In the land Oz: cuore rosso (e boomerang che non ritornano)

Parlando del Capodanno a Sydney avevo scritto che, probabilmente, qualche disguido nell’organizzazione è derivato dal fatto che non fosse una cosa che ritenevo imprescindibile.
L’esatto opposto è invece accaduto con l’Ayers Rock / Uluru.

Vedere Uluru era una di quelle cose che ritenevo fondamentali, imperdibili di un viaggio in Australia.
La roccia rossa non solo ha mantenuto pienamente le aspettative, ma ha ampiamente ripagato di tutti i piccoli “disguidi” che questa tappa ha comportato.

Così, dopo qualche giorno a Melbourne, mi son prenotato il volo verso il “Red Centre” dell’Australia: il centro rosso, quell’enorme deserto che si estende fra il Northern Territory, South Australia e Western Australia e che tuttora è il cuore della cultura aborigena più intatta.
Tre ore di volo mi hanno catapultato in un mondo lontanissimo dalle metropoli del sud-est del continente, in un aeroporto minusco, che sembra uscito da vecchi film d’avventura, con poche o nessuna comodità, asfissiato da un caldo pazzesco e circondato dalla sabbia rossa del deserto centrale.
Dall’aeroporto Connellan gli autobus ci hanno immediatamente condotto alla “città” di Yulara: più che una città -come gli australiani insistono a chiamarla-, un resort per turisti i cui unici abitanti sono, appunto, i viaggiatori e lo staff degli alberghi.
Per carità, a Yulara esistono anche ristoranti, uffici postali e bancari, supermarket… ma tutto è palesemente funzionale al turismo verso Uluru.

Un mondo a parte.
E paradossale.

Il caldo è persino peggiore di quanto ricordassi da Adelaide e ben peggiori sono le mosche: migliaia, forse milioni, che non ti mollano mai. Probabilmente sono così tante per l’enorme popolazione di cammelli selvatici (importati a fine 1800) che infesta la regione e presso i quali trovano condizioni ideali per proliferare. Un disastro ecologico enorme, e non è il solo causato dai bianchi da quando sono qui…
Alla fine, proprio per sopravvivere senza impazzire, ho dovuto cedere all’acquisto di una rete per il volto.

Il primo giorno passa senza particolari attività, solo la sera decido di andare a vedere il tramonto sulla roccia da uno dei punti d’osservazione ricavati nel resort.
Poi subito a dormire: “domattina” sveglia alle 4:00 e si parte per il trekking attorno ad Uluru all’alba.

Uno spettacolo è ancora dir poco!
Vedere l’Ayers Rock approcciarsi sempre più mentre tutto intorno è ancora scuro e solo un filo di luce schiarisce il cielo in sfumature di blu, vedere il monolite di un blu scuro delinearsi sempre più rispetto al cielo che assorbe i primi raggi di luce è un’emozione che mi lascia senza fiato.
Mi ero sempre domandato cosa mai fosse quella “sindrome di Stendhal” di cui ogni tanto si parla riguardo a certe opere d’arte: osservando Uluru prima dell’alba l’ho capito.

E questo mi porterebbe a tante riflessioni sul rapporto fra arte e natura, o, meglio, sulle nostre reazioni ad arte e natura: forse noi europei siamo tanto “abituati” all’arte che ci circonda che la cerchiamo insistentemente anche negli altri continenti, ma al contempo non siamo più così in grado di comprenderne la grandezza.
Viceversa con la natura, da noi troppo “addomesticata”.
Credo fosse Kant che parlava del “sublime” come di quel sentimento di ammirazione e paura che l’uomo prova dinnanzi alla maestosità della natura. Ecco, questo ho provato avvicinandomi per la prima volta a Uluru.

La camminata (poco più di 10 km- dalle 5:30 alle 11:00 di mattina con un passo molto tranquillo e vari stop per osservare l’Ayers Rock) procede tranquilla, senza intoppi o preoccupazioni di sorta: è caldo, ma tollerabile.
La guida ci accompagna mostrandoci le bellezze e peculiarità di Uluru, la sua formazione, le storie e leggende aborigene del tjukurpa e illustrandoci tutto quello che non potremmo mai sapere (per rispetto della cultura anangu, l’amministrazione del parco…
Una scoperta dietro l’altra: l’amministrazione condivisa, il segreto (mistero) che ancora avvolge tantissime parti del tjukurpa e il rispetto che -ora!- i bianchi portano per la cultura aborigena, la gestione delle piante (i bushfire essenziali per la loro crescita), le pitture rupestri…

Finita la camminata torniamo al resort, cerco di dormire un paio d’ore e verso le 16:00 ritorno al parco nazionale per un’ultima camminata presso Uluru, la visita del Cultural Centre e l’osservazione da un punto più prossimo del tramonto.

Spettacolare.

La mattina dopo mi sveglio prima dell’alba per osservare il cielo stellato privo di inquinamento luminoso e l’alba su Uluru; partecipo a qualche attività illustrativa della cultura aborigena: camminata fra i giardini del resort con una guida che ci spiega le proprietà delle varie piante (tea-tree, spinifex e alcuni frutti del deserto, ricchissimi di proprietà nutritive ma totalmente privi di zucchero: nessuna sorpresa che coi cibi occidentali gli aborigeni abbiamo cominciato a soffrire terribilmente di diabete), i costumi e abitudini degli aborigeni anangu.
Fra essi, scopro che i boomerang non ritornano!
La guida ci spiega che ne esistono molte fatture diverse ma solo una (secondo lui) torna. Tutti gli altri devono servire per rompere le ossa degli animali, quindi sono troppo pensanti e con un’aerodinamica non adatta a tornare, anche perché sarebbe pericolo per il cacciatore vederselo venire incontro!
In sostanza, il boomerang che torna sarebbe solo un modello leggero usato presso la costa per spingere gli uccelli ad abbassarsi e poi colpirli con quelli più pesanti…
Da piccolo, avevo provato per anni a farne tornare uno dopo averlo lanciato, sempre senza successo… è stato un pò un sollievo scoprire che un motivo c’era e non dipendeva da me!

Al pomeriggio torno nuovamente al parco, per l’ultima volta, per un tour attorno a Kata Tjuta / The Olgas, l’altra formazione rocciosa della zona. Dovremmo fare una camminata attraverso la Valley of Winds, ma le temperature troppo alte ce lo impediscono, così ci limitiamo ad una visita alla Wapa Gorge.
Il tour termina di nuovo con l’osservazione del tramonto, stavolta verso Kata Tjuta e comodamente accompagnato da bottiglie di vino aperte dal tour-operator.
Un pò troppo per i miei standard di viaggiatore, ma è gradevole.
Durante il viaggio di ritorno, la piacevole scoperta di “True blue” di John Williamson e la consapevolezza che a Yulara siamo assurdamente più vicini ai satelliti che orbitano sopra la terra (300 km di altitudine minima) che alla città più vicina (Alice Springs è a più di 420 km)!

Per l’ultima mattina non resta che impachettare tutto… vorrei portare via con me un pò di sabbia rossa, ma qualche guida aborigena mi ricorda che per loro è terra sacra e sarei “coursed” se la prendessi. Un pò per paura / scaramanzia, un pò per rispetto, desisto.

I bus ci riportano all’aerporto, rapido check-in e siamo di nuovo pronti volare: dall’alto vediamo ancora una volta Kata Tjuta, Uluru e il deserto rosso che li avvolge…

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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