Non credo di avere molto, almeno non molte cose intelligenti, da aggiungere a quanto tanti (troppi) commentatori dicono e ripetono nei vari salotti deputati a queste analisi.
Tuttavia mi stupisce che non si siano dette almeno due cose:

  1. Da almeno la seconda metà del ‘900 (ma anche prima), il terrorismo è stato una costante in Europa e non solo.
    Ora tutti si agitano per Parigi e Bruxelles, come prima ci sia944655_10209475115338659_1658111589110066447_nmo agitati per Londra e Madrid. Giustamente. Ma nessuno ricorda che in Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito etc. etc. etc. il terrorismo è stato una costante, anche con attacchi dinamitardi, per tutti gli anni ’60-’70-’80-’90. Vogliamo fare qualche nome, per rinfrescarci la memoria? ETA, IRA, BR, Ordine Nuovo & vari fascisti italiani, RAF, indipendentisti corsi…
    Alzando appena lo sguardo, è facile notare come furono terroristi (di destra!) ad uccidere un capo del governo in carica, in Israele nel 1995: Rabin; sempre nel 1995 vi fu il più grave atto terroristico con armi chimiche: la metropolitana di Tokyo.
    E non sono forme di terrorismo i vari pazzi armati di Columbine o di altre stragi americane?
    Temo sinceramente che questa attenzione morbosa per il terrorismo contemporaneo sia dovuto a ragioni squisitamente ideologiche: l’Islam.
    Qualcuno mi ha obbiettato che questo terrorismo colpisce “persone che non c’entrano nulla“. Vero: ma forse i ragazzi che andavano nei bar di Londra colpiti dall’IRA c’entravano qualcosa? C’entravano forse qualcosa le persone in banca a Piazza Fontana o alla manifestazione in Piazza della Loggia? E quelle alla stazione di Bologna? No. Il terrorismo non colpisce mai “chi c’entra”.
    Storicizzare tutto“, diceva un saggio. Se storicizziamo il terrorismo presente fa molta meno paura.
  2. Una giornalista, ieri sera in tv, lamentava di non sentirsi sicura nonostante le camionette della polizia e dell’esercito in strada nella sua via di residenza a Roma.
    Ma crediamo veramente che siano le persone armate in strada a poter fermare in terrorista? Nel momento in cui questo arriva in strada armato, è già troppo tardi: riuscirà già raggiungere il suo scopo.
    Il terrorismo va fermato prima.
    E, se è così, non è un pessimo impiego delle risorse avere tutte queste forze dell’ordine in strada, anziché a fare lavoro di indagine? Io credo di sì…
  3. Sempre in un servizio tv di ieri (culla del sapere…) venivano intervistati residenti di una grande città italiana: alla domanda se avessero paura, tutti hanno risposto di sì.
    Ora, non voglio fare lo spaccone: se mi trovassi in un attacco, probabilmente urlerei come un porco mentre lo macellano. Ma, nonostante questo, non ho paura. Non ora, almeno.
    Certo, vivo in un posto che non ha subito attacchi. Ma non ho avuto paura neanche quando ero a Londra o a Parigi.
    Il punto, secondo me, è che non dobbiamo e non possiamo avere paura: non dobbiamo, perché così facendo, favoriamo il loro folle gioco alla militarizzazione (che non porta a nulla) e magari finiremmo per chiuderci in casa; non possiamo, perché ancora oggi sono maggiori le probabilità di schiantarsi in auto che quelle di essere ammazzati da un terrorista.
    Voi avete paura di schiantarvi al punto di non prendere più l’auto?
    Può sembrare un ragionamento ridicolo, lo comprendo. Ma la nostra mente deve anche selezionare quali sono gli elementi rilevanti per regolare la nostra vita.
  4. Qualcuno dice che questa è una “guerra dispari” perché loro, i terroristi, sono disposti a farsi ammazzare.
    Non concordo affatto.
    A parte che questa non è una guerra: la guerra, il conflitto armato, ha luogo per definizione fra forze con un comando responsabile, chiaramente identificabili, che occupano un territorio. Il terrorismo non risponde a nessuna di queste definizioni: certo, ha un comando, ma questo comando non è gerarchico ed in totale controllo delle azioni; sicuramente non è chiaramente identificabile e non porta uniformi; sicuramente non mira ad un controllo del territorio (non qui in Europa, almeno).
    Ma, aldilà di questo, la guerra non è dispari perché i terroristi sono disposti a suicidarsi nei loro attacchi: anche i kamikaze giapponesi lo facevano, ma nessuno avrebbe mai pensato di qualificare la guerra USA-Giappone come “dispari”.
    Lo scontro col terrorismo è dispari perché il terrorismo, per definizione, è figlio di un’azione individuale, potenzialmente irrintracciabile: il terrorismo è il gesto di un singolo (organizzato in gruppo magari, ma alla fine il suo gesto è singolo), esattamente come quello del piccolo criminale.
    E come la criminalità va affrontato.
    Ma per la lotta alla criminalità esistono precise regole e limiti! O vogliamo forse immaginare una società in cui ogni porta, ogni mezzo pubblico è dotato di metal-detector o body-scanner? Io no.

Chi mi legge sa che non rientro fra coloro che dicono “no” ad ogni intervento militare a prescindere: credo, ad esempio, che una missione con un mandato chiaro in Libia potrebbe essere opportuna.
Ma credo, prima di tutto, che per vincere questa sfida dobbiamo continuara a dimostrarci solidali, come avevo già scritto in passato: restiamo umani. Come questo ragazzo:

images.duckduckgo.com

Un ragazzo che noi lasciamo fuori dall’Europa, magari con la scusa che “potrebbe essere un terrorista” (!!). Sarà, ma a me questa affermazione ricorda molto quella della donna-cecchino di Sarajevo riportata da Gino Strada nel suo “Pappagalli verdi” che dopo aver sparato ad un ragazzino di 6-8 anni risponde “fra dieci anni ne avrà 16“. Sottointeso: e sarà un soldato. Ulteriore sottinteso: è già un nemico.
E invece uno diventa “nemico”, non ci nasce: lo diventa a Molenbeek, così come quarant’anni fa lo sarebbe potuto diventare in un’officina FIAT.
Ma aveva ragione Pasolini quando scriveva che dovevamo sforzarci di capire “perché un ragazzo diventa fascista” negli anni ’70. Dobbiamo sforzarci di capire, non di militarizzare.

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