Appunto (auto)riflessivo sull’identificazione linguistica dei gruppi

Prendendo spunto da questo post di Gaberricci, sono tornato su una mia vecchia riflessione sul linguaggio utilizzato per identificare i gruppi minoritari, nello specifico le persone “di colore” (sic) presenti in Italia.

Riflessione che faccio anche per me, ovviamente: possibile non trovare qualcosa di meglio per indentificare quel gruppo umano piuttosto che “di colore”?
Trovo la cosa sinceramente disarmante: in Italiano (ma anche in inglese), oggi, non esiste (a mia conoscenza) un concetto per idenficare questo gruppo senza un background offensivo. Unica -parziale- eccezione “afro-“, che tuttavia si applica solo a casi ben definiti nei quali vi è una sorta di shared identity (e anche su questo vi sarebbe da discutere).
Le possibilità, a me note, sarebbero cinque:
1) “nero”
2) “di colore”
3) “africano”
4) “afro-” (afroitaliano, afroamericano, afroeuropeo)
5) indicare la specifica nazionalità d’origine (ghanese, congolese…)

Le prime due, a mio modo di vedere, soffrono di un’inflessione vagamente razzista (ma neanche troppo occulta) – anche se magari non ce ne rendiamo conto, “coloured” in inglese rimanda terribilmente all’apartheid.
La terza, generalizza esageratamente un gruppo che in realtà è assai più variegato di quanto comunemente si intenda (e, dunque, per molte ragioni andrebbe distinto).
La quarta richiede l’abbinamento ad un’altra identità che assume in qualche modo un tratto dominante (e, dunque, potrebbe essere tacciata essa stessa di razzismo) e non è sempre presente, identificabile o rilevante nel contesto.
La quinta, infine, rischia di cadere nel vizio opposto di frammentare eccessivamente un’identità in sotto gruppi, oltre a richiedere competenza nell’identificare gli stessi che potrebbero non essere accessibili (quanti di voi saprebbero distinguere una persona originaria della Nigeria da una del Sudafrica?), inoltre la nazionalità potrebbe non essere il tratto identificativo primario per quel gruppo (ma, d’altronde, identificarli per gruppo etnico -es. xhosa- sarebbe ugualmente problematico).

Lancio qui la questione, senza possibilità per me di risolverla. Né, d’altronde, sarebbe possibile o corretto che a risolverla fossimo solamente noi “bianchi”. Spero quindi: a) che qualcuno -magari degli interessati- voglia dare il suo contributo; b) di aver instillato in tutti noi una minima provocazione per la prossima volta che andremmo a scrivere o dire a proposito di persone “di colore”…

– – –

Annotazione successiva: i commenti mi hanno fatto ricordare che anche in inglese la discussione è aperta.
L’ultima versione “politically correct” che ho potuto apprendere è quella di utilizzare la categoria POC – people of colour per tutti coloro che sono non-bianchi (quindi anche asiatici, latinoamericani, indios, aboriginei).

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “Appunto (auto)riflessivo sull’identificazione linguistica dei gruppi

  1. Secondo me, si dovrebbe più che altro guardare l’intenzione nell’utilizzo dei vocaboli: come scrivi “non ce ne rendiamo conto”; già è tanto, forse, che col tempo si sia accettato il fatto che il termine ‘negro’ sia ritenuto a tutti gli effetti offensivo e quindi nei discorsi ‘non razzisti’ sia più o meno scomparso; ‘di colore’ e ‘nero’ sono termini comunemente accettati e usati in buona parte, credo, senza intenzione razzista. ‘Afro-italiano’, pur essendo più corretto, tradisce in parte una sorta di ‘sfoggio di cultura’. Personalmente, il ‘di colore’ lo uso poco perché lo ritengo in qualche modo ‘sorpassato’ o desueto; se conosco il Paese d’origine, naturalmente uso quello. A pensarci, credo che il termine che uso più spesso sia il generico ‘africano’.

  2. Come ti dicevo, lesistenza del problema mi era già nota… non ho tuttavia soluzioni da offrire, purtroppo.

    Mi permetto di far notare, poi, che anche il termine africano è sottilmente razzista: perché non tutti gli africani sono neri, e non tutti i neri sono africani.

    • In effetti ho scritto il post soprattutto come appunto personale.

      Concordo con l’annotazione, che in realtà ho parzialmente segnato io stesos precisando che il concetto di “africano” nasconde in sé una diversità assai ampia (forse addirittura superiore a quella di “europeo”)

  3. una possibile alternativa viene da guido barbujani (ha scritto diversi testi sul discorso razzismo, questa riflessione viene da “sono razzista ma so cercando di semttere”, scritto con piero cheli, stretta collaborazione con festival della mente di sarzana). la proposta è – solo nel caso in cui si parli al plurale e non epr individuo, nel qual caso il discorso decade – di mediare con il termine “popolazione” o “nazionalità”, potenzialmente i più oggettivi nell’indicare appartenenza a un gruppo culturale. aggiungo che potrebbe essere utile un “di origine”. detto ciò, credo anche che non sia il termine a fare il razzismo. mi chiedo: “mulatto” ha lo stesso impatto di “nero” nell’immaginario collettivo? o “pelle scura”? da un punto di vista biologico è difficilmente eccepibile e non soffre nemmeno del rischio dell’originario problema della traduzione “niger” > “neGro”

  4. Grazie della segnalazione, proverò a vedere il suo lavoro (in generale).
    La proposta non mi dispiace, è minimalista, ma in assenza di meglio non mi pare male. anche se, forse (ragionando), non rischia di di enfatizzare l’aspetto collettivo (es. “i neri”, “gli immigrati”)?
    Concordo sul “di origine”, che in effetti si sta diffondendo anche in inglese (“of XY background”).

    Sul “mulatto”, direi di do: ha un impatto diverso, anche perché il concetto è legato ad un immaginario diverso (peraltro, si potrebbe provocatoriamente notare come il “mulatto” implica una commistione fra cosiddette “razze”), ma per la stessa logica (se ho ben capito il ragionamento), noi tutti dovremmo intenderci “mulatti”…

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