Ancora in tema di fughe

Rielaboro qui una riflessione suscitatami da questo post di Gaberricci. Gaber conclude il suo post parlando di stanchezza e della fatica che costa essere in direzione ostinata e contraria, altrimenti detto: resistere.
Infatti scrive:

stanchezza che sento io: nel momento in cui il fascismo, il razzismo, l’arbitrio dell’uomo forte sull’uomo debole, perfino le magliette con la scritta Auschwitzland fanno parte della “zona di comfort” della maggior parte dei nostri compatrioti (se non dei nostri simili), ha ancora un senso “rincorrere” l’attualità? Ha ancora un senso spiegare il perché ed il per come, tirar giù santi per la stupidità di chi ci sta intorno, invocare un’umanità che appare sempre più agonizzante, se domani uno qualsiasi dei nostri avversari, anche uno di quelli di più basso profilo, con una boiata neppure troppo arguta, potrà spostare ancora più in basso l’asticella dell’orrore? Non è mica facile gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, cantavano i Pink Floyd; si finisce per sentirsi (parlo per esperienza) come gli uomini che parteciparono attivamente alle lotte degli anni Settanta e che poi, d’improvviso, si ritrovarono catapultati nel mondo della “Milano da bere” e dei paninari.
Non c’è da stupirsi, se molti finirono nell’eroina, e quasi tutti gli altri nel porcile del
new age.

Forse perché la stanchezza è stata un tema importante nei miei pensieri qualche tempo fa, il passaggio del post che precede mi spinge a parecchie riflessioni, che ho provato ad affrontare nei commenti e vorrei cercare di portare un passo oltre.

Risaliamo la corrente.
Innanzitutto, trovo facile vedere il “fil rouge” che collega eroina e dottrine new age: per quanto magari paradossale, in fondo sono sempre due modi per evarere questa realtà opprimente che abbiamo costruito (e, come il wall dei Pink Floyd, continuiamo a rafforzare da decenni). Ad esse potremmo aggiungere tante altre forme di estraneamento più o meno socialmente accettate (e il livello di accettazione sociale sarebbe un tema/indicatore da affrontare molto nel dettaglio) – pensiamo a “Il nuovo mondo. Il tutto con buon collegamento alle patologie psichiche dilaganti. E potremmo buttarci dentro anche Terzani, pace sua, che in fondo già aveva intravisto parte di tutto questo nel 1992.

Mi affascina di più il passaggio immediatamente precedente nel post di Gaber, il momento in cui ci si chiede se “ha ancora un senso”, il momento prima di “mollare tutto”, prima di chiamarsi fuori e trovare un’altra forma di fuga (droga, new age…), il momento in cui ancora si persiste nel resistere.
La domanda che mi pongo, dunque è: cosa spinge a persistere?
Questo, come ben si capisce, è faticoso, ci consuma. Spesso senza giungere a risultati.

Non dovremmo chiederci se anche quel “gettare il cuore contro il muro” (camussianamente: la lotta) non è che una forma di fuga dalla realtà? Una forma di rifiuto? Dell’assurdo che è il reale, credo direbbe Camus.
Sono portato a pensare sia cosi’.
In termini psichici (senza sapere alcunché di psicologia), credo questo desiderio di fuga/lotta potrebbe essere visto sia come una terapia (dall’assurdità del reale), sia come una patologia (l’incapacità di adattarvisi), dipende da dove si traccia la linea, dove si ferma l’ostinazione.
Suppongo l’equilibrio dovrebbe essere nel lottare fino ad un certo punto. Ma individuare fino a quale punto si debba ostinarsi e resistere è la parte più difficile (in ogni attività umana, oserei dire). E diventa enormente difficile se, come ricorda Gaber, viviamo in tempi tanto assurdi (vedasi l’infame maglietta)?
L’esempio della maglietta è particolarmente proficuo, perché illustra al contempo la necessità e l‘assurdità della lotta: come si puo’ non lottare contro una realtà simile? E come si puo’ lottarvi contro? Il compito è tanto più necessario quanto impossibile (sisyphean).

Allora: è più salutare abbandonare la lotta o tuffarvicisi ancora di più?
Certo, come scriveva il buon Camus “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Ma quanto puo’ durare?
Forse l’ostinazione nella lotta (anche come strumento per rinnegare o evadere la realtà) è demenziale nel impedire l’adattamento al contesto, la socializzazione. Ma al tempo stesso, non è una valvola di sfogo “migliore” delle alternative in cui molti sono caduti?

E’ forse un caso che proprio Camus -che probabilmente aveva intravisto tutto- nel suo libro su Sisifo vuole parlare di suicidio? La forma suprema di fuga.

L’unica risposta sensata cui riesco a pensare è che non dovremmo arrivare a questo punto. Dovremmo poter costruire una realtà diversa, foss’anche come via di fuga, che ci risparmi di arrivare a questo estremo. Un po’ come le isole di Huxley in cui vengono confinati coloro che si ribellano al Nuovo Mondo (dovremmo forse riconoscere che questa fu l’intuizione migliore di Huxley?).
E’ pur vero che, come scrivevo all’inizio, questa realtà ci offre tante occasioni di fuga socialmente accettate: dalle nottate in discoteca ai rave, dai parchi divertimenti ai paradisi tropicali. Fino alle missioni umanitarie. Allora, non è un problema solo nostro se siamo noi “gli unici” (i pochi?) a non saperci adattare a questa realtà?
Se qualcuno ricorda il film “Le vite degli altri“, questo si apre con uno scrittore della DDR che prepara un reportage per il settimanale Der Spiegel su come il regime dell’est avesse intenzionalmente cessato di raccogliere dati sui suicidi… Forse anche questo nostro mondo post-fine della storia meriterebbe un’analisi simile.
Non a caso, fra le tante (magari demenziali) motivazioni che alcuni giovani foreign fighters hanno indicato nell’abbandonare le loro vite “occidentalizzate” e raggiungere l’ISIS vi fosse anche qualcosa di assimilabile a questo desiderio di fuga, a questa necessità di una vita diversa (per citare Gaber).

Gaberricci ha cortesemente risposto ai miei commenti, riporto in particolare il passaggio che segue:

La grande differenza tra la lotta e qualunque altra forma di fuga, però, è che la lotta, alla lunga, soffrendo, venendo travolti dallo scoramento di mille sconfitte, alla fine qualcosa riesce a cambiarlo; poi quel cambiamento viene fagocitato e trasformato in qualcosa di completamente diverso (vedi il ’68 o le molte conquiste nel campo del mercato del lavoro)… però qualcosa è cambiato, e delle persone vivono meglio. Com’è che diceva quel film con Liam Neeson, citando un libro di qualche millennio fa? Chi salva una vita, salva il mondo intero.

La differenza è certo grande. E proprio questa enorme differenza, secondo me, è una delle ragioni per cui tanti poi alla fine mollano, abbandonano la lotta.
In primo luogo, una delle caratteristiche peculiari del neoliberismo è proprio quella di “evolvere”, inglobando in se’ parte delle critiche, senza tuttavia cambiare il sistema nel suo complesso. Forse una persona (una vita) vivra’ meglio, ma quante continuano a vivere di merda, anzi sempre peggio? La citazione della Torah è bellissima, ma cos’altro? Davvero possiamo salvare il mondo una vita alla volta? Oggi come oggi, non credo. Sarà che personalmente ho qualche problema con queste metafisiche estremamente individualizzate, ma mi lascia perplesso. Tanto più che l’individualizzazione, l’atomizzazione dei problemi e delle (ipotetiche) soluzioni è proprio uno dei cardini del sistema contemporaneo.
In secondo luogo, a partire da quanto sopra, la scelta di “chiamarsi fuori” non è forse dettata proprio dalla constatazione, dall’accettazione, che cambiare un pezzettino sia -sostanzialmente- inutile?

Credevo, e in qualche modo confuso continuo a credere, che la differenza fra queste tipologie di fuga risieda nel fatto che droga, dottrine new age, rave, etc. etc. etc. sono estraneazioni dalla realtà che ci circonda, dal contesto, sono un distogliere lo sguardo (dai problemi), mentre la lotta al contrario consiste prima di tutto nel fermare, focalizzare lo sguardo, nel portare l’azione dentro la realtà stessa. In quanto tale, la lotta è paradosso: è al tempo stesso rinnegare il contesto e volervi fermamente restare ancorati.
E forse proprio per questo, per questa sua natura essenzialmente dissociativa, per il suo richiedere di essere al contempo dentro&fuori, la lotta è cosi’ stancante, cosi’ prona a consumare chi vi si dedica, anche in senso psichico.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “Ancora in tema di fughe

  1. Ti ringrazio per le molte citazioni. Aggiungo che forse hai male interpretato la frase della Torah: non intendevo “una persona per volta”, ma “un problema per volta”. Non si possono certo affrontare tutti i problemi del mondo (che sono tanti) tutti insieme, ed ognuno finisce per “specializzarsi” in qualcosa. Sempre a voler parlare per slogan: tutte le lotte sono una lotta.

    È comunque interessante l’idea della lotta come fuga: si tratta pur sempre di vivere in un mondo diverso da quello che ci sta stretto. Ribadisco però le considerazioni che ho fatto nei commenti al mio articolo.

    P.S.: vorrei conoscere Camus molto di più…

    • Puo’ essere che la mia interpretazione non sia la piu’ corretta… tuttavia la citazione (cosi’ come comunemente riportata) parla di una “vita” (i.e. necessariamente individuale), non di un problema. Credo, anche escatologicamente parlando, questa interpretazione sia abbastanza corretta nello specifico sistema di pensiero.

      Quanto allo specilizzarsi nell’affrontare i problemi: si’ e no. Si’, nel senso che (come scrivi) non e’ fisicamente possibile risolvere (o battersi) per tutte le questioni che affliggono il mondo allo stesso tempo. No, nel senso che solo una risposta “strutturale”, di sistema e omnicomprensiva e’ (specie a questo punto) veramente (potenzialmente) risolutiva.
      Consiglio Monbiot sul punto: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/nov/14/earth-death-spiral-radical-action-climate-breakdown

      • Certo. A volte il mio amore per il citazionismo mi fa dire cose “sbagliate”.

        Ma appunto per questo ho detto che credo nell’assunto “tutte le lotte sono una lotta”: si deve “tenere” il sistema che si vuole ottenere, lottando sui singoli punti “ognuno per conto suo”.

  2. Trovo un filo pericoloso il concetto di ‘lotta’, che vedo inevitabilmente destinata al conflitto, con risultati nefasti come quelli degli anni ’60-’70 (forse il successivo ‘riflusso’ è legato al fatto che la gente s’era un filo stufata dei morti a ripetizione); l’aria comunque è quella, e mi viene da pensare che se non fossero esistiti i ‘social’ con la loro funzione di ‘sfogatoio’, oggi forse Salvini o Di Maio qualche pistolettata se la sarebbero già presa, a giudicare da ciò che si legge in giro. Preferisco un atteggiamento personale di ‘resistenza’ basata sull’affermazione delle proprie idee e dei propri stili di vita che non trovi necessariamente realizzazione in una ‘lotta’; parlare solo se interrogati, insomma, e in modo possibilmente calmo, senza rispondere a violenza verbale (e si spera non fisica) con violenza verbale.

    • Non sono un esperto di letteratura o di Camus, ma se non erro la “lotta” nella sua produzione ha un significato ben preciso, che ho cercato di riportare e riproporre nel post. In questo senso, trovo il concetto molto appropriato per la riflessione. In fondo, viviamo in un contesto di conflitto e dimenticarlo e’ terribilmente pericoloso.
      Mi rendo conto che ad una lettura “superficiale” (non la tua, chiaramente, ma agli occhi di chi non voglia cercare il fondamento teorico sottostante) l’interpretazione che evidenzi potrebbe apparire fondata e, come tale, pericolosa.

      Quanto all’affermazione delle proprie idee coi propri stili di vita, per quanto indubbiamente lodevole, temo la cosa sia problematica in quanto: a) ha un impatto estremamente limitato sul contesto complessivo; e -anche come conseguenza- b) potrebbe diventare una facile “scusante” per non affrontare i problemi in modo piu’ radicale.
      Come sopra, non credo questo sia il tuo caso, ma temo lo sia per molti (vedasi tutti quelli che fanno la carita’ o donano qualche euro a qualche NGO ma poi… votano Salvini).

      Il tema della violenza che tocchi alla fine meriterebbe una discussione assai piu’ ampia. Basti ricordare, come spunti di riflessione, che esistono diversi tipi di violenza: soggettiva, oggettiva (Zizek), strutturale (Galtung, Bordieu…)…

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