Imbruttitura

Sono sveglio ad un’ora francamente troppo tarda. Ma tanto domani è domenica. Cioè, oggi.
Una certa arrabbiatura mi tiene sveglio (sì, caro signore al 41: noi probabilmente abbiamo sbagliato, ma tu sei stato una vera faccia di merda. Specie quando hai detto “sono figlio di…”). E vorrei parlare di questo, ma in fondo non servirebbe a nulla. L’arrabbiatura la uso solo per restare sveglio e ne approfitto per scrivere un post che avrei dovuto scrivere dieci giorni fa. Spero la memoria non tradisca i ricordi e le emozioni.

Martedì notte, in quell’ora in cui non si sa più esattamente che giorno è. Sono poco lontano dalla stazione di Liverpool street, aspetto l’autobus che mi porterà a prendere un volo decisamente troppo mattiniero. Aspetto in una notte che comincia a farci sentire il suo freddo.

Non sono mai stato un sostenitore della carità, anzi: l’ho sempre trovata un modo fin troppo comodo per pulirsi la coscienza, senza veramente cambiare le cose. In qualche modo, la carità mi irrita. Mi fa arrabbiare (anche questa…).
Allo stesso tempo, visto che comunque sono fra quella parte della popolazione mondiale decisamente fin troppo fortunata (anche in senso francese), continuo a sentire dentro di me una certa “spinta” a fare della carità, occasionalmente. Forse fin troppo di rado.
Probabilmente anche io cerco di pulirmi facilmente la coscienza. Ma, al contempo, vedendo quanti fra i miei conoscenti con una coscienza ed una morale assai migliori delle mie non fanno neanche questo piccolo gesto, penso che forse in fondo non è così male.
Fosse anche per comprare droga, alcool o sigarette, chi sono io per giudicare? Per quanto piccolo, è comunque un aiuto.

Insomma, aspetto questo autobus e cammino su è giù, un pò per passare il tempo, un pò per resistere al freddo.
Un uomo malconcio di cui m’è impossibile dire l’età si aggira fra noi che aspettiamo il bus, chiedendo soldi. Fa la stessa cosa quando arriva a me, scopre le braccia coperte di croste di sangue coagulato, dice di essere appena uscito dall’ospedale. Mi fa sinceramente “pena”, nel senso che provo compassione per lui e le sue condizioni mi smuovono a pensare che -sebbene non ricchissimo- posso permettermi di dargli dei soldi che chiede, quindi apro il portamonete e gli dò qualche pound.

Qui la situazione comincia ad evolvere. Il signore argomenta (forse l’ha fatto anche prima, ma prima non prestavo poi molta attenzione alle sue motivazioni) che sta cercando di raccogliere la somma di 10 pounds per pagarsi la stanza in un ostello e quel che gli ho dato, per quanto utile, è sostanzialmente inutile se non raggiunge quella cifra. Ovviamente, mi fa notare che nessun altro gli ha dato alcunché e mi prega di aggiungere qualche pound per raggiungere la cifra necessaria.

Da enorme stronzo, lo riconosco, gli rispondo di no. Uno stronzo colossale, probabilmente. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché credo che tutti (o almeno altri) fra i presenti potrebbero e dovrebbero metter mano al portafogli. Perché, in fondo, dovrebbe essere una responsabilità comune.
Il signore è particolarmente insistente.
Prima mi propone di darmi tutte le monete raccolte, cambiandole con una banconota da 10 pound. Un pò per testarda, stupida, ostinazione nel mio ragionamento, un pò perché così mi pare di defraudarlo di quanto ha raccimolato, ancora rifiuto.
Poi, di nuovo dinnanzi al mio persistere, mi dice  -visto che appunto la cifra non gli consente di pagarsi la stanza ed è quindi “inutile”- di riprendermi i miei soldi. Anche in questo caso rifiuto. Principalmente perché credo quei soldi possano nondimeno essergli utili. Forse anche per altre ragioni.

La cosa va avanti per un pò. La gente attorno non guarda. Certo pensa. Cosa, lo ignoro.
Trovo però interessante che nessuno abbia pensato minimamente di concluderla lì, prendere qualche pound e “pagarmi la cauzione”.
Alla fine rinuncia e comincia a chiedere l’elemosina agli altri presenti. Nessuno tira fuori un cent. E io un pò li disprezzo, tutti, un pò mi sento superiore a loro. Non superiore: leggermente più decente.

Visti i vani tentativi, il signore torna da me. Stesse argomentazioni. Adesso sono stanco, assonnato, infreddolito e stanco. Vorrei soprattutto farla finita con questa cosa.
Da colossale stronzo, con fermezza gli dico di smetterla. Non credo di essere offensivo, ma certo stavolta sono particolarmente fermo nel dirgli: “Basta[!]”.
Lui ha uno scatto. Letteralmente: il corpo piantato, la sua faccia balza a pochi centimetri dalla mia. Per un attimo ho veramente paura.
Paura che possa fare “qualcosa”. Credo fosse esattamente la paura che provano tutti i “ricchi” di questa porca terra dinnanzi a tutte le masse di poveri quando veramente minacciano di mettersi in moto. Paura anche fisica.
Avevo visto uno spillo fissato sulla giacca, forse un ago, non lo so. Ho avuto paura… paura del suo sangue. Letteralmente.
Con lo sguardo incattivito mi dice qualcosa, se ben ricordo qualcosa come “non è il modo di trattare un fellow essere umano“. Credo le parole fossero proprio queste. Me lo dice e se ne va. Senza fare alcunché.

Se ne va. Dopo qualche tempo un altro uomo ripassa. Scena pressoché identica: mostra il braccio insanguinato e chiede soldi per una stanza. Nessuno gli dà nulla. Neppure io. Un pò perché non ho altre monete, un pò perché non voglio trovarmi nella stessa situazione.
E penso pure che se il primo non si fosse comportato così, forse qualche spicciolo l’avrei trovato.

L’autobus arriva, saliamo, andiamo in aeroporto e torniamo a “casa”. Il tempo passa, e io non posso fare a meno di pensare a quanto la povertà “imbruttisca” le persone.
Ma la ricchezza ancor di più.

Da un certo punto di vista, mi son sentito una merda. Una merda, perché in fondo mi sarebbe stato possibile fare di più, dargli quel che mi chiedeva.
Da un altro lato, mi sento a posto: io ho fatto il mio. Ho fatto qualcosa. Sì: qualcosa. Troppo poco. Ma qualcosa l’ho fatto: mi sono pulito la coscienza.

Imbruttiti. A volte la coscienza è meglio tenersela sporca.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Imbruttitura

  1. Io davanti al sangue e alle croste prendevo un fugone che ancora stavo a corre… 😀 Detto questo, l’episodio è surreale: ho sempre visto la ‘carità’ come un gesto in un certo senso istintivo, inutile starsi a chiedere se i soldi gli servono, a cosa etc… come se in fondo pensassi che quei soldi dati con spirito di generosità, finiranno comunque a chi ha bisogno; ho sempre peraltro provato molto rispetto per chi si limita a chiedere l’elemosina in maniera discreta, silenziosamente o solo con un cartello, aggiungo chi magari suona uno strumento, ma lì già siamo in un ambito un po’ diverso; detesto invece l’insistenza così come certi ‘trucchi’ per muovere a compassione: i bambini, i cani… Nel tuo caso però siamo di fronte a un caso ancora diverso; il questuante imbastisce addirittura una contrattazione: “quello che mi hai dato non va bene, aggiungi”; la cosa mi sembra un filo delirante e di sicuro non sei tu lo str***o; lo str***o, piuttosto è, con tutta la pietà umana del caso, lui, che di fronte a un’elemosina accampa una protesta, pretendendo di più. La paura dell’elite ricca rispetto alle masse povere qui non c’entra: è la semplice paura di una persona normale, davanti a un’altra, evidentemente alterata e potenzialmente pericolosa. Peraltro, aggiungo che i ‘ricchi’ forse non prendono l’autobus… 🙂

  2. Me ne sono capitati diversi di questi che insistono. Ho sempre la sensazione che stiano sfruttando lo spiraglio aperto, le poche volte che si apre. E che siano degli ingrati, anche se non hanno tutti i torti vista la situazione. Una volta, un vecchio piagnucoloso mi ha chiesto “qualcosa” e gli ho dato una moneta due euro; invece di ringraziarmi ha preso a dire “e dammene cinque! Dammene cinque!” e io lo ho mandato a quel paese senza alcun rimorso. Un’altra volta, da studente, una ragazza rom si era offerta di leggermi il futuro, io ho declinato e le ho dato le monete che avevo in tasca, una vera miseria, tipo 200 lire, e lei mi guarda male (molto male) e fa “che cosa vuoi che me ne faccia di questi?” e io le ho detto che non ne avevo di più e quelle mi avrebbero comunque fatto comodo, e ci siamo allontanati entrambi borbottando maledizioni.

    Però un’altra volta mi è capitato un tizio a Firenze, nel centro storico, che invece era molto gentile e discreto. Avevo soldi in tasca ma gli ho detto di no. Mi sono sentito subito una merdaccia. Allontanandomi con mia moglie, le ho detto che mi ero pentito di non aver dato nulla. Volevo tornare indietro ma era scomparso tra la folla. Ho pensato a lui tutta la sera, se avesse avuto bisogno di aiuto, se i miei spiccioli gli avrebbero “salvato” la serata, e che ero una merda perché potevo aiutarlo tranquillamente e non l’avevo fatto. Il giorno dopo stavamo di nuovo passeggiando nel centro ed eccolo in giro, sempre tranquillo e sorridente a chiedere soldi. Gli sono andato incontro salutandolo come se lo conoscessi da una vita, gli ho chiesto come stava e gli ho dato le monetine dicendogli “mi lasci almeno offrirle un cappuccino!”. Ci siamo salutati, forse stretti la mano, non ricordo, e mi sono sentito “redento”, per così dire. Per una volta la carità mi ha fatto bene.

  3. il fardello dell’uomo bianco è intrinsecamente un compreomesso con la propria coscienza, a prescindere dal questuante. personalmente, gli stratagemmi per convivere con l’imbruttimento sono l’eventuale moneta che ho a disposizione o, in alternativa al soldo, visto che il più delle volte i miei incontri con questuanti coincidono con l’ingresso di luoghi di vendita di cibo, il chiedere se del cibo può essere d’aiuto e, se sì, quale (nei limiti di un ragionevole budget).

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