Sconclusionaggini

Non mi scuso neppure più della (in)frequenza con cui aggiorno il blog. Tempo perso.
Se cercate aggiornamenti spazio/temporali, basti dire che siamo di nuovo in “quel periodo” dell’anno: quello delle scadenze per gli essay che arrivano inarrestabili.
In realtà non sono preso male, diciamo che 2/3 son fatti. Ma finché non saranno tutti a posto, fermarsi è difficile. Psicologicamente impossibile.
E questo mi porta dritto al primo semi-tema che vorrei affrontare…

E’ passato un pò di tempo ormai, quindi le impressioni sono state metabolizzate, processate, digerite e rielaborate.
Ma per un giorno, forse per un giorno solo, ho sperimento cosa vuol dire un nervous breakdown. Non credo, solo per ignoranza terminologica, che si possa parlare di “depressione”. Ma decisamente era un’oppressione. Immensa, infrangibile, pesante…
Sabato mattina, mi sveglio pensando a quanto devo leggere per scrivere gli essays. Progetto di andare in biblioteca per l’orario di apertura, 10:30, ma me la prendo (involontariamente?) con troppa calma ed esco di casa solo a quell’ora. E mi sento nervoso, infastidito da tutto, agitato. in una parola: stressato.
Solo che ancora a quel punto non l’avrei saputo dire con queste parole.
Per strada mi rendo conto che la tazza gocciola e sta bagnando lo zaino. Mi fermo, la tiro fuori e sono talmente “carico” che la prima (e unica) cosa che vorrei veramente fare è lanciarla via urlando. Sono come una macchina a vapore, senza sfogo, senza via d’uscita.
In qualche modo mi trattengo. Vado in biblioteca. E per le ore successive non riesco a sentire altro che un enorme peso, come una cupola di ghisa che circonda tutto quel che faccio e non mi lascia andare oltre: non mi lascia pensare ad altro, non mi lascia “staccare” e rilassarmi, non mi lascia neppure lavorare come dovrei.
Tutto quello cui riesco a pensare che devo leggere, tre, quattro, cinque libri. Sei, sette, forse otto articoli… E non c’è tempo per fare tutto…
Ero carico come una molla, letteralmente.
Sarebbe bastato che qualcuno mi rivolgesse la parola, e probabilmente gli avrei tirato un pugno. A chiunque.
Credo veramente sia stato un miracolo che non l’abbia fatto.
Non so esattamente come ne sono uscito: ad una certa ora ho deciso di andarmene. Ma non me ne sono andato a casa: prima sono andato sul Japanese garden del SOAS, sperando di riuscire a leggere lì. Poi mi son trasferito in un parco, sempre senza successo. Solo a quel punto ho deciso di rientrare.
Non so cosa mi abbia permesso di de-escalare tutta quella tensione, so solo che arrivato a casa mi son fatto un chai, mi son messo a letto e mi son detto “adesso continuo a leggere fino a che non finisco questo libro, solo questo ma qualunque ora sia”. E così ho fatto.
E così e finita. Allora, per lo meno, è finita.

Non so domani come sarà. Non ho idea di come potrei affrontare questa situazione se si ripresentasse.
Certo, ne sono uscito “vivo”.

Secondo semi-tema del giorno: perché certe cose, certe sensazioni, certi dubbi, certe domande, non vanno via? Mai.
Non è una novità, per me, che non si cambi. Nondimeno, l’immancabile “ritorno” dell’uguale in certe situazioni non finisce di stupirmi. Penso troppo, lo so. Ma, nonostante tutto, in certe circostanze non riesco proprio a farne a meno. Neanche con una corsa esageratamente forzata.
Insomma, il pensiero che mi ha crucciato negli ultimi giorni (per poi “inspiegabilmente”, ma fin troppo spiegabilmente, sparire) è il seguente, che poi son più di uno, ma sono sempre lo stesso:
– how do you make a friendship so meaningful that it lasts?
– why are we so meaningless for the people that are so meaningful to us?
(già, perché adesso anche le mie paranoie sono in inglese)
Non me lo so spiegare, davvero non me lo so spiegare -specie visto che l’esperienza (ormai abbastanza abbondante) mi dimostra che sono domande sbagliate, perché per ogni cosa (persona) che si (ci) lascia, ne emerge sempre una nuova. E non è mai -al netto- una “perdita”.
Ad ogni modo, non riesco a scrollarmi di dosso questa specie di “nostalgia” (sempre anticipata), questo pensiero di correre dietro a persone che ritengo importanti e che, come direbbe Kerouac, corrono sempre più veloce e più lontano di me.
E fa, in qualche modo, sempre “paura”.

No, non si vive così…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Sconclusionaggini

  1. Quando un pensiero diventa talmente totalizzante da impedire di fare altro, alla fine credo scattino dei meccanismi di ‘autodifesa’, magari anche inconscia; l’alternativa è cadere in depressione, ma a quel punto in genere scattano ulteriori ‘armi di difesa’… almeno, a me talvolta è successo così, anche ultimamente.

  2. Ho passato mesi carica come una molla, causa stress da lavoro. Non ne sono uscita nemmeno quando lo stress mi ha provocato un aborto.
    Lunedì me ne scusavo con la mia figlia maggiore, dicendole che in quei mesi non sono stata una brava madre. “Eri diversa”, mi ha risposto. Non avrei dovuto lasciare che accadesse.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: