Into dark

Ecco, una cosa che posso (anzi, devo) scrivere è questa: Dans Le Noir. Titolo inglese, perché siam sempre a London. E (quasi) non più in Europe.
Battute a parte….

Dans Le Noir è una catena di ristoranti in cui si cena completamente al buio. Totalmente.
Per natale ho ricevuto come regalo una cena in questo ristorante, sede londinese appunto, e dopo aver atteso troppo a lungo, domenica sera vi sono andato. Con A., tanto per farsi male fino in fondo.
Sempre fino in fondo, le cose a metà non hanno carattere– per dirla con Benjamin (sì: sto tornando al primo Benjamin).

Cominciamo dalle cose semplici: cibo ottimo. Il che, per un ristorante, è già un ottimo punto di partenza, no? Anche il vino scelto era buono.
Forse, nel complesso, un pò caro. Ma, ovviamente, si paga tanto l’esperienza. E, credetemi, ne vale la pena. Ne sarebbe valsa la pena anche senza quella compagnia (ma non discutiamo di questo: una buona cena andrebbe sempre accompagnata da una “bella” donna -bella in più di un senso).

L’esperienza, appunto.
Una cena al buio. Il primo pensiero, almeno il mio, ma penso per molti, è stato: la camicia tornerà enormemente pezzata. Severamente, irrimediabilmente, macchiata. E, infatti, approfittando del buio e della sospensione di qualsiasi giudizio estetico, ho messo il tovagliolo a protezione “integrale”. Camicia intonsa, gran risultato.
Secondo pensiero: come faccio a mangiare? La logistica, in realtà, si è rivelata piuttosto semplice, anche versarsi da bere dopo qualche accorgimento iniziale è stato piuttosto ok. Unica nota: magari del pane, per evitare di usare le dita “a supporto” sarebbe stato saggio…

Questo per le trivialità del caso.
Ma l’esperienza di una cena al buio è molto di più. Intanto, non ho mai visto un posto altrettanto buio. Neanche la campagna cubana di notte, neanche le Alpi di notte, neanche la savana attorno ad Arusha o la pampa…. almeno lì vi erano le stelle! (Gran cosa le stelle, dovremmo ricordarcelo più spesso… non esiste notte tanto buia da non aver stelle). Ma neanche la notte di temporale ad Urulu.
La cosa più luminosa in tutta la stanza (in assoluto, anzi: a mia memoria, l’unica cosa luminosa in tutta la stanza) era la fluorescenza delle lancette del mio orologio- che ad un certo punto ho tolto.
La prima sensazione, appena accomodati a tavola e affrontata la logistica, è una certa fatica agli occhi. La tentazione è quasi di chiuderli. Passa dopo poco, ma è strano all’inizio adattarsi a questo ambiente.
Ma la cosa che si sente più costantemente è il vuoto. Vuoto, totale, assoluto. Nei momenti di silenzio sembra quasi di sentirsi fluttuare nello spazio (nessuna idea di quale spazio vi sia attorno: la stanza potrebbe essere minuscola o enorme… nessuna percezione).
Non a caso, si sente la necessità di riempire quel vuoto.
Per quanto la conversazione -almeno la nostra- sia stata interessante e mai banale (ok, a parte un paio di mie cazzate sul Mozambico…), v’era sempre la come la “necessità” di parlare, di riempire quello spazio. Forse perché anche noi come alcuni pesci ci orientiamo nello spazio come con un sonar, per quanto poco i suoni, le voci, ci danno una sensazione di presenza. Qualcosa cui aggrapparci.

Tutto questo va, ovviamente, rapportato poi al cibo.
Aldilà, come detto, della logistica, l’esperienza principale è quella di non sapere (verrà rivelato dopo) cosa si sta mangiando: si può scegliere un menù carne/pesce/vegetariano, ma gli ingredienti esatti non si conoscono. Il che, almeno per me e la mia commensale, ha rivelato quanto il nostro palato sia poco sviluppato: dei tanti ingredienti sono riuscito a riconoscerne solo pochi (kangaroo, più per azzardo che altro, piovra, passion fruit e qualche verdura… neppure l’oca che pure ha un gusto abbastanza marcato sono riuscito a riconoscere!).
La vista, sic, domina i nostri sensi. Almeno nel quotidiano. Per quanto altri sensi possano essere più evocativi nella nostra memoria (l’olfatto- ma come ci siamo detti dopo: la memoria visiva può essere richiamata alla mente, quella olfattiva, come fare?), la vista domina.
Domina totalmente. Specie a livello sociale: estetica, apparenza… ma anche nelle interazioni astratte dall’aspetto: la percezione visiva, come mi diceva A., ci aiuta tantissimo ad orientarci nelle relazioni- la direzione di uno sguardo, delle labbra che accennano una parola, la postura… tutto questo è essenziale nel nostro modo di essere ed interagire. E di colpo era sparito.
Dovevamo, in un certo senso, imparare un nuovo linguaggio.

La cosa che probabilmente mi ha scosso maggiormente è stato sentire il cameriere (bravo) parlarci della bellezza dei monumenti a Roma dopo la sua recente vacanza. Sul momento avevo creduto non fosse cieco (come inizialmente sospettavo)… vederlo poi andare a casa e constatare che è effettivamente non vedente mi ha scosso. Positivamente, devo dire: è stata un’infusione di umiltà. Enorme.
Quanto tempo passiamo a scattare foto, anziché a crearci memorie? Alla fine, ricorderemo sempre meglio qualcosa che abbiamo toccato piuttosto di mille immagini viste solo attraverso lo schermo di una macchina fotografica (schermo, perché spesso anche l’obiettivo ci hanno tolto).

Insomma, un’esperienza fortemente consigliata.

Considerazione a latere, non è “bizzarro” che un’esperienza così umanamente formativa al giorno d’oggi possa farsi solo pagando?
In definitiva, provare a vivere “al buio” almeno per un pò sarebbe un bel bagno d’umiltà per molti, un’occasione per riflettere ripensare al proprio modo di essere, a quel che veramente conta o dovrebbe contare nella vita… per fortuna è possible farla in posti come Dans Le Noir, ma, credo, v’è qualcosa di sbagliato non tanto nel commercializzare questa esperienza in sé, quanto nel fatto che commercialmente sia -a mia conoscenza- l’unico modo per farla.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

13 thoughts on “Into dark

  1. approfittando del fatto che trenord d’estate si “fotte” i treni e quindi ho mezz’ora d’attesa forzata, rispondo subito partendo dalla tua ultima domanda: che io sappia, quantomeno in italia, purtroppo sì, solo a pagamento. se ti capiterà, quando ripasserai da milano, potrai partecipare a uno dei bellissimi percorsi all’isituto ciechi: più che la cena al buio, l’intero dialogo nel buio, ovvero un percorso attravero la ricostruzione della realtà quotidiana (rumori del traffico, piante, una gita in barca, oggetti di casa, odori, etc), al termine del quale viene offerto un aperitivo con sottofondo musicale di musica al piano (vai tranquillo per l’orologio, te lo fanno lacsiare in un armadietto all’ingresso).
    inutile dire che anche io lo consiglio a chiunque.

    p.s. a mia memoria, ho vissuto solo un’esperienza analoga (e gratuita) di buio (e silenzio) assoluto: un viaggio speleologico in una grotta, arrivati al termine del quale (a qualche centinaio di metri nel ventre di una montagna) la guida ci ha proposto di spegnere le luci e rimanere in silenzio per quanto fossimo stati in grado. un’esperienza unica, ma una differenza sensibile con dialogo nel buio: l’assenza di contatto umano.

    • Comincio dal fondo: l’esperienza della grotta sembra davvero interessante, specie con un silenzio un pò prolungato. Unico inconvenient: può essere estremamente “sconfortevole”. Quanto avete resistito?
      A fine cena avremmo potuto rimanere ancora un pò nella stanza buia e credo sarebbe stato interessante, ma la commensale ha preferito tornare a vedere la luce…

      La mia in effetti era una domanda retorica, ma grazie della segnalazione. In effetti, immagino che l’esperienza completa della quotidianità debba essere molto interessante, meno intima forse ma decisamente più consapevolizzante – ovviamente qui c’entrava non poco anche l’aspetto commerciale.
      Anche noi abbiamo lasciato tutto in un armadietto all’ingresso, ma mi ero scordato l’orologio (che comunque non ha fatto abbastanza luce da cambiare la situazione: era letteralmente un puntino nel buio. Al massimo, ci ha aiutato nel fare un brindisi senza lanciarci contro i bicchieri…)

      Comunque, veramente deluso che tu (e @Gaber) non abbiate colto la raffinata citazione nel post…

  2. Molto interessante, e mi riporta alla mente molte cose di cui abbiamo parlato al tempo dei “sei sensi”.

    Mi trovi pienamente d’accordo sulle foto. Ricordo sempre che le aree cerebrali della memoria sono vicine all’encefalo olfattivo (per così dire) e ben lontane dall’area della visione. Vorrà dire qualcosa.

    • Infatti, ho pensato molto anche io a quel tema nello scrivere il post- forse avrei potuto approfondire di più quell’aspetto, ma non era necessariamente il primo punto cui soffermarmi.

      Assolutamente d’accordo sulla memoria, ma -come dicevamo a fine cena- le immagini sono molto più facili da richiamare alla mente, i suoni ancora ancora, sapori e tatto forse… ma gli odori? Non credo neanche sia possibile (ricordo la fatica che ho fatto, appunto, a scrivere quel post su i Discutibili)

  3. “Tu vedi qualcosa? Io non vedo niente!”
    “E’ così che vivo io”
    (da ‘Furia cieca’, 1989)

    Già mi incuriosivano gli appuntamenti al buio, in senso letterale (ci avevano fatto pure un programma tv, i due conversavano e poi a turno venivano illuminati, e non sempre la reazione dell’altro era positiva), ma questo deve essere eccezionale. E concordo, tutto si basa sulla vista, nelle relazioni umane. Troppo, direi.

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