Useless break from a useless morning (connecting the dots)

C’è una frase -secondo me bellissima- nel film con Sean Connery e Michelle Pfeiffer “The Russia House“, quando lui dice “All my failings were preparations for meeting you“.
Ovviamente, tutto questo è troppo facile, ma rende bene l’idea di unire i puntini: sbagliare un milione, un miliardo di volte, perché alla fine tutti quegli errori ci avranno condotto esattamente dove dovevamo essere.
Qualche tempo fa, in quella che tuttora considero la cosa migliore che abbia mai scritto, ho piazzato lì questa frase: “It’s about connecting the dots. It’s about interpretation. It’s about seeing or inventing a pattern, a connection. Like a game of Go“.
E’ curiosa questa mania del “collegare i puntini”, come se guardandoci alle spalle potessimo vedere esattamente dove ci stiamo dirigendo. Come se così facendo potessimo individuare un ordine nel caso. Peccato che, proprio nei “giochi” di collegare i puntini, spesso la traccia prende direzioni inattese, compie svolte radicali e il segno da tracciare procede nella direzione opposta a quella ci saremmo immaginati.

Collegare i puntini è un gioco, ma proprio come interpretare la storia, offre solo poche possibilità per indicarci la direzione.
Questa interpretazione è forse troppo negativa, piuttosto, il problema col collegare questi punti è che ci soffermiamo sempre solamente su quelli più prossimi a noi, pretendendo che vi debba essere una certa linearità, una regolarità, un pattern nelle cose.
Non è così.
In realtà, spesso basterebbe alzare lo sguardo, osservare il disegno che si sta delineando da una prospettiva diversa per avere un’immagine più accurata di cosa sta avvenendo sotto i nostri tratti di penna.

Ma qui, proprio come i puntini, andiamo in un’altra direzione- che non è quella che mi interessa.
Torniamo indietro e facciamo ordine.

Che “ordine” non sarà mai, è solo un altro caos. Visto da una prospettiva diversa.
Ad ogni modo, personalmente credo esistano due “tratti”, se possiamo così chiamarli, due “tendenze” che determinano gli sviluppi delle nostre vite: quel che cerchiamo e quel che ci accade, le coincidenze.
La distinzione è ovviamente ridicola e senza senso, perché le due cose si intrecciano, si sovrappongono e si confondono.
Ma aiuta a fare un pò d’ordine.
Così, per fermarci all’autore (che è l’unico del quale posso parlare con qualche, poche, certezze), per alcuni anni ho promesso a me stesso che la mia ragazza avrebbe dovuto avere i capelli rossi- senza nessun vero motivo, eccetto il libro di Maurice Walsh o Charlie Brown-. Poi ho incontrato Benjamin e Asja Lacis e certo non potevo nemmeno sperare che una qualsiasi ragazza di nome “Asja” esistesse, tanto mi pareva improbabile come nome.

Nel mezzo di tutto questo sono andato in Cambogia, poi in Tanzania, poi al SOAS. La Cambogia c’entra forse poco, se non fosse che senza quel primo “lampo” (per usare il concetto di Barabasi), non sarebbero seguiti gli altri. Senza aver sentito nominare Heder, non mi sarei mai interessato al SOAS, tanto per dire.

Così, dopo aver collegato tanti puntini, mi son ritrovato al SOAS. Qui ho incontrato una ragazzina dai capelli rossi, che mi ha fatto subito tornare in mente il buon Walsh e pensare che forse davvero quei puntini stavano prendendo una direzione chiara.
A quanto pare, non è così.

Non è mai come pensi, anche se pensi giusto” (cit).
Vorrei poter dire che, invece, un altro pattern si sta dispiegando dinnanzi a me, che quegli stessi puntini –like a game of Go– mi rivelano un’altra direzione da seguire. Vorrei, neppure dio sa quanto lo vorrei! Vorrei poter (finalmente) guardare indietro e dire che tutti i miei “fallimenti”, i miei errori, le strade sbagliate servivano solo a condurmi qui, in questo momento, in queste circostanze. Vorrei poter dire che in qualche modo doveva essere che non venissi al SOAS, chessò, cinque anni fa- perché cinque anni fa non avrei incontrato la ragazzina dai capelli rossi (giusto per dire, eh) o chiunque altro.
Ma sto ancora imparando che non è quasi mai così. E se anche fosse, è praticamente impossibile da pre-dire. Quindi taccio.

Quello che posso dire, tuttavia, è che i puntini non ci abbandonano mai. Anzi: si moltiplicano.
Così, Benjamin e Asja Lacis non mi lasciano- mi accompagnano e qualche volta dicono o aiutano ad intravedere qualcosa di più.
Così, guardando indietro anche la Tanzania mostra un significato diverso- suggerisce qualcosa di più.
Quel che cerchiamo ci accompagna, così come le coincidenze (non è forse un pò questo il senso degli “avvenimenti” évenement di Foucault?).
Sono tutti puntini che si accumulano nel goban.
E forse non voglioni dire nulla, o forse sì. In ogni caso, costruiscono una storia (o un dipinto, come direbbe Kawabata parlando proprio del Go).

Non ho la minima idea di come potrebbe finire questa partita (è sempre la stessa? è una nuova?). Non ne ho idea. Vedo solo puntini prendere posizione davanti a me, ordinarsi e suggerirmi un’interpretazione delle mosse passate. E magari di quelle future.
Insomma, quasi indicarmi un percorso.

Ma, come diceva il buon Machado “Caminante, no hay camino se hace camino al andar“.
E’ una partita a Go, in cui le pietre si accumulano, suggeriscono, invitano e mentono allo stesso tempo.
Ma ho ancora voglia di giocarla.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Useless break from a useless morning (connecting the dots)

  1. Voglio tornare a leggere con calma, ma l’inizio mi ha fatto tornare in mente questo (non prenderlo come un giudizio di valore, solo come citazione!):

    Skeletor: Do you hear, Sorceress? The final moment has come. All the forces of Greyskull, all the powers in the universe will be vested in me! ME! And you will cease to exist!

    Sorceress: It is not too late to undo this madness.

    Skeletor: [speaking of the Great Eye] Madness! I demand of destitution, shame, and loneliness of scorn. It is my destiny! It is my right! Nothing will deter me from it!

    Sorceress: Men who crave power look back over the mistakes of their lives, pile them all together and call it destiny.

    Skeletor: [laughs] Thank you for that bit of philosophy, Sorceress. Here is my response.
    [Blade brings the Sword of Greyskull forward]

    Skeletor: Yes, Sorceress! The Sword of Greyskull! Mine! Now and forever!
    [He-Man is brought forward]

    Skeletor: Your champion.

  2. Penso il passaggio chiave della citazione sia quando fa riferimento al “destiny”. Che è dannatamente vicino alla citazione del film…
    Mi pare vi sia una differenza importante, che può essere sia d’interpretazione sia sostanziale: nella citazione de “La casa Russia” quei precedenti “fallimenti” sono visti come passaggi inevitabili, oggettivi; mentre nella tua citazione sono solo il risultato di interpretazione…
    La questione è interessante: sono passi reali o storie che ci raccontiamo?
    Personalmente, credo poco nel destino e sono più propenso a pensare che siano “storie”. Ma, detto questo, la distinzione è poi rilevante? Ovvero, in fondo sono proprio queste storie che costruiscono il nostro “destino”: provvedono ad una giustificazione ex post che rende tutto coerente…

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