It’s just a game

In un certo senso mi pare un pò ingiusto cominciare a parlare di cosa faccio al SOAS partendo proprio dall’unico corso per il quale non darò l’esame, l’unico corso fra queli che sto seguendo che non comparirà nel mio futuro CV.
Forse è un pò ingiusto e forse è un pò fuorviante.
Ma, d’altronde, questo è anche il corso che più di ogni altro ho scelto, perché ho scelto di seguirlo (audit) sebbene non fosse esattamente compreso nel piano di studi e perché è una delle materie che da parecchi anni mi affascina e, in qualche modo, mi definisce come persona.

Trattasi di Justice, reconciliation and reconstruction in post-conflict societies, un corso sulla c.d. “giustizia di transizione” formalmente nel dipartimento di legge.
Ma questi sono dettagli (così come, a quanto pare, possono essere dettagli tutti i problemi burocratici che gli uffici creano per seguire corsi in altri dipartimenti: alla fine, quel che conta è essere presenti in classe).

Perché parto proprio da questo e non, per dire, da Political Economy of violence, conflict and development che sarebbe il mio corso-base?
Semplicemente per descrivere l’attività che ci ha coinvolti ieri….

Già di per sé, il fatto che in un’università si facciano vere e proprie “attività” e non mere lezioni frontali (parlerò più avanti dei tutorials) mi pare molto positivo, ma questa era davvero un passo oltre.
Come qualcuno di voi forse saprà, pochi giorni fa in Colombia si è votato sull’accordo di pace fra governo e FARC, accordo che avrebbe dovuto porre fine a 52 anni di guerra civile e che ha consegnato al presidente colombiano il Premio Nobel per la pace.
Purtroppo hanno vinto i voti contrari.
Bene, sulla base di questo risultato, l’idea della docente è stata quella di farci ri-simulare un negoziato di pace.

Divisi in gruppi che rappresentavano rispettivamente governo, FARC, opposizione, vari rappresenanti della società civili e gruppi per la tutela dei diritti umani, USA, e Corte Penale Internazionale, ci è stato chiesto di analizzare l’accordo bocciato col referendum e provare a raggiungerne uno nuovo.
Così, ciascun gruppo ha portato una propria analisi degli avvenimenti, con un preciso background ideale, istituzionale e politico e progressivamente ha dovuto interagire con gli altri nel cercare di raggiungere un punto comune.
Spoiler alert: la parte migliore è stata decisamente quanto un rappresentate delle (finte) FARC ha esclamato “ebbene sì, abbiamo un sacco di soldi nascosti! e siamo disponibili a metterli a disposizione [per progetti in favore delle vittime] appena li troviamo“. Il tema del “tesoro nascosto” delle FARC è stato uno dei punti dolenti e dibattuti del precedente accordo.

Ma quello che più m’è piaciuto in questa attività è stato essere assegnato al gruppo dell’ICC (la Corte Penale Internazionale) – un non così casuale scherzo del destino, visto che la prof ha avuto modo di conoscere le mie esperienze sul campo.
Sebbene mi sia mancato il non svolgere un ruolo marcatamente politico (tipo l’opposizione dell’ex presidente Uribe), oltre all’implicito riconoscimento di competenze, il bello è stato analizzare nel profondo il ruolo dell’ICC, come sorta di attore esterno e “convitato di pietra” al processo di pace: quando il governo è venuto a chiederci come vedevamo la storia, abbiamo potuto (e dovuto) “metterlo in riga” spiegandogli che dal nostro punto di vista non si trattava tanto di punire le FARC, ma di punire chiunque abbia commesso crimini – anche questo un punto particolarmente sensibile: mentre alcuni vogliono una sorta di impunità per le forze governative, il meccanismo messo in atto di Special Jurisdiction for Peace rischia di garantire una vastissima impunità a tutti coloro che furono coinvolti nei crimini (un commento di Human Rights Watch).
Così, abbiamo dovuto ribadire (riprendendo le parole del prosecutor dell’ICC) che continueremo a monitorare il processo di pace, affinché le sanzioni siano effettive e -sebbene non vogliamo ostacolare il processo di pace- valuteremo caso per caso (sotto la lente della responsabilità penale personale) le sanzioni comminate ai principali responsabili di eventuali crimini.

Devo dire che è stata davvero una bella esperienza (e credo molto formativa) quella di immergersi così nel dettaglio nella posizione di alcuni attori chiave (anche se esterni) di un processo di pace: non solo abbiamo potuto approfondirlo da molteplici angolazioni (giuridica e politica, innanzitutto), ma ha anche aggiunto quel tocco di “interpretazione personale” per rendere tutto il più realistico possibile: interpretazione (battuta d’apertura alle “negoziazioni”: “Hi, I am the ICC”– ciao, sono la Corte Penale Internazionale) data da un mix di attenzione alle parole e a come si formulavano molto diplomaticamente i concetti; comunicazioni “confidenziali”; confronti e tatticismi con altri attori; piccole battute verso NGO impreparate (non sono riuscito a trattenermi dal rispondergli “non so perché perdo ancora il mio tempo con voi!“) e un solido background giuridico che vincolava in ogni passo l’istituzione da noi rappresentata.

This is SOAS, I guess.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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