R come rugby: what makes you win

Diretta conseguenza dell’enorme sforzo fisico richiesto ai giocatori sul campo di rugby è il fatto che questo è uno sport estremamente mentale.
Un pò come correre la maratona, giocare a rugby dipende in larghissima misura dalle energie mentali, dalla concentrazione e dalla fiducia in sé che i giocatori sono in grado di trovare e mantenere durante tutta la partita.
La sicurezza, la tranquillità nel giocare, consentono infatti di affrontare avversari anche più forti: è una cosa che si costruisce poco a poco, azione dopo azione, passaggio dopo passaggio… una trance agonistica non dissimile a quella descritta da Canetti in “Potere e sopravvivenza“. E’ anche la ragione per cui alcuni teams fanno le haka. Spirito, spirito, spirito.

Durante una partita v’è un’infinità di episodi che può rafforzare o affossare questo mojo individuale e collettivo dei giocatori. Provo a menzionarne alcuni:

  1. Scrum-mischia ordinata: c’è una bellissima foto che illustra l’importanza e l’impatto dei primi scontri fra i pacchetti di mischia in una partita di rugby, recita: “la mischia è come il bigliet1240272_461731503925650_1448249012_nto da visita di una squadra- piacere qui comandiamo noi“.
    La mischia è uno scontro di forza bruta, se una squadra nei primi incontri riesce ad affermarsi, manda già un cattivo messaggio agli avversari…
  2. Kick? I run!
    Capita alle volte che una squadra in attacco ottenga una punizione, magari da distanza abbastana ravvicinata (intorno ai 5-10 metri dalla meta), una punizione che se messa a segno significa incassare 3 comodi punti.
    In situazioni simili la squadra può fare due tipi di scelte: a) prendere la punizione e incassare tre punti praticamente sicuri; b) calciare in fallo laterale e giocare una touche. Dalla touche le squadre puntano ad andare rapidamente in meta e potenzialmente portare a casa 5+2 punti, generalmente con una maul (qui spiegata da Marco Paolini), una specie di ariete composto da giocatori legati fra loro. Questa è una sfida.
    Quando l’attacco lancia una sfida, non è mai solo una questione fisica: è mentale.
    E’ una scommessa, gambling, è affermare: io adesso vado lì. Punto. E tu, se ci riesci, fermami.
    Se si vince la scommessa, si guadagnano punti, ma soprattutto tanta sicurezza nei propri mezzi.
    Questa scommessa si coordina con l’esigenza di incamerare tutti i punti possibili di cui parlerò dopo.
  3. Fasi, fasi, fasi
    Una fase di gioco è data dalla ripartenza dopo un placcaggio sino alla ruck (il raggruppamento che si forma in seguito ad un passaggio per contendersi la palla a terra) che ne segue. In genere, in tv cominciano a segnare le fasi di un periodo di gioco quando superano la 5°-6°.
    E, in genere, le fasi si protraggono a lungo quando una squadra continua ad attaccare vicino alla meta avversaria, senza tuttavia riuscire a sfondare (se fosse lontana, calcerebbe per guadagnare campo)…
    E’ una guerra di trincea, dove non esistono più nè cavalleria, nè arieti. E’ macelleria in un campo da rugby.
    Se la maul è volontà di potenza, affermazione di sé; la guerra di fasi è l’eterno ritorno dell’uguale. Logoramento. E’ sfinimento dell’avversario. E’ ripetere all’infinito cose relativamente semplici, fino a condurlo all’errore. E’ la ripetitività che annienta.
    Avete presente “ancora una volta sulla breccia“? Ecco, ripetetelo dozzine di volte. Nell’arco di pochi minuti.
    L’attacco punta a questo, punta al attimo di distrazione della difesa tenuta sempre in pressione, tenuta sul filo di nervi, tenuta al non potersi concedere un attimo di respiro, fisico o mentale. E difendere costa sempre più energie che attaccare. E, in genere, l’attacco ha la meglio: l’errore ci scappa sempre…
    Ma se la guerra di fasi prosegue molto a lungo… il mojo cambia, la situazione si rabalta, la pressione comincia a passare sulle spalle degli attaccanti e la squadra che difende guadagna sempre più confidenza: è come se si dicesse “li abbiamo fermati 15 volte, li fermeremo 16!“.
  4. Coast to coast
    Una delle peggiori cose che possano accadere ad una squadra mentre sta attaccando è subire un intercetto: il difensore avversario che si infila fra due attaccanti e gli ruba la palla mentre viene passata. Accade raramente, ma è potenzialmente devastante.
    E’ il totale ribaltamento del gioco: una squadra schierata per attaccare, si ritrova improvvisamente a dover difendere, senza aver gli uomi ai posti giusti per farlo. E, se succede, c’è il rischio che chi ha rubato il pallone si involi a campo libero da un’area di meta all’altra.
    Se la guerra di fasi è guerra di trincea, un coast to coast è un contropiede rugbistico, la Blitzkrieg da palla ovale, il lampo che travolge l’ordine.
    E’ la jella, è come sentire che gli dei del rugby oggi ti sono avversi.
  5. Hold yourself together
    Ulteriore cosa fondamentale, per una squadra in svantaggio (o, al contrario, per la squadra che sta vincendo) è rimanere aggrappati al punteggio degli avversari: limitare la differenza punti.
    Sembra una banalità, lo so. Ma è il genere di banalità che, durante una partita, può portare a decidere di incamerare i 3 punti di un calcio piuttosto che rischiare per andare a meta. E’ la banalità del giocare sul sicuro, per restare vicini e non farsi schiacciare.
    Magari per poi calare il colpaccio… (vedasi meta del Giappone contro il Sudafrica).
    Perché, com’è logico attendersi, se il distacco comincia a diventare incolmabile, la voglia di lottare e la disponibilità a sacrificarsi di una squadra scemano. Meglio allora assicurarsi i pochi punti sicuri e non farsi distanziare.
    Rispetto a tutte le situazioni menzionate sopra, che sono per lo più riassumibili in gesti o scelte momentanee (tattiche), il restare vicini nel punteggio è una questione che si sviluppa per tutto il tempo di una partita, è questione strategica.
  6. Step by step
    C’è qualcosa che si sente sempre ripetere ai commentatori quando una squadra più debole affronta una più forte: se vince, gli si sentirà dire che “hanno saputo fare le cose semplici, i fondamentali“; se perde, si sentirà l’esatto contrario.
    Il rugby può essere maledettamente complesso è può capitare di assistere a momenti di genio, alle giocate dei campioni che si inventano gesti che nessuno avrebbe neanche saputo immaginare. Ma può anche essere un gioco semplice: o hai la palla, o placchi. Stop. Proprio perché è una battaglia, facendo le cose semplici si può anche riuscire a tenere testa agli avversari più ostici.
    Ma nel momento in cui si sbagliano le cose semplici… è finita: la testa va in pappa, cortocircuito mentale. E riprendersi è difficilissimo. Occorrerebbe resettare la testa da ogni passaggio sbagliato, da ogni placcaggio mancato…
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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “R come rugby: what makes you win

  1. La tua ultima riflessione è comune anche agli altri sport di squadra: nel calcio si dice che ‘quelli giocano bene a pallone’, volendo sottolineare come pur non essendo campioni, suppliscono con lo stare bene messi in campo, i movimenti, i passaggi corretti; e anche nella pallavolo è un po’ così: una squadra che sbaglia poco in ricezione, non toppa le battute, è discreta in muri e schiacciate, può mettere in difficoltà chi è più forte tecnicamente… La bellezza degli sport di squadra in fondo: il team blasonato infarcito di campioni che può perdere in casa con la ‘provinciale’, solo perché questa ha commesso meno errori…

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