These trees are made of blood

Our pain is our strength: it reminds us
this 
should never happen again

Siccome sono un ca****e, le cose le faccio per lo più da ca*****e.
Così, se decido di andare a teatro, lo decido d’istinto, senza troppo curarmi dei dettagli di quello che andrò a vedere.
Anche questo è stato il caso di “These trees are made of blood“: ho letto che trattava della dittatura militare argentina, dei desaparecidos ed ho deciso che l’avrei visto.
Peccato non avessi letto la nota sottostante: a political musical cabaret. Un cabaret politico musicale.

Ora, se ci sono due cose che -artisticamente parlando- faccio fatica a sopportare e ad apprezzare sono i musical ed i cabaret. Entrambe rispettabilissime forme artistiche, ma decisamente non le mie preferite.
Così quando A., che sorprendentemente ha accettato di accompagnarmi a vedere la piece, mi dà questa -secondaria- informazione, non mi resta che play it cool e pretendere che lo sapessi. Ovviamente. Ma poco importa: avevo deciso che l’avrei visto quando ho letto che parlava dell’Argentina sotto la junta militar e questo non avrebbe cambiato i miei piani.

Certo non ora che ho il biglietto in mano e sono con A. a bere un Moscow Mule prima di entrare (minuto 2:00).

Arcola Theatre

Il primo atto introduce la storia della dittatura in stile decisamente cabaret con simpatiche interazioni fra gli artisti sul palco ed il pubblico, balletti con piume di struzzo e stile burlesque (geniale l’ufficiale -uomo- in corsetto di pelle che chiamato sul palco dal collega risponde “praticamente nulla” alla domanda su cosa stia indossando e lo strip-tease al contrario con cui si mette l’uniforme- anche qualche interessante suggestione psicanalitica, qualcosa che fa tornare in mente il pasoliniano “Salò): a piccoli passi quasi goliardici e scherzosi, ma molto ben congegnati (come il giochetto dei palloncini colorati ad indicare diverse idee politiche o soggetti invisi alla junta o quello dell’ “ipnosi” per simulare la persuasione non violenta messa in atto dai torturatori) gli attori illustrano cos’è la dittatura argentina. Ma tutto passa sotto traccia, in modo quasi divertente e -soprattutto- con la compiacente collaborazione del pubblico: inizialmente, in puro stile cabaret siamo invitati ad applaudire con diversa intensità a seconda dell’indicazione che El General ci fa con la mano, dove il livello più alto -a braccio teso in un velato richiamo al saluto romano- è pari al “giubilo per Maradona che segna un gol nella finale mondiale” (sic).
Col senno di poi, non potrebbe essere più evocativo (tant’è che poi ci riproverà nel secondo atto a farci applaudire “a comando”, ma stavolta non funzionerà più).

Fin qui quello che mi sentivo di dire -con le parole di A.- è un plauso per il modo leggero eppure preciso e mai volgare con cui si affronta il tema.
Ma, per me che son troppo serio di natura, la cosa suona tanto come quella barzelletta raccontata da Steve McQueen nei “I magnifici sette: fin qui tutto bene.

Il secondo atto cambia tutto.
Tutto.
Il nostro bravo ufficiale torna sulla scena col suo corsetto e, prima, balla su tavolo mentre in sottofondo si odono le registrazioni delle testimonianze di tortura.
Poi, mentre la madre di una ragazza desaparecida insiste a chiedere informazioni su sua figlia, le viene mostrato quel che è stato: la ragazza, anche lei in corsetto in pelle decisamente provocante, viene portata sulla scena, e mentre il nostro ufficiale fa finta di suonare uno strumento musicale, appoggiata ad un tavolo simula le convulsioni di un corpo attraversato dalle scariche elettriche della picana al ritmo della musica. Ma non è finita. I bravi militari argentini avevano appreso anche altro, alla School of the Americas avevano appreso quello che poi sarà noto come waterbording, questo simulato con il deepthroat (come un mangiatore di spade) di un palloncino blu.
Quando un attimo dopo la madre incontra un’altra donna, un madre de Plaza de Mayo e questa al nome della ragazza risponde “Presente!” per poco non sono saltato sulla sedia.

Eppoi la ricerca del cadavere, la guerra delle Falkland-Malvinas, il processo alla junta, la rivelazione della CIA (forse l’unico passaggio non totalmente incastonato alla perfezione nella trama, ma ottimo l’abbinamento con lo spogliarello e le ferite simulate sul corpo dell’attrice che appaiono mentre la stessa si spoglia come una lap-dancer), la rivelazione dell’ESMA, del ruolo della chiesa e dei voli della morte.
Fino alla vergogna più terribile di tutte (se una scala è possibile): le storie dei figli dei desaparecidos adottati dalle famiglie dei militari. Sucísima.

Finito il processo, sintesi breve (ed un pò ingiusta a mio avviso nei confronti di Alfonsin: avercele le palle che ha avuto lui) dei processi e delle amnistie e dietro il palco appaiono le foto dei desaparecidos. Di nuovo, il momento più toccante è l’intrecciarsi fra il cucinarempanadas delle storie della madre, della figlia sequestrata, torturata ed uccisa e la propria figlia/nipote: “Non ho mai cucinato empanadas con mia madre” dice la ragazza andata alla manifestazione invece di cucinare “anche se avrei voluto“; “Non potrò mai cucinare empanadas con mia madre,” dice sua figlia “ma potrò farlo con mia nonna“.

Vorrei dirvi ancora tanto altro su questa piece, vorrei dirvi dei processi per la verità, del ruolo che la giustizia -anche la peggior giustizia da tribunali- può giocare nel cicatrizzare le ferite e ricomporre i pezzi di una società e vorrei dirvi degli amici che hanno contribuito a quei processi; vorrei dirvi e dirvi ancora di quanto noi stessi (in questo sporco Occidente) abbiamo fatto guerre sporchissime mentre puntavamo il dito sui vari dittatorelli in Africa, Asia o altrove; vorrei dirvi della P2 e della junta; vorrei dirvi del Parque della Memoria, dei nomi incastonati sulla pietra, di chi mi ci ha accompagnato e raccontato di tanti di quei nomi, del monumento in mezzo al Rio de la Plata; vorrei dirvi di guardare “Garage Olimpo“; vorrei dirvi di leggere Verbitsky e -già che ci siamo- pure William Blum; e vorrei dirvi che non è finita, che Nunca mas resta troppo spesso solo sporca retorica.
Vi sarebbe tanto da dire ancora su questa -e altre come questa- sucísima storia. Ma questo post è già troppo, troppo lungo.

Concludo dunque dicendovi solo che, se ne avete l’occasione, andate a vedere “These trees are made of blood“.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “These trees are made of blood

  1. purtroppo mi sembra di capire che per vederlo, per ora, non ci siano alternative al venire a Londra, il che rende il biglietto eccessivamente dispendioso. ho però guardato il trailer e ascoltato alcuni passaggi della colonna sonora, tipo l’incipit strumentale di “en el fondo del rio”. chapeau.

    • Sì, credo che al momento sia solo da questo lato della Manica. Un vero peccato, ma immagino anche che l’insieme di abilità tecnico-artistiche messe all’opera per realizzarlo non sia facilmente replicabile…

  2. Pingback: L’ipotesi zero | Suprasaturalanx

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