Recensione 50 “In the name of the people”

Credo di diventare sempre più stupido.
Non vi dev’essere altra spiegazione se più leggo un libro, meno lo capisco. Non so cosa l’autore volesse dire alla fine di 300 pagine; non capisco quale fosse l’intenzione, il messaggio che voleva trasmettere; il risultato conseguito.

Oppure, ma è solo un’ipotesi remota, il libro non ha niente da capire. Sì, forse questo è il caso con “In the name of the people“.
Perché già l’Angola -da qualsiasi parte la si approcci- è un casino peggio del celebre nodo gordiano. E già questo basterebbe a chiudere ogni discorso. Perché gli eventi di questo libro sono oscuri, in Angola tanto quanto nel resto del mondo.
E perché Lara Pawson sceglie di mettere tutto sul tavolo “senza filtro”, potremmo dire.
Piccola parentesi su Lara Pawson, giusto per chiarire che non è una sprovveduta: laureata al SOAS, è stata per anni giornalista in Africa per la BBC World Services, incluso in Angola. Parla portoghese (dettaglio non secondario, se si vuole aver accesso a qualche fonte locale).

La scelta di non seguire una tesi ben delineata forse complica un pò la comprensione degli eventi che il libro indaga e cerca di chiarire. Ma forse è l’unico modo per affrontarli veramente.
In fondo, Pawson stessa scrive più e più volte della propria incapacità di afferrare appieno i fatti, le politiche, le psicologie che raccoglie. Forse, allo stato attuale, una tesi “oggettiva” su quei fatti non vi può essere.
Diverso è se si sceglie di seguirne una “soggettiva”, per partito preso.

L’evento che Pawson si propone di indagare è già di per se uno dei più ignoti: il 27 maggio 1977, una “fazione” guidata da Nito Alves del MPLA -il partito al governo in Angola- organizza una dimostrazione / colpo di stato contro / in supporto del presidente Neto.
Seguono massacri dei dimostranti, incarcerazioni arbitrarie e una cortina di silenzio e terrore che si protare sino ai giorni nostri.
Da attenti lettori avrete notato l’ambiguità che io stesso uso nel descrivere gli eventi (manifestazione / colpo di stato). Non è un refuso. A seconda di chi si chieda, la vicenda è narrata in modi completamente opposti e Pawson stessa, al termine di anni di indagini e svariate interviste, non riesce a sciogliere la riserva.
Inutile dire che consultare google non aiuta (ma se riuscite a trovare qualcosa, sarò lieto di leggerlo).

Così, il libro alterna reportages storici, documenti ufficiali, analisi giornalistiche, testimonianze dirette. Quanto attendibile ciascuna di esse sia, non è dato saperlo: si contraddicono tutte.
Nel mezzo, Lara Pawson, i suoi dubbi, le sue fatiche per cercare un capo da cui dipanare il filo, la difficoltà del lavoro da giornalista nel confrontarsi con eventi tanto traumatici (20.000 morti, secondo una delle tante stime) e le vitte.
E, non meno importante, il dilemma politico che vive, da persona politicamente “a sinistra” verso i tanti giornalisti e ricercatori occidentali che hanno apertamente simpatizzato per il regime angolano, al punto di occultare, mistificare o semplicemente dimenticare i fatti. La cosa potrà sembrare marginale a chi non è di sinistra (o a chi non ha mai ammirato qualcuno per poi vederselo collare davanti agli occhi), ma per noi è un problema viscerale.

Non si sa, né probabilmente si saprà mai, cosa si veramente accaduto il 27 maggio 1977 in Angola. Non si sa con esattezza quali fossero le intenzioni di Nito Alves. Non si sa quante persone furono uccise durante la repressione che seguì. Non si sa esattamente quanto sapessero e che intenzioni avessero i cubani.
Ci sono solo tanti frammenti, che ci rimandano tante prospettive contrastanti sul singolo fatto.

Anni fa, al mio primo passaggio al SOAS, chiesi ad un professore un libro sull’Angola “per capirci di più“. Mi consigliò questo “In the name of the people” appena uscito. Dopo anni sono finalmente riuscito a leggerlo: l’avevo preso in mano senza un chiaro scopo. L’ho iniziato con la curiosità di comprendere di più su quello che credevo essere un piccolo avvenimento nella storia dell’Angola (e Pawson stessa lo ripete più volte: è una goccia, nel mare della guerra civile). Di quell’evento ho capito pochissimo.
In compenso ho capito molto di più su tutta l’Angola: sul petrolio; sui portoghesi; sugli americani; sui cubani; sul razzismo.

Con una crescita economica attorno al 10% negli ultimi venti anni, l’Angola è diventata una storia di successo dell’Africa. Molti, troppi, hanno deciso di guardare solo le pagine più recenti di quella storia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “Recensione 50 “In the name of the people”

  1. Sempre incredibile rendersi conto di quanto poco sappiamo del mondo. Se, prima di questo post, mi avessero chiesto chi era Nito Alves, non l’avrei saputo.

  2. Pingback: Giovani giovani, giovani vecchi e altre creature leggendarie | redpoz

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: