So, SOAS

Cara SOAS,
posso ormai dire che è un pò che ci frequentiamo.
La nostra conoscenza è cominciata on-line (come si conviene nei tempi che corrono), come se esistesse una specie di Tinder per università e studenti. C’è voluto un bel pò prima che decidessimo di incontrarci di personath, lo scorso anno ormai (oddio, è già passato un anno?? No, di più!), immagino più per colpa mia che tua: qualcosa mi ha sempre trattenuto dal portare “in real life” questa conoscenza: il timore di non risultare all’altezza, credo. Di non piacerti, almeno non abbastanza.
Che, in fondo, è sempre quella.
Ma tu sei stata incredibilmente accogliente sin dal primo momento. Così, non potevo non avere l’impressione che quella breve visita estiva non bastava.
In modo roccambolesco, come si conviene a tutte le storie importanti, sono tornato a trovarti. Come un treno preso all’ultimo momento, quando il controllore ha già fischiato e le porte si stanno già chiudendo, mi sono ripresentato alla tua porta. Ancora una volta, hai aperto.
Non posso nascondere che, anche più di prima, l’emozione di rivederti è stata grande. Ma ancor più grande lo è stata quando mi hai lasciato entrare…
Girovagare, senza meta precisa o correndo da un’aula all’altra, fra le tue stanze si rivela sempre un piacere: sia tra gli scaffali pieni di libri da far impazzire qualsiasi appassionato (di cosa? di qualsiasi cosa!) in cui posso perdermi fra una collezione di foto di Mubuto, un racconto della guerra del Vietnam, collezioni di archivi coloniali o dozzine di testi giuridici di qualsiasi sistema conosciuto; sia fra gli uffici dei professori -incredibilmente aperti ed avvicinabili per i nostri standard- o nei corridoi dai quali appaiono in continuazione annunci di seminari e convegni tanto affascinanti quanto improbabili; sia negli spazi della Student Union con i suoi caffè schifosi e a poco prezzo, i suoi murales e i fine serata tardi dopo la biblioteca….
Tutto questo senza parlare delle persone che mi hai fatto incontrare fin qui. Un pò troppi italiani, a dire il vero, ma ciò nonostante parliamo sempre di teste fine e -soprattutto- curiose. Dovremmo aprire questo tema? Probabilmente, ma credo vi sarà tempo di farlo. Sempre che i tuoi essays me ne lascino abbastanza: sento che sarai una compagna esigente.
E’ solo un’infatuazione (piuttosto infantile) la mia? Probabile.
In fondo, già comincio a vedere i tuoi difetti: le aule minuscole per il numero di studenti che decidi di accogliere; la common room che spesso diventa solo un luogo per far confusione; i calendari troppo fitti e affatto organizzati; le societies che si disperdono in mille programmi e proposte non sempre fondate….
Vabbè, cara SOAS, non sei perfetta. Lo sapevamo (o avremmo dovuto saperlo). D’altronde, neanche io lo sono. E lo sai. L’hai detto chiaramente, ed è stata forse la cosa più confortante di queste prime settimane: anche se voi 1024px-soas_library_interior_viewnon credete in voi stessi, noi crediamo in voi.
Come andrà a finire ovviamente non lo so. C’è un pò di tempo davanti a noi per cercare di capirlo. L’unica speranza, come sempre, è di usarlo al meglio. Spero di darti tanto quanto tu darai a me. Forse è troppo… spero di darti qualcosa che valga la pena.
Forse è meglio che torni a studiare. Sia perché tu non chiedi poco (readings, readings, readings, ma è giusto così); sia perchè parte del bello di essere qui è scoprire cose nuove in modi inattesi, quindi credo mi convenga sfruttare al massimo quello che hai da offrire.
Come si saluta qualcuno che si vede in ogni momento? Non si saluta, suppungo.
Quindi, cara SOAS, viviamoci.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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