Semiseria analisi elettoral-letteraria

La cosa migliore che si possa dire su queste elezioni l’ha in realtà disegnata Makkox 6 anni fa: poteva andare peggio… poteva piovere merda incendiaria.

Ecco: poteva piovedere merda incendiaria. E forse sarebbe stato meglio.

La situazione attuale
Checché se ne dica, il “riformismo ragionevole” (definizione mia, già dal 2013) in questo paese conta meno del due di bastoni: meno di una persona su 5 condivide questa visione. E ora come ora, rischia di divenire addirittura il terzo partito- dopo M5S e Lega.Quando ragionavo sui dati dei primi exit poll notturni, mi tornava in mente un’altra vignetta per la sinistra -credo di Ellekappa all’indomani dell’elezione di Obama- Stati Uniti si vince, recitava.
Ovviamente non si sarebbe vinto neanche sommando il 19% del PD col 4-5% di Liberi e Uguali. Forse la ferita avrebbe fatto meno impressione, ecco. Ma con i numeri attuali neppure questa ricostruzione è più credibile.
Adesso sarà solo interessante vedere i flussi elettorali e capire da quale dei due partiti di sinistra è stata maggiore l’emoraggia verso Lega e Movimento 5 Stelle.

Il dato meriterebbe comunque una maggiore attenzione, perché da un rapido scorporo a livello regionale emerge come al nord il PD si mantenga almeno a “linea di galleggiamento” (21% circa in regioni ostiche come Veneto e Lombardia), per sprofondare al 16% circa al sud. Mentre, rispettivamente, al nord il centrodestra sfiora il 50% e M5S si ferma ad un 25% con i risultati che -grossomodo- si invertono al sud (grossomodo, perché vi sono differenze regionali rilevanti e il divario fra prima e seconda forza politica in genere si assottigliano).

Interessante notare che per la seconda volta (terza, se si conta il 2013) gli italiani hanno pensato in larghissima maggioranza di affidare il governo ad una forza politica praticamente neonata. Nel 1994 a Forza Italia di Berlusconi, oggi a M5S di Di Maio.
Vero che il Movimento ha già alcuni anni alle spalle, ma resta una forza relativamente giovanissima.

Riflessioni sul futuro
Riguardo il futuro del Partito Democratico: suonano già campane a morto. Difficile a dirsi, ma non ne sarei così sicuro. Il motivo principale di questa mio parere è che manca del tutto un’alternativa “a sinistra” che possa prenderne il posto- questa certo non può essere Liberi e Uguali (i risultati di Grasso, D’Alema e Bersani dovrebbero essere una chiara indicazione in tal senso).
Normalmente difenderei anche il diritto/dovere del rieletto segretario a proseguire col suo incarico. Non sono certo ciò sia opportuno: scendere sotto il 20% è una batosta troppo grande per non richiedere un cambio radicale e certo Renzi non può sperare né pretendere di presentarsi una terza volta al congresso per una nuova incoronazione (a che?). Per come la vedo, le alternativa sono due: a) gestione Renzi con radicale ripensamento dell’idea partito (collegialità) e più o meno costante linea politica; b) dimissioni di Renzi, gestione Martina-Orlando e tendenziale ricostruzione di un DS azzoppato, con Renzi che prova a fare l’En Marche italiano -ma quello spazio politico in Italia non esiste.
Per il riformismo italiano, credo la prima opzione sarebbe la meno peggio: guadagnare quel minimo di tempo per riorganizzarsi. Un nuovo congresso a meno di sei mesi dal precedente sarebbe un suicidio -non solo per il partito in sé, ma per la sinistra intera.

Non so voi, ma mi aspetto un governo “gialloverde” di M5S e Lega. In fondo le reciproche compatibilità sono meno oscure di quel che si creda (vedasi questione immigrati, Europa e vaccini) e la voglia di entrambi di governare potrebbe smussare a sufficienza le rimanenti divergenze.
E questa riflessione mi porta direttamente alla letteratura.

Letterariamente
Attualmente sto leggendo un saggio di Benedict Anderson (divenuto celebre per il suo “Communità immaginate“) sul movimento anti-coloniale nelle Filippine. In questo saggio, Anderson analizza la vita, l’opera letteraria e politica di José Rizal “padre della patria” filippino.
Senza dilungarmi nell’analisi, quel che qui interessa è il secondo romanzo di Rizal “Il filibusterismo“, nel quale il romanziere descrive il piano di un’indipendentista deluso e convertitosi al nichilismo politico di accellerare la distruzione di una società corrotta (economicamente e nei costumi), tramite attentati e corruzione. Ora, siccome la cosa suona terribilmente simile a certo neofascismo nostrano degli anni ’70, preciso che la mia riflessione non vuole sostenere nulla del genere (violenza o terrorismo) e limitarsi esclusivamente al piano democratico. Giusto per evitare fraintendimenti.

Ad ogni modo, vorrei trasporre questa idea letteraria in ambito politico italiano.
Fino ad ora, infatti, credo noi italiani abbiamo votato il meno peggio o – comunque- quel che credevano avrebbe fatto il meglio per il nostro paese. E abbiamo visto com’è andata, fino ad ora.
Dubito -chissà perché poi- le cose siano destinate a cambiare.
Ma, allora, la mia teoria è la seguente: dovremmo anche noi accellerare la distruzione e la decomposizione. Dovremmo convintamente votare il peggio (ok, magari non il peggio assoluto come FN, Casapau e simili).
In fondo, sorry, dal fascismo ne siamo usciti con una classe dirigente che aveva senso dello Stato -per un periodo troppo breve, ma probabilmente unico nella storia dell’Italia contemporanea. Quindi perché ostinarci?

Concludo con un’altra citazione, un classico familiare (che traduco dal dialetto per comodità): agli italiani è più facile metterlo in c**o che in testa.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “Semiseria analisi elettoral-letteraria

  1. Il problema sta proprio nell’espressione ‘riformismo ragionevole’, che più o meno da Monti in poi si è trasformato in conservazione bella e buona: se proposte come la flat tax (da Terzo Mondo, con tutto il rispetto) o il ‘reddito di cittadinanza’ (fattibile, ma bisogna vedere come), hanno fatto tanta presa, è perché la ‘sinistra’, che un tempo aveva il ruolo di lanciare idee nuove è anche originali, si è completamente adagiata sul ‘signora mia, le cose stanno così, che ci vogliamo fare’, espressione incarnata da una persona grigia e senza brio come Gentiloni, uno di quelli che prima di fare un passo avanti, pensano bene se non sia il caso di farne due indietro. L’unica speranza contro i movimenti che, piaccia o meno, sono popolari (e non populisti), è recuperare un pizzico di impeto, di fantasia, di voglia di guardare in alto e lontano; a forza di ‘stare con i piedi per terra’, si è cominciato a guardare solo il terreno e si è andati a sbattere contro un palo… vedremo se la lezione è stata imparata, o si continuerà a proporre solo il grigiore.

    • Non sono del tutto d’accordo e provo ad illustrare il mio dissenso.
      Credo anche io che alla “nuova” sinistra sera fantasia, spinta ideale e comunicativa, in poche parole: un orizzonte ideale in grado di “scaldare i cuori” e non parlare solo alla testa. A mio parere, in questo dibattito rientra anche tutta la discussione fra “nuova” e “vecchia” sinistra (rimando ai miei ultimi post: https://redpoz.wordpress.com/2018/02/12/giovani-giovani-giovani-vecchi-e-altre-creature-leggendarie/ e https://redpoz.wordpress.com/2017/11/21/politicamente/).
      Tralasciando il giudizio personale su Gentiloni, quello su cui non sono d’accordo è la critica alla sinistra come “le cose stanno così”. Perché è vero che esistono dei vincoli non secondari, primo fra tutti il debito pubblico. Se uno vuole fare proposte fantasmagoriche (pensioni minime da 1.000 Euro, per dirne un’altra), può anche farle- sapendo poi che saranno irrealizzabili.
      Quello che nessuno dice, perché scomodo, perché non scalda i cuori e perché “troppo complicato” è che coi governi di sinistra il debito diminuiva, l’avanzo primario aumentava etc. etc. Il che, tradotto, vuol dire che gestivamo noi i parametri che poi l’UE ci ha imposto (2013), con tempi e modi nostri che poi ci avrebbero consentito politiche diverse. Ma siccome era scomodo e non immediato, abbiamo preferito credere alla promesse del “tutto e subito” e ora ne paghiamo i conti (da Craxi in poi). E, temo, continueremo ancora a pagarli con queste promesse.

      Rimando al mitico padre Pizzarro che meglio illustra il mio pensiero: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/10/torna-guzzanti-con-padre-pizzarro-pd-in-sto-paese-ce-sono-due-sinistre-una-lesionista-e-una-autolesionista/4216957/

      Che, poi, dire che la sinistra non scalda i cuori è pure parzialmente errato: chi è stato, se non il PD, ad approvare la legge sul fine vita? O la legge sulle unioni civili? Per carità, si potrà dire che “si poteva fare di più”- vero, ma ricordiamoci anche che (ammesso e non concesso che M5S sia “di sinistra”), viviamo in un paese in cui Lega e Fratelli d’Italia prendono il voto di 1/5 degli italiani (e più). In cui addirittura è nato un partito “Popolo della famiglia”…

      • Vero, ma purtroppo bisogna ammettere che determinati – sacrosanti – provvedimenti sono arrivati in una fase in cui la maggioranza degli italiani è stata occupata a pensare ad altro, ossia, prosaicamente, alle proprie ‘tasche’ (cosa che peraltro ha portato all’affossamento dello ‘ius soli’). Il problema se vuoi, per me nasce tutto dal contesto ‘di riferimento’: non ci vuole un genio dell’economia per capire che i parametri fissati dall’UE così come sono non funzionano, perché non tengono dei cicli economici; allo stesso modo, sono state completamente scriteriate le politiche imposte alla Grecia prima e a noi poi, con provvedimenti restrittivi che hanno aggravato e prolungato una fase già recessiva. Detto più semplicemente, il PD si è ‘adeguato’, mentre secondo me una sinistra realmente ‘progressista’ dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione tutta la cornice (dalla quale peraltro altri in passato sono fuoriusciti senza che nessuno obiettasse) e non continuare a sperare nella ‘flessibilità’dei parametri’ vista come una gentile ‘concessione’ di chi comanda… Utopistico certo, ma l’utopia ha sempre fatto parte della sinistra, mentre il PD negli ultimi anni si è limitato a un cieco realismo.

        • Condivisibile per quel che riguarda l’aspetto economico-europeo.
          Ma secondo me sottovaluti che questi cambiamenti non possono ottenersi “dans l’espace d’un matin” come vorrebbero alcuni. E, tantomeno, possono essere ottenuti da chi “non ha fatto i compiti”. Torno a quanto dicevo sopra: prova ad andare a negoziare coi conti in ordine, come stava facendo il governo Prodi, poi mi dici.
          C’è contesto e contesto nel quale andare a pretendere modifiche normative (si chiama anche potere contrattuale): fintanto che non si rispettano le regole del gioco è difficile pretendere di cambiarle…
          Le utopie vanno benissimo -ci mancherebbe- ma un conto sono i “sogni” o promesse elettorali, altro sono i progetti di cambiamento.
          Un progetto c’era, ma (ripetutamente) si sono preferiti i sogni. Per questo batto tanto sulla “ragionevolezza” delle proposte.
          Inoltre, considera poi che (per affinità politica e altre ragioni) il PD è forse l’unico partito in Italia in grado di costruire una “coalizione” europea per la riforma delle regole dell’UE. Questo, per fortuna o purtroppo, è al momento precluso a forze politiche come Lega o M5S.

    • No, vedi: chi l’ha votato, l’ha votato con la convizione che fosse il “meglio”, o perlomeno il “meno peggio”… per la stessa logica, un’altra metà (circa) della popolazione non l’ha votato esattamente per le stesse ragioni.
      Secondo la mia proposta (ripeto a scando di equivoci: semiseria), anche chi non vota il peggio (consci del fatto che è il peggio) dovrebbe proprio votarlo per questo preciso motivo!

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