Paris, Paris outragé! Paris brisé!

Paris, Paris outragé!Grandes_Armes_de_Paris.svg
Paris brisé!
Paris martyrisé!
mais Paris libéré!
Libéré par lui-même,
libéré par son peuple

Charles De Gaulle – 25.08.1944

Sarà forse una forma surrettizia di gaullismo, la mia, ma difficilmente trovo parole migliori di quelle pronunciate già da De Gaulle per la liberazione di Parigi dal nazismo.
Perché, possiamo dirlo, lo stato d’animo è quello. Anche se la “liberazione” non sappiamo ancora se è già compiuta o da venire.
Perché il paragone fra DAESH (ISIS) e nazismo ci piace tanto…

Cronache personali
Venerdì notte l’ho passato proprio male: verso le 23:00 qualcuno mi ha riferito la notizia ed ho immediatamente scritto ad un amico che vive laggiù. Alle 02:00 non avevo ancora ricevuto risposta e mentre molti altri aggiornavano l’app messa a disposizione da facebook per comunicare che stavano bene (dovremmo spendere due parole anche su questa), lui ancora non dava cenni.
Solo sabato mattina, alle 10:00 ci ha scritto di star bene.
E lì tutta la percezione dell’evento è cambiata.

Umano, non umano
La cosa che mi più ha infastidito dei commenti post-attentato sono stati quelli del papa che parlava di “umanità“, della (falsa) naivité di pretendere di dire che è inspiegabile come atti del genere possano essere compiuti da esseri umani. Che forse cani, gatti, alligatori commettono gesti simili?
Speravo che dopo Auschwitz avessimo cominciato ad interiorizzare questo concetto: il male è umano, è compiuto da uomini. “Comuni” o non così ordinari, ma pur sempre uomini.
Non meglio, anzi, il passaggio successivo con cui Bergoglio ha parlato di “attacco all’umanità” (non è un controsenso?):  mi ha ricordato fin troppo il monito schmittiano sull’umanità ed i suoi “nemici” (chi o cosa sono?). I barbari hanno sempre fatto notizia. E paura.
Peccato che disumanizzare un evento, un’azione, sia un pessimo modo per farne un’analisi, per cercare di comprenderla.
(Avete letto che hanno rinvenuto parecchie droghe negli appartamenti degli attentatori, così come già fra i combattenti del DAESH a Kobane? Non è molto umano questo?)

Storicizzare sempre, storicizzare tutto
Non ricordo se fosse Foucault o Jesi ad insistere sulla necessità di storicizzare sempre, ogni evento, per non correre il rischio di farsi trascinare il false mitizzazioni. E’ comunque indifferente.
Dunque, senza voler in alcun modo sminuire la portata dell’evento, mi permetto di cercare di dare un piccolo contributo in questo senso. Infatti, l’Europa ha ben conosciuto il terrorismo, anche stragista, e -in fondo- è solo dagli anni ’90 che si è assistita ad una riduzione di questo fenomeno (pur con l’eccezione dell’ETA in Spagna). Francia, Germania, Italia, Portogallo, Inghilterra… tutti questi paesi hanno conosciuto attentati individuali o collettivi. Parigi inclusa.
Inoltre, vorrei ricordare come l’attacco indiscriminato e senza precisa selezione ideologica delle vittime era già stata una modalità d’azione terroristica che aveva colpito la Francia, in particolare durante la Guerra d’Indipendenza Algerina sia con l’FLN che con l’OAS.
Per quanto entambe avessero precise motivazioni politiche (il DAESH no? questa mi pare una conclusione un pò troppo semplicistica), mi pare interessante ricondare che proprio l’FLN aveva cominciato col piazzare bombe nei bar e nei caffè di Algeri.

Sporchi paragoni
Ben conscio che il paragone è una porcata, quante persone muoiono in un anno in auto a Parigi? Nel 2014 più di 600.
Il tutto su una popolazione di oltre due milioni. Il che significa che la probabilità di morire in un attentato è meno dello 0,001%.
Sempre per relativizzare.
(e non ho menzionato né Beirut, né la Siria, né Garissa)

A proposito di Charlie…
Non è che con Charlie Hebdo ci siamo fatti un pochino distrarre? Tutti i discorsi sul fatto che il settimanale satirico “fosse a rischio” perché troppo irriverente ed irrispettoso di qualunque cosa… non ci hanno portato un pò fuori strada?

Parigi brucia?
No, Parigi non brucia. Parigi è ferita. E, con essa, è ferita l’Europa (se solo lo volesse…). Certo, è facile dirlo da qui… Ma uno dei commenti più belli l’ha riferito Andrea Bocelli, parlando di una ragazza davanti al Consolato francese di Milano: “Sono qui per ricordare prima di tutto a me stessa e al mio paese di  non avere paura“. Oppure, ma il senso non è poi lontano, come dice Melenchon: possiamo avere paura e da questa paura trovare il coraggio, solo gli incoscienti non hanno paura.
Possiamo farci prendere dal panico. Approvare un “Patriot Actà la francese. Oppure no.

A la guerre comme à la guerre
Sento ripetere a spron battuto che “siamo in guerra”… Contro chi? Il problema non è certamente il DAESH, non solo, visto che prima di loro dovevamo affrontare Al-Quaeda. Qualcuno parla da dove arrivano i soldi degli islamisti? Nessuno ha mosso in dito contro Turchia (sì, Turchia!) e Arabia Saudita.
Le stesse domande le ripropone, lucidamente, anche l’ex primo ministro francese Dominique De Villepin, il quale ha ricordato le radici lontane del fenomeno DAESH (Iraq, Libia…) e che “Ayons conscience que nous avons nous-même en grande partie enfanté l’Etat islamique. Nous nous sommes enfermés dans un cercle vicieux“. Ma, soprattutto, Villepin ha ribadito che con questa retorica: a) si fa esattamente il gioco del DAESH, trovandosi finalmente i “crociati” che cercava; b) si legittimano i terroristi come combattenti.
Scrive molto bene The Guardian: “Et même si EI voulait réellement que cette nuit de massacre soit une déclaration de guerre, cela ne signifie pas que la France – ou le reste du monde-doive lui retourner le compliment. Parce que cela serait en effet un compliment. Déclarer la guerre à EI reviendrait à le flatter, lui accorder la dignité qu’il recherche avidement. Ce serait lui accorder le statut d’Etat, qu’EI revendique mais ne mérite pas. Cela reviendrait à confronter cette organisation meurtrière selon des termes qu’elle choisit elle-même, plutôt que selon nos propres termes.

Restons humains, restons républicains
Dobbiamo resistere all’egoismo collettivo” ha scritto un’amica.
Mettetela come volete, il senso resta il medesimo: la “società aperta” può vincere i suoi nemici solo con resilienza. Incassando i colpi, incassandoli tutti. Ballando sulle onde, se volete. Senza tradire sé stessa.
O crediamo di poter costruire un nuovo Stato sul modello nazista-orwelliano, di totale sicurezza (da chi? contro chi?), oppure dobbiamo accettare che libertà significa anche rischio. Ma, in questo modo, finiremmo esattamente nella direzione verso la quale i terroristi ed il DAESH vogliono condurci. Estremisti di destra e islamici lavorano per lo stesso obiettivo, su strade diverse, ma con la medesima ideologia di fondo: chiedete a Breivik che società vuole e, con le debite differenze marginali, non sarete lontani dal modello di Al Baghdadi.
Anche questo dovrebbe essere il senso dell’hashtag #PourteOuverte.
Così abbiamo battuto il terrorismo nostrano negli anni ’70: non chiudendoci, non facendo barricate, bensì andando a fare breccia nella fortezza che i terroristi si erano costruiti intorno.
Qualcosa di simile ha scritto Ascanio Celestini:

Faccio un paragone che sembra azzardato, ma sono convinto che non lo sia. Nel nostro paese è stato possibile chiudere i manicomi perché gli infermieri e i medici che ci lavoravano si sono ribellati contro i medici e gli infermieri che gli lavoravano accanto e volevano (per paura, per interesse personale, per ideologia, per stupidità, per morbosità) tenere in piedi quel tritacarne umano che era il manicomio.
La stessa forza dobbiamo trovarla nelle donne e negli uomini di religione islamica che vogliono e devono aiutarci a combattere dall’interno questo tumore spietato.

Condivisibilmente, lo scrittore David Van Reybrouck ha contestato dalle colonne di Le Monde la retorica bellicosa di Hollande, argomentando come dei tre valori fondanti della république ora si parli tanto e solamente di “liberté” (cosa, permettetemi di dire, estremamente di destra) e non si faccia menzione di “égalité“, né di “fraternité“. Due cose di cui avremmo particolarmente bisogno, soprattutto per sconfiggere il terrorismo. O, meglio: sconfiggere i presupposti su cui si fonda e di cui si alimenta.
E, giustamente, lo stesso Van Reybrouck ha concluso il suo pezzo ricordando come il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg dopo gli attacchi di Oslo e Utoya abbia parlato della necessità di “più democrazia, più apertura, più partecipazione“.
Per esempio, a partire da certe periferie…

Gli stadi, gli stadi!
“Those who would give up essential Liberty, to purchase a little temporary Safety, deserve neither Liberty nor Safety”
diceva Franklin.
Ancora meglio disse il presidente Pertini: “Abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia, non negli stadi“.
Restare fedeli ai valori repubblicani della Francia, ai valori fondanti dell’Europa non vuol dire solo affrontare le cause del terrorismo alla radice (conto di parlarne presto), ma anche che il modo di combattere questo fenomeno deve restare strettametne ancorato ad alcuni principi dello Stato di diritto.
Bene la polizia, dunque, bene anche le indagini giudiziarie. Ma mai e poi mai dobbiamo permetterci di ricorrere a qual che sia “scorciatoia” in questa sfida: no alle soluzioni improntate allo spionaggio diffuso, al controllo sociale o -peggio ancora- alla paura e al razzismo verso i mussulmani; no a forme di coercizione per ottenere informazioni… Prosegue The Guardian nell’articolo citato: “Dans ce climat, il peut être impopulaire d’appeler à la réflexion et l’examen. Mais si l’on a le sentiment que les valeurs de l’Europe sont en danger, alors la dernière façon de protéger ces valeurs seraient de les démanteler.
Lo so che è difficile, ma se per non perdere la sfida, perdiamo i nostri principi, abbiamo perso avremmo perso molto più che uno “scontro di civiltà”. Avremmo perso noi stessi.
Restiamo saldi a quei principi, perché sono l’unica cosa che ci distingue dalla barbarie del DAESH.
Chiedete ai soldati o ai partigiani che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale.

Mot d’ésprit
Comunque, dobbiamo rendere atto ai francesi di saper uscire con dignità dalle situazioni peggiori. Con spirito, senza dubbio.Fra i miei preferiti: a) i disegni di Joann Sfar, sopravvissuto all’attaco a Charlie Hebdo; 2) la copertina di Charlie Hebdo; 3) francesi/parigini che si rallegrano di non essere più odiati; 4) quelli che si preoccuopano di Paris Hilton (sic!); 5) il volume troppo alto al Bataclan?; 6) gli ultras di Marsiglia. Qui una carrellata.
Senza dimenticare un tweet che non trovo più, secondo cui “se bere un bicchiere o andare a ballare sono atti di guerra, mi preoccupo per voi terroristi… siamo super allenati!

"Loro hanno le armi, noi lo Champagne. Li smerdiamo"

“Loro hanno le armi, noi lo Champagne. Li smerdiamo”

tweet

Oh, senza dimentica John Oliver…

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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