saggezza popolare sulla Brexit

La signora sull’autobus discerne di Brexit con una sua conoscente: “Sono voluti uscire? Bene, adesso che facciano da soli…“. Ed io penso che, sì: ha ragione signora! Dio stramaledica gli inglesi! E che ci diano indietro Gibilterra, i fregi del Partenone, i quadri di Giorgione, le Malvinas…
L’idea degli inglesi felloni, vigliacchi e fedigrafi, si fa strada dopo il voto sul referendum riguardo la permanenza nell’UE. Ed è un’idea che ha un suo fascino. Perché, in fondo, tutti sappiamo che gli inglesi hanno fatto una colossale cavolata.

Poi l’autobus si ferma, le signore scendono ed il loro discorso cambia su chissà quale tema della quotidianità. Ed io comincio a chiedermi come si comporterebbero queste stesse signore se domani si ponesse la questione della permanenza dell’Italia nell’Unione Europea; se un qualche Salvini o Farage di turno venisse a chiedere a loro cosa ne pensano -perché “il popolo è sovrano”-; come reagirebbero se qualcuno ripetesse alla nausea di tutti i soldi che mandiamo a Bruxelles o se girasse con un autobus dipinto con la promessa di investire tutta quella montagna di soldi nei nostri ospedali…
In realtà non mi so dare risposta. Perché a parte una piccola percentuale di persone con le idee chiare (o meglio: decisi, in un senso o nell’altro, magari senza avere affatto chiaro il tema della discussione e le sue implicazioni); la grande maggioranza di noi e, credo, di quasi tutti gli europei non ha affatto una posizione granitica riguardo l’UE.
Potrebbe bastare assai poco per spostare gli equilibri in un senso o nell’altro e il fascino di “riprendersi la propria sovranità” è grande; così come l’illusione che in quella sovranità si nascondano le risposte a tutti i problemi che adesso i nostri Stati non sanno risolvere.

Il fascino di questo ragionamento è enorme, e non potrebbe essere altrimenti, specie vista la sua lapalissiana semplicità: i cittadini sono in crisi perché lo Stato non funziona; lo Stato non funziona perché non ha il potere di fare le cose; lo Stato non ha il potere di fare le cose perché è legato da troppi vincoli e troppi poteri esterni. Dunque, riprendiamoci il potere!

Difficile, forse inutile, spiegar loro che così facendo non riprendono alcun poter. Semmai, si riducono ad abdicarvi definitivamente, visto che nessuno Stato può pensare di risolvere da solo i tanti problemi che coinvolgono la comunità globale.
Tanto per fare un esempio, le imprese del Regno Unito post Brexit sarebbero con ogni probabilità comunque tenute a rispettare le normative comunitarie per poter esportare i loro prodotti in Europa. Senza che i parlamentari britannici possano mettervi parola!

Anche per questo, e considerando gli sviluppi degli ultimi giorni, comincio a maturare l’idea che alla fine non vi sarà alcuna Brexit.
Giustamente, per parte sua l’Unione Europea sta usando il “pugno duro” con gli inglesi per dirgli di fare in fretta, che non aspetterà giochetti, e mettendo in chiaro che non vi saranno mezzi accordi commerciali di comodo. Soprattutto, i leader europei non concederanno all’UK di rimanere come membri di un “mercato comune” (l’unica interpretazione da sempre accettabile per i britannici dell’UE). In questo senso, è veramente ridicolo il voto di M5S con Le Pen e Farage per dilatare i tempi degli accordi d’uscita. Se questo è il modo in cui pensano di “riformare l’UE dall’interno”, non hanno capito nulla.
Ma non solo: pure la Scozia si muove per evitare di lasciare l’UE, con un potenziale secondo referendum sull’indipendenza che causerebbe una crisi costituzionale profonda per il Regno dis-Unito ed i cittadini di sua maestà si mobilitano. Posto che il referendum era meramente consultivo, il Guardian invita i britannici a spingere perché i parlamentari votino contro l’attivazione dell’art. 50 TFUE. L’ipotesi era già nota, ma alla luce dell’esito del voto potrebbe prendere consistenza: i parlamentari di diversi mandamenti potrebbero essere spinti a votare contro l’uscita-così come quelli del Labour.
Tutto questo senza considerare gli aspetti economici: Standard & Poors ha già proceduto ad un doppio downgrade del rating del debito del Regno Unito da AAA ad AA ed outlook negativo. Enorme pressione per il rischio finanziario che potrebbe far riconsiderare a cittadini e parlamentari le scelte fatte.

Se così non fosse, continuo a rimanere dell’avviso che per l’Unione Europea questo non sarà una tragedia. Con ogni probabilità, ci attenderanno un paio di anni “ballerini” con tensioni sui mercati. Ma non possiamo dire che sarebbe una novità…
Anzi, come ben scritto sempre nel Guardian, in definitiva l’addio del Regno Unito potrebbe essere un vantaggio: potrebbe spingerci ad una maggiore integrazione politica a livello europeo e, soprattutto, rimuoverà un grosso ostacolo a questo necessario dibattito. Cito:

Had remain won the referendum, the EU would have become hostage to British sabotage. Future British prime ministers would veto any fundamental change involving the transfer of sovereignty, arguing, correctly, that their people had voted only for the current set-up of the EU. Britain would continue to demand ever more opt-outs and concessions – playing to the fantasy that membership is a British favour to the rest of Europe. […]
The problem with Britain was not that it was critical of the EU. The problem was bad faith and delusional thinking. As the referendum debate has shown, the country has not come to terms with its own global irrelevance – hence its refusal to pool sovereignty. It continues to believe that as a sovereign nation it can get everything it had as an EU member, and more. When Europe’s democrats talk about “EU reform” they mean putting arrangements in place to make Europe’s pooling of sovereignty democratic. Britons mean the rollback of that very pooling of sovereignty.

Quello che l’Europa dovrebbe fare per superare “indenne” questo scossone è riaprire un ragionamento mai veramente affrontato sulla sovranità continentale e, con esso, sul contenuto e direzione da dare a questa sovranità.
Luyendijk sul Guardian parla della necessità di un “forum europe” per le politiche che riguardano tutto il continente (un passo in questo senso è stato fatto con le candidature delle ultime elezioni del parlamento europeo, ma è ancora troppo poco): occorre accettare che alcune cose dovranno essere decise a Bruxelles ed occorre fare in modo che la decisione avvenga in modo politico, democratico e transnazionale, ovvero con dibattiti veramente continentali e comuni a tutti gli Stati membri, orientati in modo coerente. Occorre, insomma, scavalcare i confini.
Questo comporta altresì un confronto sui contenuti delle decisioni: sarà necessario che Bruxelles divenga, come Berlino, Roma, Parigi, Madrid… veramente luogo di visioni contrapposte, dibattito e sintesi. Non di accondiscendeza pacifica, sommessa e timorosa. Sarebbe forse troppo pensare di adottare un “Italicum” a livello europeo, ma sarebbe necessario che anche nel Parlamento Europeo finalmente si arrivasse ad una maggioranza politicamente definita: progressita o conservatrice; non più al patto “all inclusive” fra popolari e socialisti che, di fatto, lascia fuori solo gli “anti-europeisti” à la Farage-Salvini-Le Pen. Il semplice dibattito austerità/flessibilità (oltre a essere sbagliato nei contenuti) è sbagliato nella direzione: riguarda sempre gli Stati nazionali. Un vero dibattito politico europeo dovrebbe riguardare il bilancio UE, dove indirizzare gli investimenti e quali politiche privilegiare (imprenditoriali-sociali?).

Le signore ormai si sono allontanate. Il dubbio che anche noi non siamo del tutto immuni alla retorica semplice, quello resta.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “saggezza popolare sulla Brexit

  1. Gli anni dieci di questo secolo si configurano sempre più come il decennio dello “scusa, non l’ho fatto apposta, avevo forato, non avevo il tight, c’è stata un inondazione, le cavallette, NON SONO STATO IO, GIURO SU DIO!”

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