canzone per le persone che se ne vanno

Che una canzone non è.

Quando ero piccolo, nei viaggi in auto per le vacanze estive o nelle domeniche a casa, ricordo che ogni tanto risuonava anche questa canzone di Guccini:

Ora, Guccini -per habitus familiare- è entrato nel mio DNA musicale e sostanzialmente non saprei nominare una sua canzone che non mi piace. Tuttavia, possiamo dire che questa canzone non è esattamente “facile” da apprezzare, almeno per qualcuno della mia generazione già troppo marcatamente pop, mentre tutto l’album “Stanze di vita quotidiana” (e questa canzone in particolare), non solo è densissimo di contenuti che richiedono un ascolto attento, ma è anche lento, orecchiabile ma certo non una melodia che invita alla spensieratezza.

E forse proprio per questo la canzone (e il titolo) ben si presta a questo momento.

Se una costante delle vicende umane è il cambiamento, questo nei rapporti fra persone si declina in due fasi: scoperta e separazione.
Per ogni individuo, per ogni gruppo, esiste una fase iniziale in cui il due “microcosmi” personali cozzano (più o meno duramente) l’uno con l’altro e -col progressivo scontrarsi ed incontrarsi- arrivano sempre più ad amalgamarsi ed una fase nella quale la massa comune che si era formata -sotto la stessa spinta- arriva a sciogliersi e scomporsi in altre parti autonome.
Come due molecole (o due atomi) che spinti da una forza cosmica su due rotte opposte ma destinate a collidere, impattano, si fondono e proseguono poi per la propria strada.

“One by one, we all stand up and leave“. Questo era un appunto che mi ero scritto anni fa osservando gli amici e colleghi dell’ICTR andarsene l’uno dopo l’altro.
Quando qualcuno parte, in una certa misura è bello salutarlo con un momento collettivo ed emotivo, con parole di ricordo e di augurio, ma nel caso della Tanzania la mia esperienza è stata quella di andarsene per ultimo, chiudere il mitico ufficio K-108 dietro di me, nessun party d’addio, nessuna chocolate cake (il nostro rito d’addio) ad attendermi. C’est la vie. Ma è un’esperienza completamente diversa.

Questo momento comincia a ripetersi ora, ora che gli esami al SOAS sono finiti e resta solo la dissertation da scrivere e lentamente ognuna delle persone con cui ho condiviso questo anno comincia a rimettersi sulla propria strada, a riprendere il proprio percorso.

Ad uno ad uno, tutti ci alziamo e ce ne andiamo.
Separarsi da un gruppo di persone che si è arrivati a considerare amici è sempre un’esperienza destinata a cambiarci, specie quando il tempo passato assieme è relativamente lungo e intenso, come un master nel Regno Unito.
E, in fondo, a forza di rivivere questa esperienza, capisco quel che mi dicevano in Cambogia: ad un certo punto, uno smette di fare nuove amicizie con persone destinate a ripartire di lì a poco.

Non è tristezza quella che provo, almeno non in misura preponderante. Piuttosto, è la consapevolezza che i rapporti si testano davvero nella distanza. E, con essa, la consapevolezza che alcuni di questi rapporti costruiti in questi mesi, probabilmente non reggeranno.
Potrei, probabilmente, già indicare quali.
Perché mi conosco -sto imparando a conoscermi- e, in fondo, nella stessa vita passata assieme in questi mesi intravedo la stessa trama dei legami, la differente trama di quelli più o meno fitti, la differente trama di quelli destinati a sfilacciarsi.
Rivedo, nei momenti condivisi e non, nelle foto scattate e non, nelle storie comuni e non, quanto profondamente e quanto a lungo questo atomo si è fuso con altri e comprendo quanto forte è il legame che ne risulta.

Comprendo -fin troppo bene- che alcune di queste persone le rivedrò raramente, magari fra cinque anni (come A, che è venuta a Londra il mese scorso dopo la Tanzania… ed è stato quasi un miracolo essere rimasti così in contatto tutto questo tempo). O magari mai più.
Comprendo che molti di loro li sentirò raramente, magari una volta a mese o meno. Magari solo per gli -inutili- auguri di Natale o Buon Anno. Inutili, perché non è su queste formalità che si tiene viva un’amicizia.
Ma allora, su cosa?

Non so ancora con chi resterò in contatto, non so ancora quali esperienze condivise sono state abbastanza forti da motivarci a non perderci, anche se ho qualche sospetto.
Questo, ecco, forse solo questo mi spaventa: non il perdere qualcuno, che è inevitabile, ma perdere tutti quelli che mi hanno accompagnato (o che ho accompagnato) durante questo anno.
E, d’altro lato, per quanto sappia benissimo di essere poco socievole (“anafettivo”? forse), non posso fare a meno di domandarmi come mai, delle tante persone che ho conosciuto -incluse le tante persone conosciute al SOAS- sono quasi sempre io a rilanciare la palla e cercare di tenere vivo questo filo… come fossi, o fossi stato, trasparente.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “canzone per le persone che se ne vanno

    • “Mattone”! …ecco la parola che cercavo! LOL
      Battute a parte, per quanto lentissimo e pensante, secondo me è un bel album, due canzoni su tutte: “Canzone delle situazioni differenti” e “Canzone delle osterie di fuori porta”

  1. Mah… Secondo me chi sceglie di – o si ritrova a – vivere una vita all’insegna del ‘cambiamento’ più o meno continuo, deve in una certa misura ‘rassegnarsi’ al fatto di trovare e perdere in continuazione delle persone… hai ragione: l’amicizia non si ‘testa’ negli auguri di Natale ma, più banalmente, nei momenti ‘di bisogno’, qualunque questo sia. Non ho mai avuto una vita sociale molto ‘densa’, gli amici ‘veri’ li conto sulla punta delle dita di una mano, e sono più o meno quelli con cui ci si conosce fin da ragazzini, o dai tempi della scuola, o dell’Università; qualcuno aggiunto col tempo, qualche ‘bella sorpresa’ anche dal tanto vituperato ‘mondo virtuale’… ma insomma, credo che tutto ciò dipenda molto dalla ‘stanzialità’, dalla possibilità di consolidare i rapporti; e anche in questo caso non sempre è facile, perché le traiettorie della vita possono portare su binari divergenti.
    La tua situazione comunque mi ricorda quella di chi, finito il Liceo, cerca magari di tenere i rapporti con ‘tutti’, salvo poi accorgersi che quella è una fase della vita conclusa e che molti alla fine non vedevano l’orda di chiudersi la porta alle spalle… forse per quanto il cambiamento prima o poi faccia parte delle nostre vite, a quel punto cerchiamo scogli di ‘stabilità’ ai quali aggrapparci.

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