Le fratture della Brexit

Quello sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea è un voto che dovremmo studiare con attenzione.
Non solo (o non tanto) per il risultato e per le sue conseguenza, ma per come vi si è arrivati.

La vittoria del “leave”, infatti, è frutto di un mix di cross-cutting cleavages socio-politici fino ad oggi troppo sottovalutati.
La maggioranza “silenziosa” che alla fine ha votato contro la permanenza nell’Unione Europea si è rivelata essere assai composita e, specie per il partiti di sinistra, la sua formazione e coagulazione attorno ad un tema così palesemente reazionario dovrebbe essere oggetto di attenta analisi.

Provo quindi qui a raccogliere alcuni topoi ricorrenti fra questi cleavages:

In realtà, parrebbe che alla fine questi segmenti dell’elettorato possano essere riassunti in due macrocategorie: “quelli che avevano qualcosa da perdere” e “quelli che non avevano nulla da perdere”.
I primi hanno votato “remain”, i secondi “leave”.
I primi erano -logicamente- recettivi rispetto al messaggio dei sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’UE, basato sugli enormi rischi che il “leave” comportava: crisi economica, perdita di posti di lavoro, perdita di investimenti e servizi…
I secondi, al contrario, si sono dimostrati sordi a questo messaggio: perché erano ormai persuasi che la loro situazione fosse già quanto di peggio possibile. Per contro, si sono lasciati sedurre dai messaggi di “speranza” (anche illusoria) di riprendere il controllo, di poter eliminare le cause del proprio malessere (immigrati, spese pazze per l’UE…).

Paura contro speranza, quindi.
Certo, questa è un’ulteriore esagerazione. Ma credo sia interessante provare a tracciarla, se non altro per il curioso parallelismo con un altro voto risoltosi si questa dicotomia: quello del referendum su Pinochet ben rappresentato dal film “No”.
Curioso ed inquietante, tuttavia, come la speranza in questo caso si sia dimostrata reazionaria.
Ma, forse, la chiave di lettura principale sulla speranza non è tanto la sua direzione (progresso/reazione), quanto la sua contrapposizione allo status quo: nel caso Brexit come per Pinochet, quello che contava era cambiare.

Non posso certo dire che gli elettori avrebbero votato “qualsiasi” cambiamento: con ogni probabilità un referendum come quello recentemente proposto in Svizzera per un rapporto fisso fra il reddito massimo di un dirigente e quello di un operaio non sarebbe passato.
Ovviamente, nella costruzione della coalizione elettorale del leave è stata determinante la decennale incubazione culturale di “euroscetticismo” britannico.
Ma non solo quella.

Un aspetto solo in parte paradossale è come queste fratture siano state in realtà create dalle politiche “neoliberiste” di una certa destra degli anni ’80 (la Sig.ra Thatcher in Inghilterra), che hanno distrutto un tessuto socio-economico che offriva alcune fondamentali garanzie alle fasce più deboli.
L’apparente paradosso risiede nel fatto che gli elettori colpiti da queste misure (“quelli che non avevano nulla da perdere”) per “punire” i governi che le hanno attuale (e quelli successivi) ora votino esattamente gli eredi di coloro che le adottarono, ovvero la destra più estrema.

Il che, sempre come apparente paradosso, ci porta anche a concludere che non solo la sinistra non è stata in grado di rivedere, cambiare e correggere in profondità quelle politiche, ma di fatto le ha anche accettate, diventandone in parte una rappresentante.
La sinistra si è limitata a smussarne gli aspetti più gravi, quando v’è riuscita. Ma non ne ha mai contestato l’impianto di fondo.
Ecco allora che non può sorprenderci come gli elettori indetifichino questa stessa sinistra come una forza dello status quo che li ha distrutti e che ora vogliono distruggere. Scrive infatti Federico Camagna:

In questo periodo di riflusso della globalizzazione, stiamo assistendo al passaggio di marea che segue la frantumazione degli stati-nazione nei loro due elementi costitutivi: lo stato e la nazione. La disintegrazione dello stato compiuta dal neoliberismo di marca anglosassone, ha portato alla resurrezione violenta del concetto di nazione, inteso come l’ultima frontiera possibile di aggregazione sociale. Nei discorsi di tanti populismi destrorsi, da Trump al M5S Italiano all’Inglese UKIP, lo stato, mutilato dal neoliberismo, viene sempre più identificato con una burocrazia pesante e assurda, dalla quale la nazione ha bisogno di liberarsi per non soffocare. Non la società, non l’umanità, ma la nazione. Oppressa non dal capitale, non dalla polizia (sempre più privata, come con G4S in UK), ma dallo stato. Quello stato o ‘superstato’ – nel caso dell’UE – che è percepito, in fondo, come il vero responsabile delle storture del capitalismo finanziario e il corruttore di sistemi come quello bancario che, se originassero direttamente dalla nazione, non potrebbero in alcun modo rivoltarlesi contro. Una volta rimossa l’influenza nefasta della burocrazia, il capitalismo rivelerebbe il suo volto umano, sorridente verso il popolo della nazione. Se negli anni ’30 del ‘900 il rigurgito nazionalista si alleava con la forma stato contro il capitale, diventando nazional-socialismo, oggi l’alleanza è tra nazione e capitale, nella direzione di un nazional-capitalismo al contempo neoliberale e identitario. In questo scenario, il ‘superstato Europeo’ non può che essere identificato proprio con quella burocrazia corrotta che si oppone all’estasi d’amore tra capitale e nazione, tra finanza e etnia.

Un passaggio ulteriore nell’ottimo articolo Federico Camagna su doppiozero aggiunge un punto troppo spesso dimenticato alla discussione:

Il problema è l’idea stessa di Europa, intesa come un superstato senza nazione, un’area culturale prima che politica, che favorisce il cosmopolitismo e la migrazione interna. Un’Europa che, come gli ebrei di Weimar, è al contempo sporca e pidocchiosa, e stravagantemente cosmopolita.

Credo di aver già scritto altrove -o forse è sempre rimasto in bozze- che l’Europa dovrebbe impegnarsi fortemente per costruire politiche sociali comuni. Queste politiche potrebbero rappresentare la risposta a due questioni: a) la tutela delle fasce più deboli; b) dare un senso di tutela all’UE.

[il post era già pronto poche settimane dopo il voto, purtroppo è rimasto in bozze a lungo… ritengo comunque utile pubblicarlo]

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Le fratture della Brexit

  1. Ho letto rapidamente… alle riflessioni aggiungerei il fatto che la stessa classe dirigente britannica in fondo è sempre stata poco o nulla ‘europea’, rivendicando la presunta diversità ed ‘eccezionalità’ del Regno Unito rispetto agli altri Stati Membri e con questo rifiutando sistematicamente ogni tentativo di ulteriore integrazione… Il paradosso se vogliamo è che il Regno Unito si è comportato all’insegna del ‘chiagni e fotti’, volendo condividere solo gli ‘onori’ e mai gli ‘oneri’… La stupidità della classe dirigente britannica sta nel non aver fatto comprendere ai cittadini che al Regno Unito avrebbe fatto comodissimo restare nell’UE come ci erano stati fino ad ora… a questo si aggiunge l’idiozia del calcolo politico, sia da parte di Cameron (sicuro di vincere), sia da parte dello Ukip che secondo me puntava ad una sconfitta di misura per poter semplicemente accrescere il proprio peso politico…

    • Verissimo, anzi: aggiungiamo che con l’accordo di febbraio, il Regno Unito sarebbe rimasto nell’UE con ulteriori eccezioni e benefici….

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