Soyons structuralistes!

Un paio di giorni fa mi sono imbattuto in questo articolo del Corriere on-line:

Chi sono i leader (politici) sul web: «Post brutali? La gente vuole quelli»

nel quale si presentava il sig. Francesco Gangemi, gestore delle pagine facebook “sputtaniamotutti” nelle sue varie versioni che pubblica frequentemente memes a base di cliches e offese alla classe dirigente – specie politica, specie di sinistra – nazionale.
Dopo i recenti reportages di stampa sulla macchina propagandistica della Lega salviniana e del M5S, mi sarei atteso la presentazione di qualche spin-doctor dalla marcata impronta politica.

Ebbene, Gangemi non è (a suo dire) nulla di tutto ciò. A suo dire, infatti precisa anche che «Alle elezioni volevo votare quelli di Casa Pound perché portavano la spesa a casa, poi però ho messo due schede bianche». Ma ammettiamo che sia effettivamente politicamente neutrale (la precisazione “perché portavano la spesa a casa” in effetti potrebbe corroborare questa ipotesi, specie alla luce dell’interpretazione che mi accingo a proporre).

Gangemi fa quel che fa (a suo dire) per un unico, semplice motivo: il guadagno che ne trae tramite il rinvio al proprio sito (wordpress) e la pubblicità di Google ivi collocata. Guadagno che, più propriamente declinato, non parrebbe neppure dettato da avidità, bensì da mera sopravvivenza. Il reddito che trae da questa attività di hater sarebbe infatti attorno ai 600 € mensili. Come scrive il giornalista “È sopravvivenza. Un click vale in media dieci centesimi“.
Il meccanismo, per chiarezza è il seguente: post attira-clic > visita al sito personale > pubblicità Google sul sito > reddito.

Il tutto mi ha fatto, sinceramente, balzare sulla sedia. Non che mi abbia sorpreso in sé: ho sempre pensato che il guadagno sia un potente motivo dell’agire umano e certo non mi sorprende che anche nell’ambito della propaganda / haters abbia la sua importanza.

Quello che mi ha sopreso è stata la sua portata: Gangemi spiega infatti di essere arrivato a questa attività dopo lunghi periodi di disoccupazione (dal 2011).

Ma, allora, mi viene da pensare, tutti i ragionamenti (neo-)ideologici da Bannon in giù vanno profondamente ridimensionati… torniamo a questioni di reddito, torniamo al brechtiano “Erst kommt das Fressen” (“prima il mangiare”, credo tratto da Feuerbach)… torniamo ad essere strutturalisti, compagni!
Torniamo a ragionare in termini di reddito, per la miseria!
Tutto questo mi fa sentire come Bersani, in un certo senso, solo che io e Bersani probabilmente dissentiremmo sui modelli tramite i quali tornare a produrre e distribuire ricchezza. Detto altrimenti: no, ancora non credo che quella parte della sinistra (LeU & co.) proponga modelli corretti, credo anzi che i modelli cui fanno riferimento siano superati, che le “classi” cui si rivologono e i loro linguaggi stiano diventando marginali.
Ma questo non mi impedisce di concordare con loro sul fatto che il tema del reddito sia ancora una chiave di lettura fondamentale per l’azione politica. E che l’ordine delle priorità delle nostre analisi e della nostra azione debba tornare a focalizzarsi sulla struttura marxiana, ovvero sui rapporti economici.
In sostanza, temo che per troppo tempo (in parte a ragione) abbiano dedicato troppa attenzione a questioni sociali, culturali etc. etc. etc.

Non voglio dire che gli aspetti -le analisi- sociali, culturali, antropologiche, ideologiche (etc. etc. etc.) non siano importanti. Anzi: resto fermamente convinto che (dopo Foucault & co.) questi strumenti siano essenziali per comprendere la società in cui viviamo e, dunque, cercare di cambiarla. Ma, forse, negli ultimi anni ci siamo spinti un pò troppo in questa direzione perdendo di vista un aspetto basilare: il Fressen [mangiare]. Dovremmo tornare, letteralmente, back to basics, indietro alle basi dei rapporti sociali – basi che sono (anche) economiche.

Se questa lettura è corretta, infatti, fornendo una fonte di reddito alternativa a Gangemi (e altri come lui), dovremmo eliminare almeno in parte una forma di propaganda che diffone notizie / posizioni negative e deleterie.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “Soyons structuralistes!

  1. Secondo me sbagli però a dire che le classi cui si rivolge la “vecchia sinistra” non esistono più. Con i giovani sempre più impoveriti, torneremo presto alla contrapposizione tra padroni e proletari, secondo me. L’ha riconosciuto anhe Warren Buffett, anni fa: “è vero, esiste la lotta di classe. Ed è la mia classe che sta vincendo”.

    • Un attimo.
      Io non ho detto che le “classi” di per sé non esistono più, né che non esiste la “lotta di classe”. Possiamo discutere sui termini, ma nella sostanza resto dell’idea che entrambe persistano.

      Quello che ho detto -sbrigativamente, perché è tema che mi pare di aver già affrontato altrove- è che secondo me sta diventando marginale quella tipologia di “classe”, con quella specifica configurazione economica-sociale (ovvero, il lavoratore salariato con un impiego tendenzialmente “a posto fisso” e a tempo indeterminato – aggiungo: maschio, bianco, padre).
      Questa tipologia di “classe” (uso le virgolette in quanto termine specifico) sta complessivamente perdendo rilevanza. In altri termini: un partito o un sindacato che si rivolgesse prevalentemente all’operaio a tempo indeterminato (implicitamente: maschio, bianco) parlerebbe solo ad una minima parte della [classe – ancora da definire].
      Questo per tantissimi fattori: per questioni di cambianti economici (partite IVA, donne lavoratrici, crisi dell’industria nei paesi avanzati…) e sociali (cambiamento dei modelli di famiglia), per questioni legate agli strumenti d’analisi (maggiore attenzione ai lavoratori migranti, alle donne lavoratrici…) e tante altre che sicuramente mi sfuggono.

      Le “classi” di cui parlava Marx continuano a esistere, ma forse in forme diverse da allora. Dunque, i nostri interlocutori sono mutati, così devono mutare i nostri focus di discussione e i nostri linguaggi.

      Aggiungo: ciò complica enormemente il lavoro della sinistra, perché significa interloquire con più gruppi tutti ugualmente bisognosi di rappresentanza (migranti e donne e lavoratori e…), che rischiano anche di essere in contrasto. E un enorme problema è proprio che non riusciamo più a parlare a quella “classe” di maschi bianchi lavoratori che si sente ora tutelata da certa destra [fascista].

      Aggiungo: forse nella mia ignoranza, appare un problema ancora più radicale: quanti gruppi può effettivamente rappresentare un partito politico? Altrimenti detto: è possibile rappresentare contestualmente due gruppi potenzialmente contrapposti (migranti e donne e lavoratori e…)?

      • Allora siamo d’accordo. E secondo me si dovrebbe tornare all’unica, vera distinzione esistente tra gli uomini: quella tra gli sfruttatori e gli sfruttati.

  2. Il problema è che mentre da un lato la ‘sinistra’ negli ultimi vent’anni si riempita la bocca di ‘distretti’ e quant’altro, delineando la propria agenda economica sugli editoriali del “Sole 24 Ore” (e per carità di patria, taccio sulle scempiaggini d’alemiane riguardo i ‘capitani coraggiosi’ delle privatizzazioni, coi risultati che vediamo tutti, con l’Italia che riguardo la digitalizzazione e la connettività è ben lontana dai livelli di altri); mentre dall’altro i sindacati non hanno fatto altro che occuparsi di pensionati e lavoro a tempo indeterminato, è cresciuta una generazione intera (la nostra) all’insegna del precariato della quale fondamentalmente non si è occupato un cavolo di nessuno. Vagli a dare torto a chi sparge m**da in Rete per 600 euro al mese…

  3. Aggiungo: diciamo che è un problema che si inscrive in quello più generale di una ‘sinistra’ che ha abdicato a gran parte delle sue idealità progressiste e a favore delle classi più deboli, pur di darsi una sorta di aura di ‘presentabilità’ che ha prodotto il risultato controproducente di farla passare come un baluardo della peggiore conservazione euro-burocratica.

    • Due aspetti:
      1) il fatto che qualcuno “sparga merda” in rìete per 600 € al mese non è né esclusivamente conseguenza delle politiche di sinistra (tante di quelle politiche, ricordiamocelo, le ha ideate e portate avanti la destra), né dovrebbe preoccupare solo la sinistra.

      2) non credo l’attuale crisi della “sinistra” sia dipesa dalla ricerca di una “presentabilità” (diamine: il PCI faceva il 30%… se è poco presentabile quello!), ma da una serie di fattori strutturali più ampli che è riduttivo sintetizzare ne “l’agenda economica del Sole 24 Ore”: alcuni problemi economico-strutturali, non nascondiamocelo, in Italia sono presenti e la loro riforma radicale (anche tramite le privatizzazioni) era e resta necessaria.
      Questo crea confusione: quell’agenda economica (o almeno parte di essa) non è il male in sè, ma lo è divenuta nella misura in cui la sinistra ha abdicato all’elaborazione di un progetto diverso di società e la destra si è appiattita sulla versione più becera del capitalismo (il “modello renano” di cui tanto si parlava nei giornali qualche anno fa è differente).
      Non credo insomma che la sinistra abbia “abdicato” alla tutela delle classi più deboli tout court, semmai credo la sinistra si sia lasciata convincere (sbagliando) che questa tutela poteva avvenire entro un sistema che veniva sempre più tirato (stretched) verso l’opposto.
      La tutela delle classi deboli, non dimentichiamolo, è anche la lotta all’inflazione (quindi la permanenza nell’Euro).

      Oggi parliamo di una sinistra che è sparita… ma perché non parliamo del fatto che anche la “destra” (come la intendevano anni fa) è sparita? In Italia abbiamo assistito a tutto questo vent’anni prima degli altri: Berluconi, con altri stili, potrebbe essere visto in fondo come il precursore della “democrazia illiberale”. E, nel frattempo, la destra liberale è pian piano scomparsa in USA, in Gran Bretagna (!), in Francia e rischia altrove (Germania).

      Queste sono ovviamente annotazioni che non risolvono il problema nella sua interezza.

  4. Pingback: (Tentativo di) Difesa di Karl Marx | Suprasaturalanx

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