Il mondo è cambiato, e noi siamo rimasti indietro

Un tema che ho ripetutamente accennato in alcuni post recenti (senza mai adeguatamente sviscerarlo, per la verità) riguarda la trasformazione economico-socio-politica che ha marcato la transizione degli anni ’70-’80-’90 (e tuttora in atto) dallo strutturalismo al post-strutturalismo. Un tema rispetto al quale la “sinistra” (co-autrice di questo cambiamento) continua ad interrogarsi, senza trovare risposte. O, meglio: senza trovare pratiche attuali.

Con una sintesi veramente estrema, affettata e brutale (un piccolo recap di teorie che andrebbero affrontate più nel dettaglio, ma che nessuno leggerebbe in un blog), possiamo dire che a partire dagli anni ’70 circa una congiuntura di “nuove sfide” + “fallimento” del socialismo marxiano + politiche economiche improntate al liberismo (con riduzione del welfare state, deindustrializzazione) + frazionamento demografico (“fine” della classe operaia tradizionale, migrazioni) hanno condotto all’emergenza di movimenti socio-politici che non si riconoscono più nella tradizione socialista marxiana.
Se questa visione politica si fondava su una lettura materialista / industriale dei rapporti di classe e privilegiava dunque un’azione politica “di classe [economica]” che dava precedenza a questioni economiche (salario, welfare), a partire da questo periodo si diffondo movimenti sociali (solo secondariamente politici) che si propongono di affrontare problematiche settoriali (movimento femminista, ambientalista…) e non primariamente a partire da un’analisi economica (mezzi di produzione / rapporti di produzione). Si pensi, ad esempio, al movimento di Porto Alegre.
Da allora, la “sinistra” politica ha sempre cercato di dialogare con questi movimenti -riconoscendoli come suoi affini-, ma da allora non è mai riuscita ad instaurare un rapporto “organico”.
Cito un mio commento -forse chiarificatore:

…fino a quando il pensiero marxiano (o che ad esso si rifaceva) era dominante, esso forniva “risposte” ad ogni questione: alla problematica ambientale, a quella razziale etc. etc. Poi ci si è resi conto che queste risposte non erano sempre valide (penso, per un esempio fra tanti, all’ “alternative development” o alla questione razziale nei neonati stati africani) e il modello “monolitico” è venuto meno.
Così, oggi assistiamo ad una “sinistra” frastagliata fra ambientalisti e non, fra terzomondisti e non etc. etc. Giustamente potresti dirmi che il principio rimane lo stesso, ma le sue applicazioni concrete divergono assai – ed è sulle applicazioni che poi sorgono i conflitti. Basti pensare che ai World Social Forum alcuni grandi scontri furono a) sull’ammissione di partiti come Rifondazione Comunista (2001, credo) e b) sull’agenda- ovvero sul determinare le priorità. Per il pensiero marxiano questo (specie l’ultimo punto) non sarebbe mai stato un dubbio.
La confusione è tale sotto il cielo che oggi (secondo me, ma accetto di esser corretto) su alcune questioni ben individualizzate non si sa neppure cosa sia “di sinistra” (esempio banale e provocatorio: [è di sinistra fare la] TAV?)

Questa lunga (e poco chiara) premessa mi serve per giungere al tema che mi pronevo invece di affrontare.
Dire che la “sinistra” è “rimasta indietro” (sia idealmente, sia come organizzazione) è una banalità. La sinistra continua ad interrogarsi sui problemi, doverosamente, perché i propoblemi le vengono posti. Ma ancora non ha risposte, solo domande.
D’altro canto, la “destra” ha riciclato vecchie risposte, tinte “di nuovo”. La capacità di trasformismo della destra, la sua abilità ad inglobare teorie e posizioni diverse, rigurgitandole come proprie era già ben nota sin dalla lungimirante analisi di Furio Jesi. In proposito, consiglio fortemente questo.
In effetti [ipotesi di lavoro 1], meriterebbe attenzione come la pratica tipica del fascismo identificata da Jesi sulla creazione di un “culturame” che assorbe produzioni ideologicamente diversissime, anche opposte alle proprie, per appropriarsene mistificandole, sia in realtà riprodotta anche dal neoliberismo, il quale (come dimostrato in questi anni) ha saputo fare prorie istanze “critiche” (penso all’ambientalismo dell’alternative development e al femminismo col gender in development inglobati nei programmi della Banca Mondiale). Il che potrebbe confermare una sostanziale unità di fondo della politica di destra, sia essa liberista o fascista.

Ma il punto da cui partiva originariamente questo post [ipotesi di lavoro 2] è la constatazione come, sotto la medesima prospettiva, certa destra sia riuscita ad inglobare in sé le “alternative” (non solo dal punto di vista ideale, ma anche) in una prospettiva organizzativa. Mi riferisco in particolare ad alcuni “bau bau” estremisti che nella loro opera propagandistica si avvalgono di gruppi musicali, “eventi culturali” e persino (scopro con mio orrore) ONG e gruppi vagamente sportiviricreativi (qui un sunto della galassia).

Quante volte la sinistra ha provato un’operazione “di avvicinamento” a ONG e ONLUS simile? PD, piuttosto che SEL o LEU… quante volte la sinistra ha provato a farsi promotrice di iniziative solidaristiche / ricreative e quante volte ha provato a dialogare con tutti questi vari movimenti, inutilmente?
Penso, da una prospettiva meramente organizzativa al “partito bocciofila” di Bersani – idea anche pregevole, ma che ricorda (retrospettivamente) tanto, troppo, le “Case del Popolo” di Peppone. Solo che non esiste più la massa di iscritti / simpatizzanti che negli anni ’50 le frequentava. E anche quando la sinistra (PD) ha provato a darsi alle attività ricreative “non organiche” (tour, cene…), queste son rimaste frequentate da pochissimi iscritti. Insomma: non si è mai stati in grado di intercettare persone nuove.
In larga parte, a parer mio, ciò è dovuto al permanere di un’ “etichetta” di partito: il sentore che, comunque, queste iniziative restavano fondamentalmente appendici proto-elettorali di un partito.
E la destra?

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

13 thoughts on “Il mondo è cambiato, e noi siamo rimasti indietro

  1. Purtroppo il materialismo più becero, unito a un dilagante fatalismo tra le classi sociali meno abbienti, ha spianato la strada alle nuove destre “col cuore” che comprano voti a suon di buste della spesa. Ed è un fatale peccato che i protagonisti dell’onda lunga sessantottina non abbiano fatto alcuno sforzo verso una “normalizzazione” del movimento.

    • Purtroppo è quella la forza del capitalismo: è capace (come dice anche redpoz) di “tirare dentro” tutto.

      Riguardo l’oggetto del contendere… siamo sicuri che la “massa” sia ancora interessata alle proposte della sinistra e, segnatamente, alla giustizia sociale, e non guardi piuttosto solo alla preservazione del proprio orticello, che è ciò che ogni destra le propone? La sfida l’abbiamo persa assai prima di Genova: sono stati gli anni Ottanta, il decennio dell’io, ad uccidere la sinistra.

      • Assolutamente d’accordo su Genova, per quanto tutto quel movimento abbia rappresentato un’occasione (sprecata) per rianimare un pensiero “di sinistra” in senso diverso. Ma restano i problemi di cui sopra: Porto Alegre, Genova etc etc ect sarebbero in grado di darsi una “missione” globale e unitaria come l’aveva il marxismo? Francamente, ne dubito. E questo ovviamente espone alla “cooptazione” neoliberale.

        La massa è ancora interessata a proposte “di sinistra”? Intanto, dovremmo capire di che “massa” stiamo parlando e se ancora ne esiste una… buttando là un pò di psicologia spicciola, la frammentazione aumenta anche la difficoltà di riconoscersi nell’altro – il che spiega agevolmente perché prevalga l’interesse a tutelare il proprio orticello.
        In un certo senso, una delle grandi vittorie del socialismo fu proprio la capacità di creare una “classe” in sé e per sé, ovvero di trascendere vari particolarismi (ad esempio, il nazionalismo ottocentesco). Ma se questo era possibile in un contesto relativamente semplificato, è molto più difficile quando i problemi/identità da scegliere si sono moltiplicati (femminismo, ambientalismo, culture tradizionali…) – ne abbiamo avuto un magnifico esempio con Bernie Sanders / Hillary Clinton

        • Secondo me sì: perché quei movimenti (e lo dimostrano i nomi che si diedero) rappresentavano dei soggetti “particolari” che agivano avendo alla base una filosofia “generale”. Si opponevano al G8 a Genova, ma non perché “odiavano” quello di cui si parlava in quell’occasione, ma quello che il G8 rappresentava (e rappresenta). Un’applicazione, se vogliamo, del ben noto principio “pensare globale, agire locale”.

          Sul resto… curioso, in questo stesso momento sto scrivendo un articolo che parla (anche) di questo. Molto interessante, in questo senso, l’accento che hai posto sull’attuale “multimodalità” delle identità.

          • In linea di principio, sono d’accordo con te. In pratica, sono assai più scettico. Probabilmente il mio giudizio è influenzato dai miei maestri, anzi senza dubbio è così, ma francamente fino ad oggi -nonostante il principio del “pensare globale, agire locale”- mi pare questo intento sia fallito: mancava alla radice, secondo me, un pensiero globale “strutturato” come una vera e propria agenda politica, frammentato in tante priorità forse compatibili fra loro, ma non ancora “fuse” in un pensiero coerente.

            Altrimenti detto: da Porto Alegre a Genova, passando per le differenti fasi di questo “movimento” composito, vi sono state tante istanze (no guerra, femminismo, ambientalismo, immigrazione, razzismo, alternative development, diritti umani, diritti civili, giustizia fiscale), ma mai un pensiero comune che le inglobasse tutte. Questo, secondo me, ancora manca.

            Certo, vi son stati tentativi in questo senso (alternative development), ma forse per il momento storico in cui sono sorti, forse per altre ragioni, non hanno avuto la capacità di imporsi.

            Riformulando ancora la questione: 40 anni fa, se avessi chiesto a qualcuno “di sinistra” quali erano le sue priorità, ti avrebbe risposto con pochissime varianti: reddito & welfare.
            Oggi, le top-5 risposte potrebbero cambiare radicalmente fra le opzioni che ti ho indicato (certo non esaustive).

          • Ah, ma io facevo solo un discorso di principio; è chiaro che poi, se il movimento è fallito, è stato anche per questa sua incapacità.

    • Tanti aspetti condensati in questo commento… provo ad affrontarne alcuni
      – materialismo: sono relativamente in disaccordo. In fin dei conti, anche il marxismo è una teoria materialista! (sebbene, a mio giudizio, si sottovaluti troppo l’aspetto/finalità “spirituale” del comunismo, ma questo discorso va oltre). Semmai, credo il problema sia l’ “esplosione” dell’edonismo (pasolinianamente)
      – incapacità dei movimenti post-sessantotiti di “normalizzarsi”: anche qui, non sono d’accordo. A mio giudizio, ovviamente limitato, vi sono decisivi elementi strutturali/storici che spiegano l’incapacità di questi movimenti di “strutturarsi” politicamente, primo fra tutti la loro radicale frammentazione. Se pensiamo al WSF (da Porto Alegre) una delle criticità maggiori fu proprio “darsi un’agenda”, ovvero determinare delle priorità fra le tante “battaglie”

  2. In ordine sparso: avrei qualche dubbio nel semplificare la cultura di destra come semplice ‘culturame’ magari da contrapporre a una (presunta?) capacità della sinistra di sviluppare sempre comunque pensieri ‘originali’. Sulla ‘normalizzazione’: veramente i movimenti ‘sessantottini’ si sono ‘normalizzati’ fin troppo, se pensiamo alle esperienze governative di gente come D’Alema, Veltroni, Bertinotti (che al Governo, con un Ministero non ha manco avuto il coraggio di andarci) e pure dello stesso Gentiloni, ed è tutto dire. Come credo di aver detto già altre volte, il punto è che la Sinistra col tempo ha via via perso quella capacità di creare ‘suggestioni’ che aveva sempre avuto; certo non tutto è colpa sua, forse dipende dai ‘tempi che corrono’, ma è un fatto che la ‘sinistra’ (non solo in Italia) è ormai divenuta il simbolo della conservazione e della adesione pressoché acritica ai dettami di Bruxelles; in questa fase non c’è da stupirsi se la ‘capacità movimentista’ è stata quasi monopolizzata dalla destra; aggiungo: la progressiva sparizione della sinistra dal terreno, se non delle ‘idee’, sicuramente degli ‘ideali’, ha permesso che venissero progressivamente portati al centro dell’agenda temi molto più terra-terra, riguardanti più o meno il semplice ‘portafogli’ delle persone; dopo lo scempio effettuato da Monti, col beneplacito del PD bersaniano, non stupisce se le elezioni si vincono con la flat-tax e il reddito di cittadinanza; in altri tempi, i temi dei ‘nuovi diritti’ (coppie di fatto, fine vita, jus soli, etc…) avrebbero avuto ben altra rilevanza nel dibattito pubblico: l’impressione invece è che queste, anche nei casi andati a buon fine, siano state recepite senza troppe scosse da una società che in fondo pensa ad altro, ossia sostanzialmente ai ‘soldi’… e quando si parla di ‘soldi’, la destra è sicuramente più preparata.

    • Provo a risponderti per ordine.
      – Riguardo il “culturame” di destra, c’è poco da dire, se non rinviare alla lettura di Jesi. La sua è una teoria complessa con argomenti specifici che vanno aldilà del significato più banale e deleterio del termine. Senza partire da questa analisi, gli argomenti del post perdono senso.
      – sulla “normalizzazione” dei movimenti: intanto, io non mi sono riferito nel post al ’68, l’ha fatto qualcun altro nei commenti e personalmente credo sia una semplificazione abbastanza fuorviante. Non a caso, la trasformazione di cui parlo nel post la dato fra gli anni ’70-’90 ed è un fenomeno assai più composito che se anche ha radici nelle prime contestazioni del ’68 si struttura (ovvero: diventa una costante) solo nei decenni successivi.
      In ogni caso, credo il termine “normalizzazione” dovrebbe essere interpretato nel contesto specifico come qualcosa sulla genere di “far diventare ‘normali’ le proprie idee” (i.e. “imporle” nel dibattico comune), non -come mi pare tu faccia- “adeguare le proprie idee alla ‘normalità'”, intesa nel senso di pensiero dominante.
      – sull’incapacità della sinistra di creare “suggestioni” (rectius: spinte ideali), non sono d’accordo. Parte della sinistra ha continuato a creare idee progressite (es: i movimenti di Porto Alegre e simili – pensiamo alle battaglie attuali per la “net neutrality”). Che la sinistra “tradizionale” (i partiti latu sensu marxiani) non vi siano riusciti, secondo me, dipende anche dal mutare delle circostanze di contesto cui accenno nel post (il che non li esime da responsabiltà, ma queste necessitano di essere contestualizzate)

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