Claustrofobia della stanza vuota

Dire che mi sento “di merda” è ancora un eufemismo. In realtà  non so neanche io esattamente come mi sento: stanco, triste, scazzato, al limite della depressione o del tracollo emotivo… Soprattutto scazzato, probabilmente. Non lo so esattamente: tutto questo e altro.
Sono preso così… in uno stato d’animo in cui praticamente tutto non fa che aumentare la mia rabbia:  ogni canzone, ogni libro, ogni job application, ogni riga della tesi.
Rabbia. Assenza di prospettive. Frustrazione.
Vorrei solo poter dormire tutto il giorno, per giorni. Aspettare che passi. E chi se ne frega della tesi: consegno quello che ho scritto e basterà. Sarebbe quasi buttare via tutto il lavoro di un anno, tutti il “puntare all’eccellenza” con un solo lavoro mediocre. Ma continuare a lavorarvi mi causa più dolore che altro.

E tutto questo non è causato dal pensiero che fra 15 giorni non saprò più che fare della mia vita (il master è ormai finito, abbiamo ancora due settimane per consegnare la tesi, l’appartamento da lasciare due giorni dopo e ancora navigo nel buio con prospettive di lavoro, nuovo domicilio o altre mete da raggiungere)- come se non riuscissi a guardare oltre quindici giorni. Buio totale. E pesa come un macigno.
Ma no, non è questo, anche se gioca una grande parte. Non solo, almeno.

So che non è solo questo, perché so esattamente da quanto mi sento così: da quanto è cominciato il conto alla rovescia per vedere una stanza vuota. E, ancor di più, da quando la ragazzina coi capelli rossi se n’è volata via.
Le due cose, in realtà, si sommano: perché vederla volare via mi farebbe assai meno male se sapessi di dover partire anche io, lasciare presto questo posto ormai svuotato di tutto quello che l’aveva reso speciale nei mesi scorsi e lanciarmi verso una nuova avventura.
Verso qualcosa per tenermi occupato, per riempirmi il cervello, per non pensare.

Lasciarsi alle spalle lei, che è ormai andata, e tutti gli altri che stanno andando o andranno a breve. Lasciarsi (finalmente) alle spalle un anno che è passato troppo in fretta, ma ormai è passato.
Andarsene, scappare da questo luogo divenuto claustrofobico- una prigione, dorata ma pur sempre prigione.
Farla finita con questa agonia che abbiamo trascinato troppo a lungo, da luglio ormai, quando sarebbe stato più saggio rendersi conto già mesi orsono che non poteva durare. Non era destinato a durare.

Invece sono qui, esco in giardino e guardo la finestra chiusa di una stanza ormai vuota. Una stanza che solo ieri ospitava qualcuno.
Qualcuno che, volente o nolente, mi ha appesantito il cuore (per citare il bel film di BollywoodCheeni Kum- Senza zucchero“)

E allora ecco ancora frustrazione. Solitudine.
E tutto nel domani inquieta. A pensare di non sapere cosa affrontare, a sapere di doverlo affrontare senza persone che son divenute care.
E si vorrebbe non doverlo affrontare affatto.

Forse è per questo che non ho lo “spirito imprenditoriale”, la capacità di mettermi costantemente in gioco con nuove imprese e avventure: perché non ho mai saputo gestire la fine (le fini).

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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