Banali considerazioni su Israele

Israele è tornata prepotentemente (come sempre) ad essere oggetto di cronaca nei giorni scorsi. Prima con gli “scontri” a Gaza, poi con la questione dell’immigrazione.
Senza pretesa di completezza, mi permetto di raccogliere qui alcune considerazioni -forse banali, nel qual caso mi rallegro per la competenza dei lettori.

Comincio dagli aspetti forse più banali e più recenti, la diatriba sull’immigrazione.
La problematica, per il governo israeliano, sovrappone diverse questioni. Prima fra tutte, la natura di Israele, nato come “Stato ebraico”, quindi fortemente connotato da un’identità etnico/religiosa (sulla sovrapposizione fra le due vi sarebbe molto da scrivere, non solo in questo caso).
Se il problema è comune a tutti i nazionalismi (rectius: a tutti gli Stati nazionali), in Israele, per il proprio contesto, la cosa è particolarmente sentita. Basti pensare al ruolo e all’importanza spropositata che gruppi piuttosto minoritari come gli ebrei ultraortodossi hanno nella politica nazionale.
Ma questo ci porta, indirettamente, ad un secondo aspetto. Ovvero le passate politiche migratorie / umanitarie di Israele. Aspetto forse meno noto. Negli anni ’80, durante la carestia in Etiopia, l’esercito di Israele organizzò trasporti “umanitari” di ebrei etiopi in Israele (riportato anche nel film “Vai e vivrai“). Le operazioni continuarono anche nei primi anni ’90, nonostante l’opposizione dei paesi arabi. I rifugiati dovevano essere ebrei (con tanto di precisi criteri rabbinici). Ciò conferma quanto dicevo sopra sul forte carattere nazionale (etnico/religioso) di Israele e spiega in parte perché ora il governo israeliano sia tanto interessato a “sbarazzarsi” di questi migranti. Possiamo anche dire che queste operazioni rientravano in una precisa politica demografica per affrontare la crescita demografica degli Stati arabi, e dei palestinesi in particolare.

Ora, l’area dove risiedeva principalmente questo gruppo di ebrei etiopi è indicativamente nell’area nord-occidentale dell’Etiopia (regioni di Amhara e del Tigrai – anche qui si potrebbe aprire un capito a parte riguardo la politica etiope), prossima al Sudan ed Eritrea, da dove -se ho ben compreso- provengono i migranti oggetto della disputa odierna.
Evidentemente, dunque, in questa migrazioni contemporanee si sovrappongono ed intersecano questioni risalenti almeno agli anni 1980.

Ma, con riferimento all’ipotetico trasferimento in Europa di parte di questi migranti, la loro provenienza è particolarmente importante anche sotto un alto aspetto. L’Eritrea, infatti,  è uno dei regimi più autoritari della regione (ed è una classifica difficile…). Come riportato da anni (qui 1 e qui 2), il regime di Afwerki è uno dei più repressivi (consiglio il saggio Alex De Waal per approfondire) e si sostiene col tacito supporto dell’Occidente, Italia compresa.
Siamo alle solite.

Su Gaza
Purtroppo, il dibattito Israele/Palestina soffre, inevitabilmente, dell’equivoco sul “diritto di Israele di difendersi” che trasforma qualsiasi discussione riguardo l’uso della forza da parte di Israele verso i palestinesi una polemica senza uscita, nella quale l’impossibilità di trovare un punto comune spesso riduce ad un manicheismo “pro-palestinesi” vs “pro-Israele”.

Anche qui, non ho pretese di completezza. Tuttavia, e ben conscio del rischio di cui sopra, vorrei provare a svolgere alcune considerazioni prettamente giuridiche sul “diritto di difendersi”.
In diritto internazionale, quella fra Israele e palestinesi è una situazione complessa che ricomprende in sé situazioni di “conflitto armato” (tralasciamo se internazionale o meno, il principio che affronterò si applica indifferentemente), “occupazione militare” (in Cisgiordania, ma non tratterò di questo) e per certi aspetti operazioni “di polizia” (strettamente nazionali, per definizione).
Principio fondamentale del diritto di difesa è il criterio di proporzionalità. Universale, scrivo, perché si ritrova nel diritto dei conflitti armati (infra), nella c.d. legittima difesa (art. 52 c.p. -nonostante tentino in tutti i modi di toglierla) e nell’uso della forza per operazioni di polizia (law enforcement).

Credo, a ragione, che il caso di Israele rientri più nell’ipotesi di conflitto armato che in quello di law enforcement nazionale. Diversi indizi ce lo confermano: la partecipazione dell’IDF (esercito di Israele), non la polizia; le diverse autorità politiche coinvolte (autorià palestinese / governo israeliano), ovvero le catene di comando e la cittadinanza dei soggetti interessati… (ma è più complicato).
Fermo che nel diritto internazionale dei conflitti armati [LOAC] è proibito attaccare persone hors de combat (civili, feriti, medici…) e che vi sono diatribe sullo stato dei “unlawful combatants” (combattenti illegittimi, ovvero coloro che partecipano agli scontri senza rispettare i criteri posti dal LOAC, ponendosi in uno status intermedio fra civili e combattenti), il principio di proporzionalità impone di causare come conseguenza di un attacco lecito esclusivamente danni incidentali alla popolazione civile non eccessivi. Ovvero, secondo l’art. 51 del Primo Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra (1977), devono considerarsi indiscriminati e vietati quegli

attacchi dai quali ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile, danni ai beni di carattere civile, o una combinazione di perdite umane e di danni, che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto.

Il che, per converso, implica anche che un obiettivo con un enorme vantaggio militare “giustifica” (rectius: rende non illegale) un attacco che causi enormi perdite civili (pensate a quanti civili sarebbe ammissile, in ipotesi, accettare come perdite collaterali per uccidere Hitler).
Lo stesso principio si applica ai sensi dell’art. 52 anche ai beni civili.
Tecnicamente, Israele non è parte signataria del Protocollo. Ma il principio di proporzionalità è considerato ius congens del diritto internazionale (cercare quel che dice Yoram Dinstein, israeliano e fra le massime autorità nel campo).

Ora, io non conosco quale “vantaggio militare diretto e concreto” Israele abbia previsto quanto ha risposto alle manifestazioni di Gaza dei giorni scorsi. Ma credo di poter affermare, con fondata convinzione e in base agli elementi riportati, che la proporzionalità della risposta militare (o di polizia) è venuta meno.
Dubito infatti che una manifestazione -per quanto magari non al 100% pacifica- sia in grado di provocare una minaccia tale da richiedere una risposta con bombardamenti, carri armati e droni che causi 16 vittime e centinaia di feriti.
Vedete che uso tutte le cautele linguistiche e argomentative nel formulare queste conclusioni. Altri, anche in Israele, sono meno cauti di me. cito Levy:

Comic relief was provided by the army spokesman, who announced in the evening: “A shooting attack was foiled. Two terrorists approached the fence and fired at our soldiers.” This came after the 12th Palestinian fatality and who knows how many wounded.
(Segnalo peraltro un altro punto degno di nota sollevato da Levy: che diritto ha Israele di sopprimere manifestazioni nel territorio di Gaza?)

Lo faccio semplicemente perché non mi interessa, né spetta a me, formulare qui sentenze. Come detto, vorrei limitarmi a offrirvi considerazioni -facilmente accessibili- per ogni vostra futura riflessione.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “Banali considerazioni su Israele

  1. Due riflessioni: – considerato che tutti sanno chi sia e come la pensi Netanyahu, perché gli israeliani continuino a votarlo; è stato a più riprese al Governo e ogni volta che è andato lì il ‘processo di pace’ ha fatto tutto eccetto che progredire. Ciò nonostante, continua a essere votato; ergo, devo concludere che la maggioranza degli israeliani non crede nel processo di pace e pensa che l’unica soluzione sia, a lungo termine, la totale cacciata dei palestinesi; seconda considerazione: è tutto dire che l’unico a levare la propria voce contro Israele in quest’occasione sia stato Erdogan, altro esponente della categoria ‘macellai’, espressione di un popolo di macellai (vedi armeni).

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