Riforma, sinistra e progresso

Non credo di aver mai parlato in questo blog del referendum costituzionale che ci attende nei prossimi mesi. Non l’ho fatto per svariati motivi: noia, in parte; ma soprattutto la stanchezza nel sentire troppe voci che non hanno nulla da dire e la convinzione che aggiungervene una non avrebbe portato ad alcunché.

Forse con un pò di presunzione, credo che rispetto a tanti (autorevoli e non) che si sono espressi pro o contro la riforma, personalmente qualcosa di sensato da dire l’avrei. Se non altro perché, per formazione, sono abituato a confrontarmi con questi temi e perché, per interesse, ho qualche termine di paragone.

Ma credo continuerò con il mio silenzio sul tema, d’altronde non sarà questo blog a modificare i destini d’Italia.

Per caso mi è comunque capitato di trovare un articolo sulla partecipazione di D’Alema alle Feste dell’Unità, dove ha patrocinato la causa del “no” al referendum, in esso mi ha colpito molto un passaggio di D’Alema: “Andiamo ad un referendum in cui per il sì c’è Marchionne, confindustria e le grandi banche. Per il no ci sono l’Anpi e la Cgil. È normale per un partito di sinistra?
Ognuno, ovviamente, pensi quel che vuole di D’Alema e di questa sua domanda. Tuttavia, personalmente credo vi siano almeno un paio di punti da approfondire e verificare in essa.

Il primo: la divisione tracciata.
D’Alema mette da una parte (per il sì) “Marchionne, Confindustria e le banche” e dall’altra (per il no) “ANPI e CGIL”, come se volesse dire: da una parte il capitale, dall’altra i lavoratori e partigiani. Da una parte la destra (liberare o reazionaria), dall’altra la sinistra. Tant’è che poi conclude con la sua domanda retorica sul partito, perché la risposta deve essere scontata.
Trovo questa divisione abbastanza errata: innanzitutto, per quel che riguarda l’ANPI. Tralasciando le polemiche giornalistiche se sia giusto o meno per l’associazione schierarsi nel referendum [anche sì] e con queste modalità tranchant che porta sino all’espulsione dei (non pochi) dissidenti [anche no], si omette sempre di considerare che una parte non piccola dell’ANPI si è espressa a favore della riforma costituzionale.
Solo che non ha lo stesso risalto mediatico di chi si esprime per il no….

Questo, incidentalmente, dovrebbe essere un grande tema di dibattito mediatico sul referendum: per i due schieramenti, sono riportati nei media solo alcune precise categorie di persone, come se si volessero rappresentare gli schieramenti come comparti omogenei, per fortuna non è affatto così!

Potrei menzionare un centinaio di iscritti e dirigenti dell’ANPI favorevoli alla riforma, quindi la frattura non è così netta.
Lo stesso dicasi anche per lo schieramento del sì: D’Alema omette di ricordare che, se anche alcuni imprenditori si son espressi a favore, non tutta la “classica” categoria di “destra” lo ha fatto. Molti esponenti politici conservatori, anzi, si son detti contrari… potremmo trovare parecchi industriali o imprenditori che in realtà sono contrari alla riforma. Tanto per dirne uno: Berlusconi.

Ma v’è un altro punto che trovo assai più interessante. Un punto che D’Alema non esplicita chiaramente nel suo ragionamento: l’idea che ANPI e CGIL rappresentino la “sinistra” che lo facciano “nel modo giusto” (mentre questo PD no).
E’ un pò la storia dei “veri partigiani” della ministra Boschi, girata dall’altro lato della medaglia.
Prima di tutto, questo schematismo è triste: triste, perché omette tutte le sfaccettature e la varietà di posizioni che pure vi sono; triste, perché pretende di poter trovare un elemento “essenziale”, una verità intrinseca; triste, perché non considera minimante che la sinistra di oggi non può corrispondere alla sinistra di trent’anni fa.

Non solo: è ottuso, perché nella sua semplicità, rifiuta di vedere tutta una serie di evoluzioni che non possiamo non considerare quando parliamo di “sinistra”.
Potremmo fare moltissimi esempi riguardo la capacità (o meno) di questa CGIL di cogliere l’evoluzione sociale e proporvi rimedi adeguati, personalmente mi basterebbe ricordare la situazione sulle pensioni o sulle partite IVA, entrambi punti rispetto ai quali il sindacato si è dimostrato incapace di pensare nuove forme di tutela per nuove categorie deboli, riadattando un sistema che si è dimostrato per alcuni tratti iniquo.
E’ questa la “vera” sinistra? Questa CGIL?

Non voglio, né posso, dire che la CGIL è diventata totalmente una forza “di conservazione” che non fa gli interessi delle classi più deboli: in non pochi casi, è tuttora un elemento importante nello stimolo del progresso sociale. Ma, impressione mia, sempre più arretra nella tutela dell’esistente, dei “diritti acquisiti”, senza meditare se questi diritti siano ancora giustificati e sostenibili e -soprattutto- senza orientarsi verso l’esigenza di creare nuovi diritti e nuove tutele, magari in conflitto con quelle passate…

Anche in questo, credo, passa la domanda sulla riforma costituzionale.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Riforma, sinistra e progresso

  1. Alcuni ‘flash’: 1) L’ANPI. Mi chiedo: ma quanti partigiani ancora in vita ci sono in Italia? Intendo partigiani veri, che hanno combattuto, non quelli che si sono messi un’etichetta perché ‘papà, nonno, zio, etc…’?
    2) La CGIL – e i sindacati in generale – hanno smesso di assolvere al loro compito ‘storico’, la tutela dei lavoratori, quando per poter continuare ad esistere, a fonte del calo demografico e di interesse dei giovani lavoratori, si sono buttati sui pensionati, che attualmente sono la maggior parte dei loro iscritti: il risultato è stato che negli ultimi vent’anni almeno, i sindacati hanno fatto grandi battaglie per chi ha smesso di lavorare, e non per chi lavora o per chi cerca lavoro.
    3) La ‘scissione’ tra capitale pro riforma e lavoro contro è certo un tantino artificiosa, tuttavia l’organo ufficiale degli industriali – Confindustria, si è schierata a favore della riforma; il discorso riguarda più ampiamente il sostegno al Governo: personalmente, se il Governo di un partito che si definisce di ‘sinistra’ è sostenuto dai maggiori rappresentanti del ‘turbocapitalismo’ italiano e mi pare anche da una bella fetta della finanza speculativa, mi pare che il problema per qualcuno si ponga.
    Problema evidentissimo nelle ultime elezioni comunali romane, dove il PD ha ‘sfondato’ e raccolto voti alla grande solo nelle zone ricche della città… stessa cosa peraltro mi pare sia successa a Torino.

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