Giovani giovani, giovani vecchi e altre creature leggendarie

Non chiedetemi come ci sono arrivato, ma mi son ritrovato a leggere questo vecchio post su calcio e politica, che ovviamente mi ha riportato indietro -parecchio indietro- a riflessioni che facevo anni fa. E credo siano tuttora attuali sulla “vecchiaia” dei nostri modelli politici di riferimeno (Berlinguer, Belinguer…), ma forse non coglievano interamente il problema.

Ora, a me il concetto di “giovani” impiegato come categoria antropologico-politica non piace molto, ma mi rendo anche bene conto che utilizzare la classica dicotomia fra “conservatori” e “progressisti” per il ragionamento che vorrei affrontare non funzionerebbe molto bene.
Perché i confini fra “conservatori” e “progressisti” da alcuni decenni a questa parte, col crollo del “comunismo reale”, con lo scoppio della questione ecologica, la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono assai più incerti di quanto non fossero in passato. Fluidi, in un certo senso: settoriali.
(n.b. la settorializzazione, in effetti, è di per sé stessa il prodotto del crollo di modelli “monolitici” di pensiero- ideologie se vogliamo: un tempo essere comunisti non poteva esser ridotto al mero ambito politico, ma si estendeva a tutti i settori della vita. Tant’è che essere stalinisti piuttosto che maoisti o trotzkisti significava appartenene a mondi pressoché inconciliabili).
Ecco allora che (come detto di un “grande partito di massa” dei tempi nostri) si può essere “liberisti e libertari” al contempo, progressisti in materia di diritti civili e conservatori in altri ambiti.

Seguendo il pensiero (anche) di Recalcati, scrivendo quel post concludevo che, in estrema e affettata sintesi, per i giovani di oggi occorre trovare nuovi modelli politici, diversi da quelli che ci hanno preceduto. E fin qui il discorso è fin troppo abusato. Ma, logicamente, coi nuovi modelli occorre trovare anche nuovi interpreti. Renzi, tanto per fare un nome che sia immediatamente comprensibile (e senza che questo sia in alcun modo un endorsement).

Poi mi son ricordato di una cosa che leggevo nel preparare la mia tesi al SOAS sul Mozambico contemporaneo: tanti giovani usano t-shirt con Samora Machel (primo presidente del Mozambico indipendente) per manifestare la loro protesta contro il malcostume e la corruzione dell’attuale classe dirigente. Qualcosa di simile la leggevo recentemente riguardo Nito Alves e l’Angola. Insomma, in entrambi i casi, dei teenagers si rifacevano a modelli degli anni ’70 per esprimere il proprio pensiero.
Un pò come fanno alcuni dei giovani nostrani con Berlinguer.

Ecco perché il mio titolo.
Esistono giovani (in senso biologico/anagrafico) politicamente “giovani” e giovani politicamente “vecchi”. Così come esistono (anche se son assai rari) persone anagraficamente anziane ma politicamente giovani (o imprenditorialmente… potremmo dire: persone aperte alle novità).
Ovviamente, così come per conservatori e progressisti, la categoria non è categorica e andrebbe valutata settorialmente. Ma, per semplicità d’analisi, passatemi la categorizzazione. Sarà interessante, se qualcuno vorrà, affrontarla nei dettagli altrove.

Da questa constatazione, seguono alcune domande (dubito di aver la risposta ad alcuna di esse), tipo:
– che comunicabilità c’è fra queste (ipotetiche e idealtipiche) categorie (gg/gv, gv/vv, gg/vg, vg/vv)? Altrimenti detto, è più semplice che un ragazzo ventenne con la t-shirt di Machel si intenda (anagraficamente) con uno del Piraten Partei o con un vecchio comunista “berlingueriano”?
– per soffermarci solo agli anagraficamente giovani: quale approccio risponde meglio alle sfide del 2020 (che gli anni ’10 sono ormai finiti)? E’ più facile che qualcuno che vede in Machel (o Berlinguer) un modello risolva le sfide che ci attendano (ad esempio i cambiamenti climatici) o che vi riesca un grillino o un esponente del Piraten Partei (sì, so bene che vi sono enormi differenze fra i due)?
– e, sempre soffermandoci ai giovani, quali condizioni spingono ad essere politicamente “giovani” o politcamente “vecchi”? La domanda, secondo me, è particolarmente interesante, perché -in fondo- sia un mozambicano con la t-shirt di Samora ed un grillino partono dallo stesso obiettivo: la lotta alla corruzione. Sono “solo” i relativi contesti socio-economici a dividerli?

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “Giovani giovani, giovani vecchi e altre creature leggendarie

  1. Secondo me, le categorie politiche invece sono tutto sommato immutate almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Cambia solo il nome delle forze in campo.

    • Possibile, ma non sono del tutto d’accordo. Credo invece che dagli anni ’90 in poi, soprattutto a sinistra si sia assistito ad una serie di cambiamenti piuttosto radicali.
      Non mi riferisco, per usare il caso nostrano, alla “trasformazione” PCI-PDS-DS-PD, quanto proprio allo sgretolarsi di un blocco politico, al suo frazionarsi non in correnti comunque riferibili più o meno direttamente al pensiero marxiano, quanto al suo abbandono.
      Il fenomeno, in realtà, in ‘occidente’ è cominciato assai prima (dalla metà degli anni ’70 direi) – perché tu invece ritieni che le categorie siano sostanzialmente immutate?

      • Perché il comunismo e la socialdemocrazia, per fare un esempio, sono, o dovrebbero essere, interpretazioni “speciali” di un caso generale. Anche se si dice che destra e sinistra sono morte, sia nella pratica, sia nella concezione “filosofica”, è con quelle categorie che continuiamo a ragionare. Per fortuna.

        • Le categorie di “destra” e “sinistra”, sì. Il problema, a mio parere, è che oggi è sempre più difficile non solo dire cosa sia “sinistra” come categoria omnicomprensiva, ma anche nei singoli casi.
          Provo a chiarirmi: fino a quando il pensiero marxiano (o che ad esso si rifaceva) era dominante, esso forniva “risposte” ad ogni questione: alla problematica ambientale, a quella razziale etc. etc. Poi ci si è resi conto che queste risposte non erano sempre valide (penso, per un esempio fra tanti, all’ “alternative development” o alla questione razziale nei neonati stati africani) e il modello “monolitico” è venuto meno.
          Così, oggi assistiamo ad una “sinistra” frastagliata fra ambientalisti e non, fra terzomondisti e non etc. etc. Giustamente potresti dirmi che il principio rimane lo stesso, ma le sue applicazioni concrete divergono assai – ed è sulle applicazioni che poi sorgono i conflitti. Basti pensare che ai World Social Forum alcuni grandi scontri furono a) sull’ammissione di partiti come Rifondazione Comunista (2001, credo) e b) sull’agenda- ovvero sul determinare le priorità. Per il pensiero marxiano questo (specie l’ultimo punto) non sarebbe mai stato un dubbio.
          La confusione è tale sotto il cielo che oggi (secondo me, ma accetto di esser corretto) su alcune questioni ben individualizzate non si sa neppure cosa sia “di sinistra” (esempio banale e provocatorio: TAV?)

  2. Pingback: Il mondo è cambiato, e noi siamo rimasti indietro | redpoz

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