Annotazioni su sicurezza e lavoro umanitario

Mi accingo a scrivere un post che preferirei di gran lunga evitare, specie considerando il grande rischio che quanto vado ad esprimere venga frainteso e strumentalizzato. Tuttavia, alcune recenti prese di posizioni di amici (persone anche care e verso cui nutro grande stima), mi spingono ad un lavoro chiarificatore.

Mi riferisco al caso della “cooperante” (termine orribile) italiana Silvia Romano rapita alcuni giorni fa in Kenya.
Dopo la notizia, il campo si e’ rapidamente diviso negli opposti schieramenti de “se l’e’ andata a cercare” e di coloro che invece difendevano lo spirito umanitario incarnato dalla ragazza. In entrambi i casi, a parer mio, si e’ giunti al ridicolo con prese di posizione tipo quella di Gramellini secondo cui la ragazza avrebbe potuto trovare occasioni di volontariato anche a casa, in Italia, e quella opposta di Repubblica che pubblicava risposte di altri operatori umanitari che spiegavano le loro storie e perche’ non sono “sprovveduti”.

Per quanto trovi la posizione di Gramellini (e altri come lui) assolutamente infondata (peggio: pare una riedizione del motto “prima gli italiani”), e’ proprio dell’ultimo caso che voglio occuparmi. Perche’, a mio avviso, in questa narrativa risiede un enorme problema.

Il problema nel difendere il mondo umanitario difendendo l’attivita’ di Silvia Romano e’ che si finisce per accumunare due realta’ che sono invece profondamente differenti. E si finisce per cercare di difendere dei comportamenti della seconda che per gli operatori umanitari sono invece assolutamente indifendibili.

In parole povere, ammesso e non concesso che quanto riportato dal precedente capo di Silvia Romano sia corretto (ovvero che la ragazza e’ andata da sola in un villaggio isolato, senza supporto alcuno), ci troveremmo dinnanzi ad una palese violazione delle piu’ elementari regole di sicurezza in ambito umanitario.
Edit: per correttezza e completezza, aggiungo che secondo la ONLUS per cui lavora Silvia Romano, il villaggio di Chakama in cui e’ avvenuto il rapimento non presentava rischi: “è un posto tranquillo non è mai successa una cosa del genere”.
Ricordo tuttavia che alcuni elementi “strutturali” di insicurezza in Kenya sono presenti da anni, non da ultimo legati proprio alla Somalia.

La prima regola che mi hanno insegnato qualche anno fa quando ho cominciato a fare volontariato con la Croce Rossa e’: primo, non mettersi in pericolo. Perche’ se mi metto in pericolo, non solo non sono di nessun aiuto alle persone che vorrei/dovrei aiutare (“salvare” mi sembra francamente eccessivo), ma altresi’ qualcuno poi deve venire ad aiutare me, con enorme spreco di risorse. Questo vale per il soccorso di un ferito in un incidente stradale, supporto psichiatrico o aiuto a bambini in paesi in via di sviluppo.
Atrimenti detto, e’ come difendere un pompiere che sia caduto dall’albero cui era salito senza imbracatura per salvare un gattino, rompendosi poi il braccio.

Silvia Romano, quindi, ha sbagliato. Punto.
In una qualsiasi organizzazione umanitaria “seria” (ovvero, che faccia una precisa analisi dei rischi), il suo comportamento sarebbe stato inaccettabile e non le sarebbe mai stato consentito di andare in quel posto, in quel modo. E se l’avesse comunque fatto, probabilmente sarebbe stata licenziata.
Di certo, se io domani prendessi e andassi da solo a Donetsk rischierei il licenziamento in tronco. Oltre a rischiare di beccarmi qualche bomba da una parte o dall’altra.

Ecco perche’ trovo questa difesa “di principio” e questo accumunare Silvia Romano con tanti altri operatori umanitari un errore da parte di Repubblica, cosi’ come dei miei amici e dei tanti commentatori del web. Perche’, banalmente, quello tenuto da Silvia Romano non e’ comportamento da operatori umanitari. Anzi, mi spiace che i colleghi intervistati non abbiano puntualizzato maggiormente su questo punto: lavorare nella cooperazione internazionale significa avere strutture e regole. Non improvvisare, non fare i “cow-boys” spacconi, non andare a cercare pericoli che si possono evitare (ce ne sono gia’ parecchi che non si possono evitare).

Difendere a spada tratta Silvia Romano in nome di un principio (il rispetto per chi dedica la propria vita, o anche solo frazioni di essa, ad aiutare gli altri) non deve distoglierci dalla critica verso i suoi errori. Cio’ non toglie, ovviamente, che anche io mi auguro torni a casa sana e salva e continui (lei come tanti altri) in questo nobile impegno. Ma seguendo le regole poste prima di tutto per la sua sicurezza.

Allo stesso modo, pensare di attaccare questa incauta ragazza per attaccare l’intero mondo della cooperazione internazionale, manca radicalmente (per fortuna) il bersaglio.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “Annotazioni su sicurezza e lavoro umanitario

  1. Stavolta non sono proprio d’accordo. Stendendo un velo pietoso sulle riflessioni di Gramellini, che non meritano nemmeno d’esser discusse per non rischiare di dar valore a così tanta approssimazione, non mi sento di dare un giudizio su qualcosa che non ha una forma di ufficialità, per lo meno da quel che è stato comunicato pubblicamente: ovvero, se Silvia Romano sia “andata da sola in un villaggio isolato, senza supporto alcuno” o se invece il villaggio di Chakama sia luogo consueto dei progetti di Milele e la condizione di essere sola fosse solo dovuta a un normale avvicendamento di volontari, come invece dichiarato dall’associazione.
    Non sarei in ogni caso portato a ritenere errore il primo caso: dove sta il confine tra “sicurezza” e “rischio”? nei luoghi che la Faresina indica come “viaggiare sicuri”? se è così, il Kenya non è tra i paesi a rischio. sulla probabilità che un gruppo di integralisti si muova a zonzo in un paese per altro non suo a compiere attentati e razzie e tu potresti trovarti per caso sfortunatamente nello stesso posto alla stessa ora? è più o meno la stessa probabilità che, perdonami la battuta cinica, potresti avere di trovarti sul ponte morandi nell’attimo in cui crolla… Stesso discorso vale per Donetsk: è una città di un milione e passa di abitanti non più pericolosa di altre metropoli: chiedilo a chi è andata a vedersi un concerto a Manchester o al Bataclan (questo non significa che si debba viaggiare “con leggerezza” al punto di falo in maniera incosciente: quel che voglio dire è che il limite, a mio modo di vedere, è ben diverso da quello posto dai media).
    Se si trattasse del secondo caso (in attesa di altri volontari), a maggior ragione, non troverei assolutamente adatto il giudizio a fronte del fatto che è una prassi tutt’altro che inconsueta nelle associazioni che lavorano in ccoperazione internazionale (e nessuno se ne preoccupa fino a che capita l’episodio che spiazza).
    Quindi no, per le informazioniche posseggo al momento da mio punto di vista sull’operato di Silvia Romano non c’è assolutamente legittimità di recriminazione.

    • Grazie per il commento.

      Sul primo punto: personalmente, questa ricostruzione dei fatti non l’ho mai sentita prima. Quindi mi sono attenuto a quella di cui avevo notizia. In ogni caso, mi pare assai difficile che un expat sia lasciato/a da solo in un villaggio remoto (vedi infra).
      Se i fatti accertati saranno diversi, sai bene non avro’ scrupoli a rettificare la mia posizione e i miei giudizi.

      Riguardo il confine fra sicurezza e rischio: taciamo per carita’ di patria su “viaggiare sicuri” (Yemen si’, Iran no?).
      La valutazione, a mio avviso, non dipende tanto da luogo in se’, quanto da come ci si va. Potremmo entrare nel dettaglio sulle opportune procedure di sicurezza, ma visto che ne’ io, ne’ te le conosciamo con riferimento al caso specifico, credo non sia particolarmente utile a questo punto.

      In ogni caso, alcune considerazioni le possiamo fare: non so se tu sei stato in Kenya, ma che il paese presenti dei rischi (collegati fra l’altro anche alla situazione in Somalia) non e’ cosa nuova. Ricordo che nei parlai qui: https://discutibili.wordpress.com/2013/09/23/considerazioni-sullattaco-a-nairobi/ citando parole del 2012 proprio sul pericolo rappresentato dagli islamisti. Eviterei quindi di essere semplicistico o naif. Ripeto quanto scritto nel post: quello degli operatori umanitari, oggi, e’ un lavoro altamente professionale, in cui si evitano quanto possibile le improvvisazioni, proprio perche’ di rischi ce ne sono gia’ abbastanza.
      Aggiungo: la valutazione sulla pericolista’ del villaggio di Chakama non l’ho fatta io da Kyiv, ma un’altra ONG (quella per cui prima la ragazza lavorava) da Nairobi, quindi con dati che ne’ io ne’ te abbiamo. Accetto senza dubbio che si debbano prendere in considerazioni tutte le voci (analisi) della questione, ma svalutare radicalmente una ricostruzione mi pare un po’ azzardato.

      Stesse considerazioni valgono per Donetsk (che ricordo essere nelle aree controllate dai “ribelli”, quindi per favore evitiamo).

      Non stiamo facendo discorsi astratti su quanto sia o non sia sicuro andare in una ipotetica citta’ o in un ipotetico villaggio, ma parliamo di luoghi reali con un contesto specifico. Tutto considerato, per le informazioni che ho, mi pare che questo contesto non sia stato preso in debita considerazione. E se la ONG che citi aveva per prassi “l’avvicendamento” solitario di expat in un villaggio remoto, allora l’errore e’ di tutta la ONG. Che e’ pure peggio.
      (In questo report sul progetto si legge “Staff is totally native” – https://www.xlestrade.org/inglese-africamilele/, se tu hai informazioni diverse, saro’ lieto di approfondirle).

      • come scritto in pvt: sono d’accordo con te che ho usato impropriamente donetsk come termine di paragone. ciò che volevo far emergere è che il confine tra “aree di pericolo” perché c’è un cecchino che ti potrebbe prendere mentre cammini per strada o perché c’è un tassista colluso con la mala locale e a Città del Messico o San Paolo o Buenos Aires potresti trovarti in mutande, la differenza è sottile e se si fa un discorso di probabilità si rischia di uscirne scornati (per il fatto che la seconda situazione in certi momenti è più probabile della prima). questo perché non si può separare un discoirso di “sicurezza oggettiva”, semmai sia possibile farlo, da uno di “sicurezza soggettiva”, per cui si è in grado di capire e conoscere le situazioni e i luoghi solo vivendoci o acquisendo una certa dimistichezza con il viaggio e con i rischi che – in qualunue frangente – si potrebbero incontrare.

        rispetto al kenya: sì, ci sono stato e sono stato (anche da solo) in contesti che potenzialmente mi hanno esposto allo stesso rischio di silvia romano, tipo le baraccopoli di nairobi. ovviamente la situazione politica del kenya è in continua evoluzione e qual che vale oggi non valeva qualche anno fa, così come sono d’accordissimo con il fatto che sia un paese a rischio: rimane il fatto che il rischio, per sua stessa intrinseca definizione, non è sempre – anzi – prevedibile.

        concordo semmai sulla responsabilità di tutta la onlus (non ong, a quanto so, e questa differenza non è secondaria per altro) nel caso degli avvicendamenti solitari anche se, come dicevo prima e per conoscenza diretta (ovviamente non mi semra corretto fare qui nomi e cognomi…), sono situazioni non così inconsuete.

        • Grazie di nuovo per le ulteriori precisazioni.

          Concordo con te sul fatto che la sicurezza sia spesso questione “soggettiva” (come la violenza, peraltro). Potremmo dire che molto dipende dall’alea (insicurezza) condificata e che si e’ disposti ad accettare come standarda (quindi, oggettivamente): un furto a Citta’ del Messico (o Nairobi) e’ considerato un rischio quasi implicito nel contesto. Ma anche un rischio accettabile, per quel che mette in pericolo.
          Concordo anche sul fatto che la conoscenza dei luoghi sia presupposto fondamentale per qualsiasi valutazione di sicurezza (proprio per questo mi pare tanto rilevante l’affermazione del precedente datore di lavoro).

          Quello che mi preoccupa maggiormente, a questo punto del dibattito, e’ la prospettiva che ci troviamo di fronte a carenze “strutturali” della ONLUS. Certo, anche in questo caso non sarebbe rappresentativo dell’intero sistema della coperazione/umanitario (due mondi ben distinti con regole e rischi ben distinti), ma sarebbe indicativo di un’esposizione al rischio ben maggiore rispetto all’imprudenza di un singolo.

  2. Come in tante altre occasioni, è scattato il ‘derby’, tra chi definisce i cooperanti come emuli di San Francesco e chi all’opposto li definisce come ‘turisti fai da tè’; la verità, banalmente è nel mezzo. Io da non ferrato in materia mi chiedo: ma a garantire la sicurezza di chi parte non dovrebbe essere l’organizzazione a cui ci si appoggia? Se io vado completamente per conto mio è un conto, ma se mi appoggio a qualcuno dovrebbe essere lui a dirmi: ” Se vuoi andare, meglio qui che lì, oppure addirittura: non partire proprio, non è il caso, meglio che vai a servire i pasti qui vicino”. Fermo restando che nel caso in questione mi pare ci sia una componente di casualità, visto che il luogo sembrava in effetti ‘tranquillo’, a quanto ho capito.

    • Una componente di casualita’ c’e’ sempre: neanche l’esercito ordinerebbe ad un soldato di mettersi davanti alla linea di tiro di un cannone. Il punto e’, semmai, come minimizzare questa casualita’ e cercare di porla entro limiti accettabili (ovvero di minimo rischio).

      Si’: a garantire la sicurezza dovrebbe essere l’organizzazione, D’altronde, solo questa dispone dei mezzi e conoscenze sufficienti a prevenire i rischi. Proprio questo, come discutevamo sopra con ammennicolidipensiero parrebbe essere il dato maggiormente preoccupante nel caso di speciee.

  3. Riflessione interessantissima. Aggiungerei che l’atteggiamento di chi dice: vado lì perché è lì che servo, senza badare ai rischi ed ai bisogni complessivi di chi si vuole aiutare, non è un atteggiamento troppo diverso da quello degli inglesi che nell’Ottocento parlavano del fardello dell’uomo bianco, e ci difendevano il colonialismo.

    Ciò detto… è un vero peccato che tutti quelli che hanno dato addosso a Silvia Romano (compreso lo stesso Gramellini) lo abbiano fatto non in nome di questi punti che tu giustamente sottolinei, ma semplicemente perché “che cazzo c’era andata a fare in Africa? Non poteva starsene in Italia?”.

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