione dell’uomo attraverso l’avere sia l’interesse di tutte le classi dirigenti, a prescindere dall’appartenenza alle tradizionali destra – sinistra; è del tutto evidente che chi ambisce a fare parte delle classi dirigenti, lo fa per i privilegi che da tale condizione derivano; detto più semplicemente: togli a tutti, da Salvini a Fassina, il privilegio di campare alla grande a spese dello Stato, e cosa resta? Tra l’altro, distruggere il paradigma dominante del ‘denaro come misura di tutte le cose’, significherebbe rivoltare la società come un pedalino, e il modo di raggiungere tale obbiettivo non sarebbe certo il ‘metodo democratico’, ma una rivoluzione che richiederebbe il proprio tributo di sangue…

    • Sono sinceramente perplesso di fronte a questo commento, anche se capisco la sfiducia che lo motiva.
      Posso concordare che le classi dirigenti abbiano interesse ad una particolare qualificazione dell’uomo, anche se non son certo che quella economia sia la più corretta (per loro, dico). Credo occorrerebbe distinguere fra dirigenti: sicuramente lo è per gente come Tatcher o Reagan.

      Ancor più, sono perplesso riguardo la seconda parte del commento sulle motivazioni che spingono le classi dirigenti: questo tipo di ragionamento significa, secondo me, “far di tutta l’erba un fascio” che non aiuta l’analisi.
      Ripeto: capisco da dove derivi questa conclusione, ma non la condivido.
      Secondo me occorre distinguere, sempre (scusa, ma gente come Bersani o Prodi dove li mettiamo?).

      Infine, l’idea che cambiare il paradigma dominante richieda una rivoluzione violenta, non la condivido proprio. Potrebbe essere così, non lo so. Ma partire da questa idea mi pare errato. Ed è esattamente quello che contesto a Grillo come politico.
      Certo, si tratterebbe di un cambiamento radicale e difficile da accettare, ma non possiamo sapere (specie ora che ancora non sappiamo CHE cambiamento immaginiamo) come si potrebbe realizzare….

  3. Condivido la simpatia per Jospin, anche se le 35 ore non hanno soddisfatto i francesi,all’epoca furono una misura rivoluzionaria che qualcuno tentò di inserire nei propri programmi anche qui da noi.Senza esito.Ovviamente.
    Questa’École nationale d’administration che tutti i politici migliori hanno frequentato – niente Sarkozy,era una delle cose che gli rimproveravano- dev’essere un portento.
    Quanto al resto se la sinistra è movimento reale per cambiare le cose e non (solo) “sentimento” deve porsi di continuo il problema della realtà in movimento quindi va bene ogni tuo proposito di riedificazione del pensiero o rivoluzione culturale.Fammi sapere come evolve il tutto.

  4. In realtà, io parto dal concetto che la differenza tra le classi dirigenti, politiche e non solo e i ‘comuni mortali’ è nel benessere economico; si può avere la maggior buona volontà possibile, ma il fatto che si crei una voragine è praticamente scontato; Bersani è una bravissima persona, ciò non toglie che viva in un benessere che alla stragrande maggioranza delle persone è negato. La politica fa parte più ampia di un sistema consolidato in cui chi meno lavora più guadagna; i politici alla fine non sono manco i peggiori, se consideriamo l’alta finanza, per dire. Il fatto è che è un sistema talmente consolidato, che a volerlo ‘disarticolare’ ‘con le buone’, ci vorrebbe un secolo, anche perché chi ha le ‘leve del comando’ ha tutto l’interesse a mantenerlo; se invece si vogliono tempi più brevi, servirebbe una rivoluzione, che per sua natura richiederebbe la caduta di qualche testa, oppure una bella catastrofe naturale che azzeri tutto…

    • Quel che dici è vero, ma -a mio giudizio- è solo una parte del problema.
      Intanto, la differenza di reddito fra politici e cittadini non è, di per sé, un ostacolo sufficiente al fatto che si facciano politiche diverse: occorre anche essere, in sintesi, in malafede. Anche nel PC i deputati avevano redditi maggiori degli operai, ma questo non gli impediva di fare politiche a difesa del lavoro, né di essere onesti.
      Inoltre, il divario vero non è fra un deputato ed un operaio, ma fra l’1% più ricco ed il resto: sinceramente, non credo che i nostri politici rientrino nell’1%.

      Ciò detto, il sistema è certamente complesso e difficile da cambiare. Ma la domanda, secondo me, è sul tipo di cambiamento che immaginiamo.
      Io, al momento, non credo nella possibilità (forse neanche nell’opportunità) di rivoluzioni radicali, di un sistema completamente diverso. Questa, in fondo, è una questione che la sinistra ha già affrontato nel 1917 (sempre lì siamo, un secolo dopo).
      Non vi credo soprattutto perché, ad oggi, non abbiamo alcuna idea di dove questa rivoluzione ci debba condurre (nel 1917, vagamente, sì).
      Quindi, credo che i cambiamenti dovrebbero -almeno per ora- essere entro questo sistema, delle riforme piuttosto che delle rivoluzioni. Si potrebbe ottenere molto anche con quelle.
      E non servirebbero né secoli, né cadute di teste.
      Vedi le 35 ore.

  5. L’ha ribloggato su i discutibilie ha commentato:
    “Penso che uno dei prossimi, folli, progetti cui mi lancerò, sarà quello di raccogliere idee su questa nuova sinistra.
    Non lo so come, ma vorrei un calderone in cui raccogliere ogni idea di società, di vita, in cui gli aspetti economici non siano la questione principale, in cui i problemi non possano essere semplicemente ridotti all’economia.”
    Aka: per una sinistra oltre l’economia.

    Così concludevo un mio recente post.
    E, siccome dev’essere un calderone, allora è meglio che sia bello capiente e che vi ribollano tante idee diverse.
    Allora, ribloggo qui quel post e vedremo cosa ne verrà fuori…

  6. Sono d’accordo su tutto, ed avevo già espresso il mio disappunto riguardo il fatto che, ogni volta che si parla di patrimonio artistico e culturale dell’Italia (ma vedi che già le parole: patrimonio…), si sia incapaci di andare molto oltre il “tutto questo ben di Dio può far girare l’economia”. Tra l’altro, aggiungerei anche che l’errore, oltre che “umano”, è anche tattico: se tu, sinistra, vuoi “combattere” la destra sul piano economico, non vincerai mai non solo perché, per farlo, devi diventare destra, ma anche perché “loro” ne sanno molto più di te.

    Per il resto, secondo me, la discussione su “cos’è la sinistra?” deve ripartire dalla classica definizione di Bobbio (mi pare): la sinistra è quella forza politica che punta all’INCLUSIONE, laddove la destra punta all’ESCLUSIONE (riassunto un po’ brutale, ma il concetto era quello).

    • Ma la distinzione di Bobbio non era libertà (destra) vs uguaglianza (sinistra)?
      Questo, almeno, è quanto ricordo io dal testo “destra e sinistra”:
      Forse l’inclusione era in Popper (“la società aperta”).

      Ciò detto, parlare di inclusione mi può andar bene, purché poi non si arrivi al paradosso (ben illustrato da Wu Ming), per cui immaginiamo una società organica, senza conflitti.

      • Sì, caspita, è vero! L’autore della distinzione era un altro studioso (di cui ahimé non ricordo il nome), che partiva proprio dalle riflessioni di Bobbio.

        Assolutamente: sono d’accordo anche con i Wu Ming, quando dicono “sinistra è riconoscere il conflitto”. C’è un conflitto tra “sfruttati” e “sfruttatori”: è di sinistra “includere” i primi, non i secondi.

  7. Ti lascio qualche suggestione e approssimazione ai difficili argomenti che poni, sperando di stimolare qualche riflessione in più. Però anche io ho parecchi dubbi e una risposta netta non saprei dartela.

    La questione dell’appiattimento sul problema economico e la rinuncia di fatto a qualsiasi dimensione alternativa è secondo me un effetto degradato delle “sofferenze” teorico-pratiche della sinistra internazionale, sull’onda lunga della Guerra Fredda. Dal momento in cui il mondo si divise in sfere d’influenza, la sinistra ha subìto lacerazioni interne difficili da guarire: si doveva appoggiare l’URSS o inserirsi appieno nei sistemi democratici occidentali? Si doveva mantenere un profilo rivoluzionario o uno riformista? Era preferibile mantenere l’equilibrio come il PCI, o dare uno scossone alla società come la sinistra extraparlamentare? Meglio la Cuba degli anni Sessanta o quella dei Settanta-Ottanta? La Cina di Mao o quella di Deng? Già, Deng: “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Netto pragmatismo anti-ideologico. E la Cina oggi traina il capitalismo mondiale. Marchionne, seppur con discrezione, la apprezza anche troppo.

    Il fatto è che l’economia ha assunto una dimensione ipertrofica, sta passando dall’essere una struttura sottesa alla società, con le sue influenze sulla cultura e le espressioni ideali e ideologiche, a essere la società stessa, a inglobare le sovrastrutture culturali nella sua logica tecnicizzante. Da un lato non è possibile, in alcun modo, prescindere dall’accettazione del modo di produzione che regola le nostre vite; mi pare evidente che la ricerca di un’alternativa debba partire da un discorso economico. Dall’altro, ricominciare a costruire un’alternativa culturale e ideale, con cui agire non solo sul piano economico, ma anche sulla riconquista delle sovrastrutture “mangiate” dalla logica economica, è in realtà lo sforzo di concepire le alternative del moderno, un tipo di progresso differente dal concetto positivistico cui siamo tutt’ora attaccati. Forse è in questa piega del problema che si inserisce l’idea radicale di Marx per come la presenta Fromm: la critica del capitalismo è una critica all’avere molto, da cui deriva la sperequazione per cui chi HA molto, automaticamente E’ molto; chi ha poco, non ha possibilità di essere. Però, essere molto non dovrebbe dall’avere molto, quindi agire sul modo di produzione affinché tutti abbiano almeno un po’, contribuisce a far sì che tutti siano almeno qualcosa.

    Non è facile districarsi. Ho trovato una citazione di Marx (senza rimandi all’opera da cui è tratta) che forse dà un’idea della questione: “Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc, tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, che né i tarli né la polvere possono consumare, il tuo capitale”. Questo è umanesimo, senza dubbio. D’altro canto, alla faccia di Fromm, fu Gramsci a definire la rivoluzione bolscevica come “la rivoluzione contro ‘il Capitale’ di Carlo Marx”, contro le incrostazioni positivistiche, le interpretazioni appiattite sul discorso economico puro, quello delle società capitalistiche avanzate quali uniche società pronte alla transizione al comunismo, cioé all’alternativa….

    Beh, ci sentiamo presto.

  8. Caro Redpoz, ho letto con piacere la traccia della tua ricerca: è un percorso in cui mi riconosco. Personalmente, ho smesso di scrutare l’orizzonte quando mi sono accorta che la risposta era alle mie spalle; il problema di uscire dalla dittatura dell’economico e tornare a porre al centro l’uomo è infatti il sempre verde problema di Marx.

    A ventisei anni, appena scappato in Francia, scriveva: “emerge l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti in cui l’uomo è un essere umiliato, assoggettato, abbandonato, spregevole” (1844). Il responsabile del meccanismo che eleva le merci a valore e gli uomini a strumenti per produrle ha sempre lo stesso nome, anche la libertà ha sempre lo stesso.

    • Non posso dire di avere una sufficiente conoscenza di Marx, ma recentemente ho cominciato a seguire un MOOC su “moral foundations of politics” con una sessione a lui dedicata e devo dire che mi ritrovo d’accordo con le tue conclusioni.

      • Interessante, un corso massivo anglofono centrato su reificazione e feticismo delle merci.. se si assume quella prospettiva, l’oppressione è per forza l’economia di mercato, la libertà il suo superamento. Great!

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