Giornalisticamente (parte 2): Teoria della montagna di merda revisited

Tempo fa, ben prima dell’epoca delle fake news lessi un post che parlava della “teoria della montagna di merda” (quella che oggi, in modo più politically correct chiamiamo appunto fake news).
In estrema sintensi la teoria sosteneva che la “merda” sarebbe destinata inevitabilmente ad aumentare perché lo sforzo per eliminarla era maggiore di quello per produrla: scrivere una, dieci, mille fake news richiede meno energia intellettiva e fisica non solo dell’opera di debunking necessaria a smontarle, ma anche della semplice attenzione richiesta per leggere quella confutazione.
Detto altrimenti, io impiego molto meno tempo a scrivere qulache baggianata su Tizio [dittatore non meglio identificato con la passione per lo sterminio di ebrei, rom, omosessuali e oppositori politici] e il suo amico Sempronio [dittatoruncolo con le medesime passioni]*, tipo:

Tizio adora i gattini
Tizio ha un sacco di amici POC [person of colour – acronimo politically correct per indicare non-bianchi]
Tizio salutava sempre quando incontrava qualcuno per strada
Tizio mangiava solo prodotti biologici
Sempronio era vegano
Sempronio aiutava le vecchine ad attraversare la strada
Sempronio non ha mai ucciso nessuno, li mandava solo in vacanza
Sempronio ha fatto anche cose buone
etc. etc.

che chiunque altro impiegherebbe per dimostrare che nulla di quanto sopra è vero. E, se anche fosse in grado di farlo, la quantità di produzione di merda sarebbe comunque superiore alla velocità con cui la si elimina dalla circolazione.

Grazie a questo processo, si è arrivati alla fase (che, comunque, non è l’ultimo stadio, né può esserlo: l’asticella si sposta sempre più in là) in cui si contesta la validità scientifica dei vaccini, piuttosto che della teoria darwiniana etc. etc.
Sempre grazie a questo processo (anche se non solo: come ricorda lo storico Hans Mommsen, non bisogna essere monocausali), si è creato e si crea consenso politico. Basti pensare ad affermazioni o battute di vario genere sull’ “ha fatto anche cose buone” [cit] et similia, sino ad arrivare ai casi in cui “i vaccni provocano l’autismo” [cit] o sparate sui complotti del gruppo “massone” Bildenberg e golpe transnazionali organizzati dall’ebreo Soros (vedi Orban in Ungheria).
Non a caso, questo genere di fake news è abilmente sfruttato da oscure organizzazioni che si coordinano per diffondere baggianate al fine di portare avanti la propria linea politica con pseudoargomenti: è accatoduto con Brexit ed è accaduto con le elezioni italiane.

Questa era la premessa.
Ma da qui vorrei fare un passo oltre, e sia chiaro che lo pongo meramente come domanda, come ipotesi di discussione, senza essere in alcun modo convinto io per primo che sia la soluzione ideale.
La seconda premessa, molto più sbrigativa, è che (apparentemente) con la “superiorità morale” non si vincono elezioni. Magari.
Dunque, la domanda: non dovrebbe anche la sinistra cominciare a “sparare merda”? A diffondere scientemente emerite boiate? A mentire sfacciatamente?
Più in generale: fino a che punto si può restare a “guardia del forte” quanto attorno regna il caos? Se viviamo nel mondo post-moderno (o, addirittura, come sentivo qualche giorno fa in radio, post-postmoderno), perché non accettarlo e vivere fino in fondo in una realtà post-verità?
Più concretamente: perché la sinistra non dovrebbe cominciare a dire (chessò) che

Bezos, boss di Amazon, evade le tasse
Salvini mangia pappagallini a colazione, cuccioli di cane a pranzo e cena bevendo sangue d’agnello
Tim Cook di Apple ha investito un gatto
Donald Trump ha violentato delle donne
Orban sta creando campi di concentramento
Di Maio ci ruba il lavoro
Putin-Bannon-Farage-Gove fanno parte di un complotto internazionale per uccidere i gattini
Toninelli diffonde gas velenosi nel tunnel della TAV
etc. etc.

(ribadisco: sono tutte** ipotesi esemplificative e senza riscontri, almeno che io sappia.)
** Intenzionalmente, quasi tutte sono false. Come la satira che quasi quotidianamente troviamo sui giornali, l’uso di casi veri serve anche a dimostrare quanto oltre ci siamo già spinti.

Anche alla sinistra contemporanea non mancano argomenti (Bezos, Cook ed altri effettivamente evadono le tasse distruggono posti di lavoro, seppure con forme articolate ed indirette), ma tutti questi argomenti anche se ad effetto richiedono un certo grado di complessità di analisi e comprensione che apparentemente è venuto meno.
Ma, se manca questa premessa, è evidente che il confronto politico non è più su un level playground, in condizioni di equità e par condicio: una parte ha un chiaro vantaggio competitivo nel diffondere impunemente baggianate.

Peraltro, non mancano in rete esempi di “satira-contro-informazione” (anche se propriamente non è una forma di informazione) che parodiano e sfottono complottisti e imbecillità varie (tipo “vaccini e altri complotti leggendari” o simili). Purtroppo, nella maggior parte dei casi si tratta di esperimenti palesemente (si spera) ironici senza alcuna possibilità di smuovere le coscienze o spingere ad una riflessione (l’ironia bisogna capirla….).

Oppure dovremmo rivedere il suffragio universale (la mia modesta proposta: allegare alla scheda un “tangliando antistupidi” con un testo di 10-15 righe e una domanda a risposta multipla, per quelli che lo falliscono, il voto è annullato).

– – –

* ps: non uso i nomi dei soggetti in questione solo per evitare che in un futuro qualcuno citi questo post come (false) prove di quello che farsescamente scrivo su di essi.

– – –

post post scrptum: Rielaborando il blog per la pubblicazione, mi è venuto in mente questo ulteriore collegamento (che credo assai più utile del rating proposto da alcuni social media per valutare la qualità delle notizie diffuse): il blockchain, ovvero una tecnologia informatica (usata anche nel BitCoin) composta da una catena di “blocchi” di algoritmi, ciascuno dei quali immodificabile (perché, appunto, un algoritmo) che collegati assieme consentono di ricostruire una “tracciabilità” dei dati trasmessi. L’immodificabilità della catena consente di impiegare questa tecnologia in ambiti assai interessanti e tuttora da esplorare, come l’attestazione dei trasferimenti di proprietà. Perché non ipotizzarne un uso anche nel settore dell’informazione?
Io, ovviamente, non sono un informatico (e capisco poco di blockchain a prescindere), ma immagino alcune soluzioni potrebbero essere ipotizzate…

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Giornalisticamente (parte 2): Teoria della montagna di merda revisited

  1. La risposta è che non lo so; o meglio: il problema vero è che se la sinistra lo fa smette di essere sinistra. Non perché la destra sia il partito delle fake news, ma perché le fake news che tu analizzi (o proponi satiricamente) sono mezzi esclusivi: creano un circolo chiuso da cui gli altri, gli impuri, sono esclusi; la sinistra, invece, dev’essere la forza dell’inclusione, e forse sta proprio qui il nocciolo del problema: che l’inclusione non può prescindere dalla comprensione.

    • Intanto premetto che sinistra come “forza dell’inclusione” mi piace molto. Alcuni giorni fa ragionavo sul fatto che alla sinistra contemporanea mancassero “parole-chiave”, messaggi immediatamente percepibili. Questo potrebbe essere uno.

      Non sono sicuro che le “fake news” creino un circolo chiuso. Forse sbaglio, ma le fake news (a mio giudizio) sono sostanzialmente propaganda, con la sola (sebbene cruciale) differenza che si sono persi i filtri che in passato consentivano di verificare la propaganda e distinguerla dalla realtà (QAnon docet).

      Non so esattamente dove si ponga il collegamento con quello che sto scrivendo, ma -concordando con te sul fatto che l’inclusione richiede comprensione- ricordo che circa 18 mesi fa discutevo di “comprensione” e di come questa richieda “venirsi incontro”. La mia interlocutrice sosteneva (in sintesi) che noi “di sinistra” / “liberals” americani dovremmo fare il primo passo, altrimenti nessuna comprensione sarebbe possibile, considerata l’intransigenza dell’altra parte.
      I miei dubbi di allora sono gli stessi di oggi: 1) a forza di “fare un passo verso di loro”, non abbiamo aperto alla “discutibilità” di questioni che invece dovremmo tenere ferme? 2) la “comprensione” dovrebbe partire da alcuni punti condivisibili (chiamali se vuoi postulati), se questi mancano, come instaurare un dialogo? E non parlo solo di semplici “fatti”, ma di un’intera “visione del mondo” (paranoica, se vuoi).
      Rimando qui: https://redpoz.wordpress.com/2014/02/18/recensione-32-paranoia/

      Aldilà del problema “della sinistra”, sul quale non smetto di interrogarmi, è emerso in questi anni un problema di comprensibilità, di comunicabilità.
      Esisteva anche prima, vero, col comunismo e -secondo Huntington- con l’Islam. Ma, mi pare, oggi questa frattura si è aperta dove meno l’aspettavamo: fra noi. E, soprattutto, si è aperta lungo linee che non sono (ancora?) definite, bensì si spostano in continuazione (anti-“establishment”). Quest’ultimo aspetto rende secondo me difficilissimo riaprire un dialogo, perché ne mancano l’intenzione e le premesse.

      Sento che in questo anti-establishment potrebbe esservi qualcosa dell'”anomia” agamberiana. Ci devo riflettere….

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