Recensione 49 “Francofonia”

Sokurov, being Sokurov, playing like Sokurov.
Ovvero, Sokurov, essendo Sokurov, si comporta da Sokurov.

La peggiore e migliore recensione che si possa dare di “Francofonia”, se non altro perché è talmente breve da risparmiarvi un sacco di tempo.

In realtà, come le predenti ‘ultima opera del regista russo è meritevole. Potrei anche dire “bella”, ma con Sokurov la soggettività di questo giudizio raggiunge vette che confondono: l’ossigeno toglie lucidità. Occorre dunque veramente arrivare in vetta e poi scendere- immergersi nel suo stile, nel suo approccio, nella sua filosofia- per provare a riordinare i pezzi.
Sono un pessimo scalatore e, temo, un palombaro ancor peggiore, ma personalmente “Francofonia” mi è piaciuto (al contario, relativamente, di “Faust”, che mi aveva lasciato perplesso- ma questa è un’altra storia).

Per i conoscitori di Sokurov, potremmo dire che torna un pò al suo stile: le somiglianze con “Arca Russa” sono fortissime- la storia raccontata attraverso la lente (la luce) dei musei; il sovrapporsi di fatti storici e di tempi diversi nella narrazione.
Ma non mancano i collegamenti anche con  opere precedenti, collegate in qualche modo da un fil rouge di apparizioni “spettrali” (od oniriche che dir si voglia) di personaggi di altri tempi troppo fissi ad interpretare la loro parte in un flusso che pare continuamente interrompersi senza una vera continuità narrativa.

E forse è proprio questo il tratto al contempo più disturbante e più significativo di Sokurov, che stavolta va decisamente oltre aggiungendo ancora più livelli (incluso uno totalmente “contemporaneo” dove egli stesso parla via skype con una nave container intenta a trasportare opere d’arte). Livelli difficili da districare gli uni dagli altri.
E probabilmente questo è parte del messaggio: i musei conservano memoria, ma memoria di chi? di cosa? Tornare constatemente agli attori “storici” (siano essi il fantasma di Napoleone o i “documentari” su Jacques Jaujard o Franz von Wolff-Metternich) ci ricorda che in fondo, le opere dipendono sempre dagli attori.
Sia nel loro venire alla luce (prendiamo “L’incoronazione di Napoleone” e il fantasma che ripete in continuazione “c’est moi!“), sia nella loro permamenza (come ci dimostrano Jajuard e Metternich che sorprendentemente e da prospettive opposte collaborano per evitare che le opere del Louvre siano “deportate” in Germania ad uso e consumo dei gerarchi).
Brillante, a ripensarci, che durante una chat via skype col mare in tempesta ed il cargo in balia delle onde il regista inviti l’equipaggio a “sbarazzarvi del carico, o finirete a fondo anche voi“: pare, in qualche modo, porre l’alternativa fra storia e vita e, sebbene non sia chiaro cosa accadata al cargo, la mancata scelta fra le due alternative ci ricorda come le due siano, nei fatti, inseparabili.

Come si intrecciano i piani narrativi, così si intrecciano i rapporti fra uomini ed opere. E, giustamente, diventano quasi indistinguibili.
Così come “Arca Russa” non era un film sulla Russia e forse solo in piccola parte sull’Hermitage, “Francofonia” è decisamente di più di un film sul Louvre, sulla Guerra o sulla Francia.
Potremmo dire che, più che un film, è una lezione di filosofia della storia.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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