beach, 3:00 am-6:30 am

Non è ancora suonata la sveglia, lo intuisco, provo quindi ad afferrare la coperta e riaddormentarmi immediatamente, nonostante il brivido di freddo che viene dal mare e che mi ha fatto svegliare. Ma dura pochissimo, come mi aspettavo: neanche un paio di minuti dopo aver chiuso gli occhi, sento il telefono che comincia a squillare. E’ ora.
La prima cosa che noto è che non ho mal di testa. Strano. Bene.
Forse semplicemente il freddo m’ha congelato il cervello. Meglio così.
Vado alla finestra e vedo la giornata grigia, senz’alba apparente. La pioggia, sottile ma fitta, ha oscurato anche il sole che dovrebbe sorgere e dalla stanza si vedono solo due colori: le sfumature di verde dei pini e del prato e un grigio fumoso e variegato che copre tutto il cielo.
Ma non c’è un incendio a causare quel fumo. Non lì fuori.
La tentazione sarebbe quella di tornarmene a letto, tanto il proposito di correre col sole che sorge è ormai comunque fallito. Ma so già che comunque non riuscirei a riaddormentarmi? E, se anche vi riuscissi, comunque dovrei essere in piedi fra un’ora e mezza.

Allora non resta che tirar fuori la maglietta verde dell’Irlanda, indossare i pantaloncini, assicurarmi di avere le chiavi e l’ipod, infilare le scarpe ed uscire.
Darsi un senso. Darsi un contegno.

Per quanto la corsa come sport non mi abbia mai attratto particolarmente, ho sempre trovato qualcosa di affascinante nel correre nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili. Neve, soprattutto, ma anche con la pioggia.

Allora esco. Scendo i due piani di scale che mi portano all’ingresso, lascio che la porta a vetri mi si apra davanti e mi trovo sotto le gocce di pioggia.
Per un momento ho un tentennamento: quella porta si riaprirà poi al mio ritorno? La notte è stata bloccata e il pensiero di restare sotto la pioggia sino a che qualcuno non scenderà ad aprirmi non mi entusiasma. Vorrei fare una prova, ma a questo punto sono comunque chiuso fuori: cosa cambierebbe? Twende, andiamo.

Attraverso il prato che circonda l’edificio prima di arrivare alla spiaggia e poco dopo sento sotti i piedi quella sensazione data dal terreno pastoso della sabbia bagnata, stabile ma plastico. Una sabbia che assume quasi un colore di ruggine.
Poche falcate e sono di fronte al mare.
Non conosco questo tratto di costa, quindi la scelta su quale direzione prendere è affidata al caso. In ogni caso non è importante.

La spiaggia è ancora deserta, frutto della fortunata combinazione fra la mattina ancora fredda, la pioggia e l’orario che dissuade i più. Eppoi non è stagione per turisti. Potrebbe partire in lontananza il ritornello “mare mare /non ti posso guardare così…“, ma non è la mia colonna sonora.
Quella la affidiamo alla selezione dell’ipod.

Comincio a mettere le falcate in fila, spingendo i piedi uno dietro l’altro mentre mi godo “Guiding light” nelle orecchie e l’acqua che mi batte in faccia: sembra la scena con Forrest Gump che descrive la pioggia che gli arriva da ogni direzione, ma è esattamente quel che cercavo. Chissà perché poi.

Probabilmente non dovrei abusare della canzone dei Television, ma l’umore è quello delle situazioni che la rendono necessaria. Eppoi ancora non sento il suo effetto positivo venir meno. Strano non abbia pensato a Springsteen… Forse è stato l’abbinamento con la successiva “True Blue” a convincermi, forse. Forse perché anche io mi chiedo “Darling, darling /do we part like the seas? The roaring shell, /The drifting of the leaves“. Forse perché cerco di convincermi che tutto è ridotto a “Standing by your mate, when he’s in a fight /oh, she’ll be right“.
Le falcate continuano a sussegguirsi, mentre lentamente smetto di esser stupito del fatto di non aver mal di testa.

Mi pare incredibile: forse è il freddo, forse l’ossigeno puro della spiaggia deserta spazzata da un vento marino a non farmi sentire né l’alcool che devo avere ancora in corpo, né il sonno. Ma la spiegazione non mi convince… Sarebbe troppo semplice.
Ieri sera abbiamo chiuso alle 3:00. Cioè: questa mattina abbiamo chiuso alle tre. In realtà l’unico ad aver chiuso alle 3:00 son stato io… In ogni caso, questo significa che in corpo ho poco più di tre ore di sonno, molta vodka, abbastanza rum e una certa dose di assenzio. Più un cocktail del quale non ricordo esattamente cosa contenesse, ma di cui ho chiaro in mente il colore blu brillante come il mare caraibico e un certo gusto di cocco.

Sto pensando a tutto questo mentre corro? Certamente no.
Non sto pensando affatto, probabilmente è anche per questo che ho scelto di andare a correre. Perché sì, questo tempo da cani che ad Hamburg chiamerebbero “una bella giornata” tira fuori quel lato nordico e folle che c’è in me e che si esalta coi grigiori del cielo, col vento contro, ma una corsa del genere -in queste condizioni improbabili- ha anche il non secondario vantaggio di cacciar via qualsiasi pensiero.
Forse l’unico pensiero che ho ancora in testa è non urlare troppo forte le canzoni che mi rimbalzano dalle cuffie: sia perché è presto, sia perché corro comunque davanti a degli alberghi e un minimo di ipotetica reputazione ancora mi preoccupo di conservarla.
Forse…

Di certo, fra la musica, le falcate coi muscoli che cominciano a sentire la tensione e la maglietta che si fa pesante e fredda dalla pioggia, di certo in tutto questo non sto pensando né all’ora in cui sono andato a dormire, né ai drinks che mi hanno tenuto sveglio, né alle discussioni che mi hanno fatto incazzare e venire conati di vomito, né a chi mi ha tenuto compagnia, né a perché ho cercato di tracannare alcool come fossi appena divenuto diciottenne, né al perché abbia scelto di espormi alla vergogna di continuare a bere al punto che gli altri si abbiano a domandare di cosa stia cercando di punirmi.

Sarebbero troppe cose cui pensare, se anche cercassi di farlo.
Ma il bello è che non devo neppure sforzarmi di evitarlo… le falcate lo fanno per me.

Certo, ora che sono rientrato in stanza, ora che i vestiti bagnati e l’acqua che mi scende dai capelli coprendomi la faccia cominciano a diventare più un fastidio che un piacere, ora che attendo che dalla doccia esca acqua calda e comincio a maledire la pessima idea della corsa mattutina, ora qualche pensiero su ieri sera mi torna in testa.

Parte di me comincia anche a pensare che uno shot di vodka potrei farmelo subito, dopo la corsa e prima della colazione. Magari uccide l’hangover, preventivamente. O magari uccide me. Non credo di voler rischiare. Forse è solo uno strascico di ieri notte, ancora quella volontà di star male, quasi a punirsi. Dev’essere così per pensare a bere di prima mattina. O così, o sono un alcolizzato.
Ma i pensieri ora son qui.
E la vodka resta lì, forse mi guarda male, forse con sollievo. Ma per me o per lei?

Non ho neanche lontanamente voglia di tornare a pensare al tema del dibattito, all’esame fallito. Anzi, spero di non pensarci proprio mai più. Di non sentirlo più in vita. Mi fa solo venire nausea. E son certo che non è causata dall’alcool.
Non posso tuttavia evitare di pensare ad un paio di cose…
Perché cerchi di punirti in questo modo?” mi aveva detto mentre sorseggiavo assenzio dalla fiaschetta e acqua tonica. Più acqua tonica che assenzio, alla fine. Non avevo affatto pensato di punirmi, anzi: ero semplicemente convinto che nella vita di un uomo vi debbano essere dei momenti nei quali bere, bere e bere. Anche senza motivo. E poco importa cosa ne sarebbe stato della mattina dopo.
Un motivo un pò l’avevo: pensavo sarebbe stato divertente. Ma il divertimento, se mai è cominciato, è finito molto tempo fa… almeno quando hanno ripescato la dannata discussione sull’esame.
E perché son qui a bere con un pubblico? Perché pensavo che così avremmo almeno bevuto in due! Bere da soli è triste, ma bere con un pubblico dev’essere addirittura uno spettacolo patetico. Lezione per il futuro.

Avrei dovuto prender nota delle stanze delle studentesse e presentarmi da loro con la bottiglia di vodka… No, decisamente meglio non averlo fatto. Nella scala del patetico accettabile, quello sarebbe stato un gradino di troppo. In effetti, non era neppure fra le possibilità contemplate.
Il che restringeva di un bel pò le opzioni rimaste.

In effetti, probabilmente un pensiero non detto, una motivazione chiara ma taciuta per chiederle di passare per il “bicchiere della staffa” c’era. Booty call, perché detto in inglese può sembrare comunque altro.
Eppoi, davanti a quel cocktail troppo tropicale per il mare di una primavera ancora fredda e piovosa, qualcuno l’aveva detto. Sagacia, forse. Allucinazione. O provocazione: “Da quanto state assieme voi due?“. Chissà in quanti l’hanno sentita. Io l’ho sentita. O l’ho sognata? E da dove arrivava quella domanda così? Se di intuito si trattava, da dove derivava quell’intuizione? Un’intuizione per la quale meno che mai credevo di aver lasciato tracce; della quale io stesso non avevo un’idea chiara…
Booty call.
Perché forse le intuizioni non necessitano poi di tanti indizi. Né di chiarezza. Né di un proposito logico. Né di un orizzonte onesto.
Forse chiamarla booty call era solo il modo per sviare me stesso prima di tutti.
Ma se di booty call si trattava, avrei dovuto fare qualcosa diverso rispetto a sorseggiare alcool.

Ho risposto alle mie domande mentre cerco di convicermi a chiudere l’acqua calda che dovrebbe lavarle via? Non credo, ma dovrò uscire dalla doccia prima o poi.
Chiudo dietro di me la porta della stanza, rifaccio le scale per la terza volta e mi avvio all’ingresso. Davanti a me ci sono due delle studentesse che guardano fuori per stimare la pioggia che le separa dalla mensa dove dovremmo fare colazione. Incrocio i loro sguardi e penso con sollievo che non ho bussato alle loro porte ieri notte. Chissà loro cosa vedono nella mia faccia, le occhiaie da poco sonno e mal di testa incipiente o lo sguardo fresco di chi è stato abbastanza strong willed da alzarsi per correre di prima mattina?
Decido di ignorare il problema, varco la soglia e mi avvio verso la mensa senza curarmi di tirar su il cappuccio sopra la testa.

Troppa gente al tavolo. Troppa. Evito qualsiasi sguardo e mi dirigo al thermos di thé bollente. La vista del cibo mi dà fastidio, ma il thé posso reggerlo. Anzi, ne ho proprio bisogno.
Con la tazza non zuccherata in una mano, afferro una sedia. Il capo di fronte a me, leggermente a sinistra, chiacchera con gli studenti e guarda altrove. Lei immediatamente a destra.
Avevo pensato a trovare un posto a sedere più lontano, ma parte di me voleva la sedia più vicina, parte di me proprio quella al suo fianco. Quasi vi fosse un senso, un’intimità ancora da segnare dopo troppo alcool e discorsi troppo volgari, troppo intimi e troppo insensati.

Oltre ad una nuova tazza di thé, l’unico pensiero in testa è quello di non aprire bocca. Un pensiero che si combatte con quello di mettere in chiaro che il mio spettacolo decadente resti fra noi.
Uno studente dice d’essere stato piacevolemente sorpreso nell’averci visto uscire per un drink la sera. “You know nothing“, riesco a mormorare con un mezzo sorriso. E quattro sguardi complici. Due più complici degli altri.

I miei pensieri ancora duellano. Fortunatamente lei si alza prima che arrivino allo scontro diretto.
Ancora una tazza di thé. Fra mezz’ora il dibattito.
Ancora una tazza di thé, sperando nel frattempo di aver ritrovato almeno contegno.

Immagine

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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