Metafora della maratona e delle scarpe

Ieri sera mi son nuovamente trovato a discutere con amici della minoranza del PD sulle leggi in discussione in Parlamento. Non dirò quali, perché -purtroppo- il discorso vale per qualsiasi riforma.

Due i vizi radicali della legge in oggetto, a loro giudizio: 1) la qualità della legge ed i suoi potenziali vizi di incostituzionalità; 2) il fatto che la legge non sia stata adeguatamente discussa, con la minoranza.

Dopo avergli esposto gli argomenti sul perché la legge non sarebbe incostituzionale, mi è stato risposto che “comunque a me non piace“, argomento certamente legittimo, ma non propriamente politico.

Questo si collega direttamente col secono punto, perché giunti a ciò ho replicato agli interlocutori che le loro obiezioni andavano sollevate e fatte valere sin da subito, mentre -ahinoi- la minoranza (salvo le solite, ostracizzate, eccezioni) ha continuato imperterrita a votare tutto, ivi inclusa la legge elettorale.
Per illustrare il concetto, che a quanto pare era particolarmente ostico da comprendere, sono dovuto ricorrere ad una metafora: la metafora della maratona e delle scarpe.

Supponiamo che vi accingiate a correre una maratona. Per farlo, ovviamente, vi procurate un paio di scarpe. Magari queste scarpe vi sono consigliate dal venditore, magari non siete neppure troppo convinti che quel modello acquistato sia il migliore, ma lo comprate lo stesso e lo indossate.
Correte dunque la maratona con queste scarpe, magari lamentandovi costantemente che non vi vanno bene. Ma correte.
Correte, correte.
Arrivate dunque al 41, forse 42 kilometro. Mancano ormai poche centinaia di metri. E le scarpe continuano a farvi male….
Vi togliereste le scarpe al 42esimi km?

Ecco, quello che la minoranza (certa minoranza) ha fatto nel PD riguardo questa ed altre letti è stato continuare a lamentarsi che le scarpe gli erano scomode. Però le acquistate, le ha indossate, vi si è adattato per un bel pò.
Personalmente, trovo che vi siano poche cose più errate di pretendere (perché, francamente, a questo punto non è una richiesta: è una pretesa) di voler cambiare qualcosa quando si è praticamente in dirittura d’arrivo.
Con argomenti, peraltro, a dir poco pretestuosi.
Come ho detto e ribadito, quello che mi irrita di questo atteggiamento è la sua incapacità di cogliere le differenze fra una critica a monte ed una a valle di un progetto, un progetto qualsiasi.
Vogliamo fare un’altra metafora? Immaginate di fare una camminata con amici e di seguire, vostro malincuore, un sentiero scelto da altri: vi impuntereste sul cambiare strada al punto da tornare indietro da soli quando praticamente giunti alla meta?
O, ancora, se anziché discutere di una legge, le parti negoziassero un contratto, credete tutto questo sarebbe accettabile?
No, non lo sarebbe.

Se davvero questa strada era così sbagliata da non esser praticabile, se davvero questo progetto non era accettabile, andava detto sin dall’inizio. E, alle dichiarazioni, dovevano seguire i fatti. In tedesco si dice essere konsequent: far seguire alle parole, i fatti.
Se dopo una prima presa di posizione si continua ad agire in contraddizione con quanto si è detto, questo implica, infine, un’accettazione (o, perlomeno, accondiscendenza) alle idee altrui. E  ritornare sull’argomento iniziale dopo la strada fatta non è corretto.

Perché la strada si fa per arrivare ad una meta.
Non per il piacere di girare in tondo.

Si chiamano onestà e coerenza: senza l’una e l’altra, non si sta in un gruppo.
L’una e l’altra si fondano sulla premessa di un confronto onesto.

Giunti al termine della discussione, è emerso l’argomento ultimo: “se si arriverà alla spaccatura, non sarà colpa nostra“. E di chi altri, di grazia?

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “Metafora della maratona e delle scarpe

  1. anch’io nel commento non entro nel merito di questa o quella decisione sulla legge elettorale (anche se certo ci sarebbe da dire). il ragionamento non fa una grinza, ma il problema io continuo a vederlo a monte: il collante non è la meta. quando discutiamo, io e te (sì, vabbé, discutiamo è una parola grossa) su “stare dentro o uscire”, tu dici cambiare da dentro io dico uscire e ricostituire una realtà a sinistra, commettiamo entrambi un errore di fondo, che a questo post si ricollega: si sta dentro per un motivo banalissimo, si sta dentro perché stare dentro al pd è comodo. dentro al pd, con questo sistema elettorale, sei al governo. pesti i piedi, alzi un po’ la voce, minacci di uscire, ma fuori sei destinato a scomparire, né più né meno ciò che ha fatto l’ncd dall’altra parte. civati, fassina, speranza potevano anche essere un promessa di cambiamento: ormai li vedo solo come macchiette incompiute.

    • Il ragionamento ha però due fallacie, almeno potenziali: intanto, non metterei mai Civati, Fassina e Speranza nello stesso calderone. Due sono stati per lunghissimo tempo degli “yesmen”. Ora che subiscono le conseguenze del loro stesso comportamento, se ne lamentano.
      Il secondo problema è che il destino “a scomparire” non dipende solo da questa, prossima, legge elettorale: sarebbe praticamente lo stesso con un Mattarellum con collegi uninominali o con un proporzionale “puro” come la legge uscita dalla sentenza della Corte Costituzionale: anche ammesso di riuscire ad eleggere alcuni parlamentari, è praticamente impossibile che questi riescano a fare una concreta attività politica (cosa che, peraltro, credo Civati stia cercando di fare con intelligenza con molte iniziative su tanti temi, vedi “giorno legale”, “expo della dignità” e “l’erba voglio”) e a radicarsi nel territorio.

      Ahn, ovviamente possiamo entrare nel merito della legge, io per il momento l’ho evitato.

  2. Tra l’altro, seguendo tg e giornali, si ha l’impressione che la minoranza PD dica: ridiscutiamo, ma senza avere una serie chiara di proposte sostitutive; mi sbaglierò, ma l’obbiettivo mi sembra piuttosto quello di dire ‘no’ tanto per fare, e ‘poi vediamo’… Insomma, togliamoci le scarpe che fanno male e aspettiamo che qualcuno ce ne porti un atro paio… Detto questo, a me la legge elettorale piace poco, e anche meno l’atteggiamento gradasso, prepotente e ‘bullesco’ di Renzi, ma c’è da sottolineare che alla fine se il PD è arrivato a Renzi, un motivo ci sarà… hanno voluto la bicicletta e adesso pedalino…

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