The things we keep (aka: what your heart loved)

In “Educazione Siberiana”, o almeno nel suo trailer, uno dei protagonisti dice: “Un uomo non dovrebbe possedere più cose di quante il suo cuore possa amare“.
Vero. Ma non è tutto.
Secondo me, la frase in realtà dice molto meno di quel che sembra.

Intanto, perché ciò che il nostro cuore “può amare” è un’unità di misura veramente vaga. Con quale amore, con quanto amore (cit) dovremmo misurare le cose da tenere?
Poi, il cuore cambia. E nessuno fa ordine nella propria vita con la rapidità con cui il cuore cambia. Magari lo facessimo!
Infine, il concetto di “possesso” (e qui, sic, viene il giurista) è ben diverso da quello di “proprietà”. In breve, il possesso implica una relazione fisica con l’oggetto- il fatto di poterlo (per dire, banalmente e in modo impreciso) “stringere a sé”. La proprietà no, con la proprietà si può essere a chilometri di distanza.
Così, mentre sono a Londra, non “posseggo” esattamente i miei libri a casa (di cui ho la proprietà).
Ma, intanto, quelli e mille altre cose si accumulano.

In modo relativamente involontario, negli ultimi due giorni ho svuotato la mia vecchia stanza. Quella nella casa dei miei genitori, dove sono cresciuto e dove sono tornato più o meno a lungo.
La stanza degli anni del liceo (e prima…), dei fine settimana all’università, degli intervalli a casa fra la Cambogia, la Tanzania etc. etc… La stanza dove tutti i miei “possedimenti” si sono accumulati negli anni.
Maremma str***a, se era tanta roba. Troppa, decisamente troppa. D’altronde, non avevo mai fatto prima questa salutare opera di “repulisti” e let go, lasciare andare troppe cose divenute inutili e senza senso o significato.

Ma questa informazione mi serve per tornare alla frase di “Educazione Siberiana”. Come dicevo, quella frase -per quanto bella e d’impatto- a mio avviso spiega poco.
Intato, quelle cose accumulate lì le ho -in qualche modo e senza troppo spingerci nell’interpretare il concetto- “amate”. Ovvero, nel momento in cui avevo deciso di conservarle, di possederle nel tempo, avevo valutato che avessero un significato, un attaccamento affettivo sufficiente a giustificare questa scelta.
Ma, come detto, il cuore cambia.
Sono i nostri armadi a non cambiare allo stesso ritmo.

Vorrei, con un pò di quella arroganza che non mi manca, proporre invece un’altra massima per regolare la conservazione di oggetti, di cimeli, di memorie: “un uomo non dovrebbe mai conservare cose di cui si debba vergognare“. O, meglio: “così a lungo da doversene vergognare“.
Volete tenere la pelle della tigre ammazzata in un safari? Benissimo, ma appuratevi di gettarla prima che i safari vi diano il ribrezzo.

Nello svuotare gli armadi, infatti, sono incappato in centinaia di cose che mi hanno fatto pensare quanto stupido (sì, dannatamente stupido) dovevo essere al tempo per decidere in primo luogo di acquisirle ed in seguito, pure, di conservarle: cd orribili, libri insulsi (ebbene sì: esistono libri insulsi, ma questo lo lasciamo per un altro momento), prove di disegno della scuola…. Oddio, una montagna di cose che mi ha fatto veramente pensare quanto idiota dovevo essere all’epoca.
Non è una bella sensazione confrontarsi con le défaillances del proprio passato (chiamiamole così): con gli errori, i giudizi sbagliati, i fallimenti, le proprie carenze…
Sarà un esempio stupido, ma rivedere quei disegni -francamente orribili- e le -ancor peggiori- correzioni dell’insegnate, mi ha suscitato una sensazione vicina al ribrezzo.

Quindici anni fa, immagino avessero un minimo di senso da giustificare la loro conservazione. Ma l’hanno perso tutto mentre la polvere vi si accumulava sopra. E io, che non li ho visti da allora, certo non me ne rendevo conto.
Il cuore avrà anche potuto amare quelle cose, dieci, venti anni fa. Ma -si sa-, il cuore non c’ha mai capito un c***o.

Probabilmente il mio è solo un tentativo di costruirmi un passato “senza macchia”, senza punti che mi irritino, che mi diano fastidio. Un passato “splendente” e perfettamente coerente.
Una forma di debolezza, insomma. Ma non psicanalizziamo troppo, non ne vale la pena.

Resta il fatto: occorre buttar via le cose che abbiamo tenuto prima che diventino motivo di vergogna.
L’amore non c’entra.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “The things we keep (aka: what your heart loved)

  1. Intanto le hai amate. Magari non le ami più, ma significherà qualcosa (anche in negativo) se hai deciso di tenerle.

    Piccolo appunto da precisino: ma per i libri, essendo beni mobili, non dovrebbe valere “il possesso vale il titolo”?

    Ah: ben ritrovato :-).

    • Non saprei, sinceramente “averle amate” all’epoca mi sembra tanto una scusa. Neanche troppo valida, peraltro. Così il gettarle ora, probabilmente.
      Sul “possesso vale titolo”, la risposta richiede un impiego di neuroni che in questo momento non sono in grado di affrontare…

  2. Io decisamente non riesco a buttare nulla, o quasi: giusto i vestiti, che per ovvi motivi di ‘consunzione’ a un certo punto ‘devono’ essere buttati (ma in fondo a uno scatolone continuano a resistere alcune magliette di gruppi metal e un paio di maglie di squadre di calcio); vivendo ancora dove sono vissuto per i miei oltre 40 anni di esistenza, l’accumulo è diventato per certi versi poco sostenibile (specie se si è accumulatori di fumetti, cd, libri, etc…); il fatto di avere un videoregistratore funzionante mi dissuade perfino dal liberarmi di qualche centinaio di VHS che il progresso tecnologico ha reso ampiamente obsolete.
    E’ un ‘accumulo’ che incombe, un passato che a volte diventa opprimente, eppure… eppure non provo alcuna vergogna, nemmeno nei confronti di ciò che forse potrebbe essere ritenuto ‘imbarazzante’.
    Non ho mai vissuto, insomma, la ‘sindrome di Pinocchio’ che guardando al suo passato lo schernisce e lo ritiene buffo; siamo ‘figli dei tempi e delle esperienze’ e non c’è nulla di male, in fondo, ad essere stati patiti di Ligabue a 15 anni, per poi essere approvati a Frank Zappa svariati anni dopo. Ho un atteggiamento molto – forse troppo – ‘archeologico’ nei confronti del mio passato, del mio ‘io’ dei decenni scorsi, nei confronti del quale forse posso adottare un atteggiamento ‘distaccato’, ma che non sento ‘altro da me’, al punto di volermene liberare…

    • La vergogna non è tanto nell’accumulo, quanto nel confrontarsi con quanto del proprio passato quegli oggetti accumulati rappresentano.
      Diciamo, per usare le tue parole -molto appropriate- che certe esperienze erano al di fuori del nostro controllo e questo, per me, accentua il giudizio negativo.

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