recensione 45: “The world before her”

Forse mai come questa volta, parlare di “recensione” per questo documentario è estremamente riduttivo.
Perché c’è talmente tanto in “The world before her“, documentario prodotto in Canada dalla regista indiana Nisha Pahuja, che limitarsi al riposare i dati di base non gli renderebbe giustizia.

iuCominciamo comunque da questi: “The world before her” è -a prima vista- un documentario sulla condizione delle donne in India. Un reportage che potremmo quasi definire “femminista” nel suo approccio critico.
Costruito su una constante contrapposizione fra i campi per ragazze dei nazionalisti Hindu “Durga Vahini” ed il concorso di bellezza per Miss India (ed in particolare tramite le storie di due ragazze: una “animatrice” di Durga Vahini ed una contendente al titolo), il documentario offre uno spaccato di due estremi dell’India contemporanea – due estremi in radicale conflitto (non di rado anche violento, come gli attacchi degli estremisti Hindu alle donne dimostrano), ma al contempo sorprendentemente vicini.

Torneremo fra un attimo alle vicinanze (per non dire vere e proprie sovrapposizioni) fra i due estremi, ma prima guardiamo all’abisso che li separa.
Fermo restando che questi commenti non rendono giustizia alle storie individuali, che meriterebbero un’analisi molto più dettagliata.
Durga Vahini organizza questi campi di educazione ed allenamento per ragazze, basati su stretti principi di nazionalismo Hindu, nei quali alle stesse (spesso giovanissime, alcune di 4-5 anni) vengono inculcate idee sulle minacce occidentali e mussulmane all’Hinduismo e sulla necessità di proteggerlo- fosse necessario, anche con la violenza.
A dir poco sconvolgente vedere le ragazzine imbracciare un fucile e sentir dire che “non è un campo terroristico… per avere un campo terroristico dovremmo avere AK-47…“! Par poi di rivedere Milgram quando una ragazzina titubante nel premere il grilletto (del fucile scarico) commenta dopo averlo fatto: “mi sento pronta per andare al fronte a combattere“. Segue, ovviamente, la strumentalizzazione della situazione geopolitica (Kashmir) e la re-intrepretazione dei miti Hindu per simbolizzare le minacce.

Al lato opposto dello spettro, troviamo il concorso di bellezza, con la sua retorica (ma è solo retorica) spinta all’estremo sull’estetica e apparenza: ginnastica, iniezioni di botox, creme sbiancanti… Un mondo che pare aver perso tutti i “valori” – come anche da noi qualcuno sostiene.
Emblematica la scena della spiaggia, dove per soddisfare la passione (il feticcio, direi) di un fotografo per le gambe, le ragazze vengono fatte sfilare sotto un lenzuolo bianco che lascia scoperte solo le gambe. Una di essere dirà scherzando, ma in modo estremamente rivelatorio: “siamo scappate dai talebani“.
Il colmo è pensare che gli estremisti Hindu sono chiamati, appunto “talebani indiani”…

Tuttavia, non dovrebbe sorprendere che questi mondi apparentemente così lontani finiscano per toccarsi.
Entrambi, infatti, impiegano una retorica di “empowerment” (dare potere) alle donne, sebbene con percorsi radicalmente opposti: con l’attenzione dei riflettori uno, con l’autodifesa e la realizzazione di un ruolo sociale -quello di madre- l’altro (curiosamente una delle contendenti al concorso di bellezza alla fine ammetterà chiaramente che entro pochi anni le sue priorità potrebbero cambiare e potrebbe focalizzarsi sul costruire una famiglia). Entrambi a tal fine, procedono ad una manipolazione forzata del corpo (botox vs corsa sotto il sole ed arti marziali). Entrambi fanno ricorso ai “valori tradizionali”, sebbene in ottiche diametralmente opposte, per giustificare i propri intenti.
E in entrambi i casi, le storie delle ragazze sono fortemente marcate dalla tragica abitudine di abortire se la nascitura è di sesso femminile (o addirittura uccidere i neonati). Abitudine cui le eccezioni delle protagoniste (ovvero: dei loro genitori), spingono le stesse ad un senso di gratitudine estremo verso i propri genitori e ad una sorta di devozione nei loro confronti.
La similitudine diventa addirittura scioccante, quando si sente parlare da entrambi i lati dello spettro di figlie come “prodotti” e della loro necessità di dimostrare ai genitori che i “prodotti” sono buoni!

Insomma, in “The world before her” ci sono storie di donne, storie personali; c’è critica sociale; c’è politica e geopolitica; c’è analisi estetica e del linguaggio…. Ci sono parecchi livelli da scoprire e sicuramente ne ho dimenticati molti.

Questo gioco di richiami fra un estremo e l’altro crea un equilibrio nel quale tout se tient, sebbene in modo instabile e terribilmente conflittuale.
Un equilibrio che getta molte ombre sul futuro dell’India, ma in fondo sulle medesime contraddizioni irrisolte anche in Occidente.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “recensione 45: “The world before her”

  1. M’hai dato un disio forte di risguardare questo documentario. Voglierebbe apprezzare la complessita della sua perspettiva culturale ma anche voglierebbe vedere la scena fetichista delle gambe, perche, tra la mia tendenza d’intelletualizare tutto – meglio sarebbe dire, tra il mio bisogno constante di stimulazione intelettuale – ci sono anche desideri semplici e non mi sento incapabile d’apprezzare un risguardo crudo gettato sopra alcune gambe sexy. E questo machismo forse una confirmazione o un essempio degli contradizioni che persiostono nell’occidente? O forse sintomatico della mera condizine humana e la pazza cultura? O semplicemente della mia devianza sessuale particolare? Scrivo velocemente e non so si tutto si potra capire di modo chiaro. Baci, Brian

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