R come rugby, kicked out

Astrarre conclusioni da partite molto diverse fra loro è senza dubbio fuorviante. Tuttavia, credo un paio di riflessioni -se non altro simboliche- si possano trarre dalle due semifinali della Coppa del Mondo di Rugby giocate questo fine settimana.

In entrambi i casi, la squadra che ha segnato punti solo con i calci (punizioni o drop) è stata eliminata.
Prima il Sudafrica con Pollard e Jambie, poi l’Argentina con Sanchez, sono stati battuti rispettivamente dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, che hanno integrato i loro punteggi con le mete segnate.
Soprattutto nel primo caso, fra Boks ed All Blacks, la differenza di punti è stata veramente minima (18 a 20) e i neozelandesi hanno dovuto veramente sudarsi la finale, con un drop di Dan Carter (il suo secondo drop in quattro coppe del mondo giocate) e le mete di Kaino e Barrett, con il Sudafrica per lungo tempo in vantaggio e domato solo sul finire della partita.
Discorso in parte diverso per l’Argentina con l’Australia: Pumas combattivi, ma mai capaci di mettere a frutto il lavoro fatto e puniti tantissimo da un intercetto al secondo minuto. Australia che in qualche modo ha “dominato” i fondamentali del gioco, ma ha dovuto mettere in atto una superba difesa per non subire mete.

La diatriba fra mete e punti al piede (drop e punizioni) è una querelle che da tempo affligge il rugby, con proposte -credo attorno al 2010- di rivedere il sistema di attribuzione dei punti, portando drop e punizioni a soli 2 e aumentando la meta trasformata a 6+2, col fine di favorire il gioco alla mano.
Querelle ancora insoluta, ma per questo mondiale irrilevante.

O forse no? Forse l’unica “sentenza” che si può trarre dalle due semifinali è proprio che, contro un gioco alla mano efficace, anche il miglior gioco al piede dovrà ancora chinarsi.
Certo, soprattutto per il Sudafrica -combattivo e roccioso- è un’amara constatazione.
Così, dopo un mondiale vinto al drop (Jonny “Wilko” Wilkinson, 2003), arriva la rivincita delle mete, delle runs, del gioco sporco fra trincea e cavalleria leggera (Tennyson, Tennyson…).
O forse no? Perché, a leggere il punteggio nei suoi dettagli, senza quei tre punti dal drop di Carter, gli All Blacks sarebbero a giocarsi la “finalina” contro l’Argentina, battuti 18 a 17 dai Boks.
Ovviamente ogni partita è diversa e generalizzare sarebbe errato: il calci hanno svolto un ruolo essenziale anche per l’Argentina che cercava di rimanere a galla ed ha accorciato significativamente le distanze; così come prima erano stati l’arma vincente del Galles contro l’Inghilterra o dell’Australia contro la Scozia…

Insomma, che il gioco al piede fosse una componente essenziale, si sapeva già da tempo (guardatevi i due calci opposti di Folau -perfetto- e Tuculet -pessimo-). Queste semifinali vorrebbero sminuirne l’importanza, ma la sentenza è ancora ambigua.
Rinviamo alla finale per decidere?
Non credo la sentenza arriverà dalla finale della Webb Ellis Cup 2015, né probabilmente in futuro.

Ad ogni modo, sarebbe bene che l’Italia facesse anche qui una riflessione: utile, senza dubbio, un “progetto apertura” per formare un 10 all’altezza. Ma non basta. Primo, perché il mediano d’apertura non deve solo saper calciare. Secondo, perché almeno tutto il reparto arretrato (due ali ed estremo) devono essere buoni calciatori.

Piazzamenti e vincitori? Sulla finale non mi pronuncio, visto che entrambe le squadre hanno mostrato un ottimo gioco, alternato da alcune mancanze. Ma è normale. Credo veramente che siano arrivate a disputarsela le due formazioni più in forma e con maggiore qualità in questo momento.
Sarà una bella sfida….
Mi aspetto una grande sfida anche fra Pumas e Sudafrica ed, anzi, non mi stupirei affatto se l’Argentina portasse a casa il terzo posto.

Sentenze a latere: Argentina is here to stay. Lo dicono non solo i numeri ed i risultati, ma soprattutto le prestazioni mostrate contro le squadre più quotate (nell’ordine: Nuova Zelanda, Irlanda, Australia… e ci sarà da vedere una bella finale per il 3° posto contro il Sudafrica!). Insomma, il mondo ovale ha un nuovo ospite fisso, un avversario da cui guardarsi con attenzione per il futuro.
E per l’Italia, son guai ancora peggiori… (ma, come dice Munari, avremmo tanto da imparare).

Una nota la merita anche l’Irlanda, afflitta dalla “quartite” e dall’incapacità di raggiungere le seminfinali, ma già proiettata verso il 2019. Dovremmo tenere sott’occhio il lavoro della federazione irlandese, perché potrebbe essere un modello importante per ottimizzare le risorse e valorizzare i talenti. Come l’Italia, l’Irlanda sa di avere limiti strutturali, ma riesce molto meglio ad analizzarli e superarli….

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “R come rugby, kicked out

  1. I punti alla meta cosi come sono mi sembrano giusti, mentre agli altri darei 2 punti. Bella Argentina ma non solida come il sud Africa, credo che gli all blacks se la siano sudata di più. Però il gioco degli Australiani mi è sembrato più fluido e attento con praticamente zero falli..molto fallosi i neozelandesi che la stavano buttando via a suon di falli e conseguenti tiri tra i pali. Non vedo l’ora che sia domenica, tifo i tutti neri senza un motivo preciso , sarà una grande finale.

    • Io invece tiferò Wallabies senza pietà!
      (Gli All Blacks vincono troppo per i miei gusti e son diventati troppo “commerciali” e celebrati da tutti… anche se confesso che la conferma dei campioni in carica mi affascina, come evento: non è mai accaduto…)

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