Standing in the -Stans: deep-stan? Touri-stan (parte 3)

Finita anche l’ultima incombenza di lavoro, posso dedicarmi al mio viaggio. Seconda tappa (la prima è pur sempre Tashkent) è Khiva.

Sveglia alle 5:00, trasferimento all’aeroporto dove ci attende il volo per Urgench, dalla quale l’autista (partito, ci dicono, due giorni fa da Tashkent!) ci porterà all’antica città di Khiva.
Come tutte le tappe di questo viaggio, anche Khiva era un tempo un importante centro carovaniero. Tutte queste città erano originariamente dei punti di sosta e scambio lungo le rotte delle carovane che collegavano Cina e India da un lato con l’Europa ed il Medio Oriente dall’altro.
Controllando i luoghi in cui era possibile fermarsi, questi centri potevano controllare il transito delle carovane ed arricchirsi col commercio.

Sorvolando un paio di deserti, l’aereo ci porta a circa 1.000 km ad ovest da Tashkent. L’autista ci conduce poi a Khiva, una città che conta ora circa 60.000 abitanti, di cui appena un terzo nella “città vecchia” tuttora circondata dalle mura.
La geografia della distanza farebbe pensare di trovarsi nell’Uzbekistan “profondo”, quello piu’ intatto e meno toccato dalla modernittà e dal turismo di massa. Sebbene la stagione aiuti (e’ ancora freddino, specie la mattina, e il picco turistico arriverà solo fra un mese) ci rendiamo presto conto che non e’ esattamente cosi’.

La definzione piu’ precisa che credo di poter dare di Khiva e’ quella di una piccola Venezia nel deserto: come Venezia, si tratta di un città che deve le sue fortune al commercio, una città che per qualche motivo e’ stata almeno in parte preservata dal cambiamento urbanistico come una piccola reliquia e una città marcata dal turismo. Non solo vediamo parecchie comitive (per fortuna, per lo piu’ locali) che affollano il viale centrale della città vecchia, ma quello stesso viale lo troviamo pieno di bancarelle con prodotti tipici (ceramiche e soprattutto i magnifici cappelli di pelliccia).

L’impressione piu’ forte di Khiva alla fine rimane proprio questa “dissociazione” fra il centro murato e il resto della città. Il centro in se’ e’ veramente bello e affascinante, con gli edifici in argilla gialla e le maioliche azzurre che spuntano quasi all’improvviso a decorarne alcuni. Ma sembra irreale nel suo essere preservato e staccato dal resto della citta’. Tant’e’ che alla fine del giro turistico chiediamo in albergo se ci sanno indicare la città nuova e se vi sia niente che consigliano di vedere, ottendendo una risposta di totale stupore.
Se a Venezia puo’ aver senso passare una giornata intera senza metter piede nei “nuovi” quartieri di Mestre sulla terraferma, a Khiva ho avuto l’impressione che questo si giustificasse assai meno. Parlare di “ripetitivita’” dei monumenti sarebbe ingiusto (anche perche’, probabilmente, e’ proprio questa relativa uniformità a conferire al centro il suo fascino), tuttavia non sarebbe neppure giusto negare che questo centro storico e’ in se’ abbastanza piccolino.

Già a Khiva ho cominciato a meditare su due riflessioni che mi accompagneranno in questo viaggio in Uzbekistan:
1) il concetto di “ristrutturare“: molti edifici storici in Uzbekistan (specie a Samarcanda) sono stati abbastanza radicalmente ricostruiti, certo seguendo stili e techniche quanto piu’ possibilmente vicine a quelle originarie (o comunque sotto stretto controllo UNESCO). Comincio a pensare che questa “mania di preservazione dell’originale” senza alterazioni sia soprattutto una cosa occidentale, forse derivata dallo studio reverenziale dell’antichità tipico del Rinascimento (vedasi filologia).
2) quanto a lungo si possono osservare le meraviglie? In Uzbekistan la bellezza di certi monumenti, la ricchezza dei dettagli nelle decorazioni e’ spesso semplicemente sorprendente e verrebbe da fissarli per ore. Fissare i dettagli, osservare l’insieme: ci sarebbe da guardarli per un tempo lunghissimo e probabilmente ancora non si riuscirebbe a cogliere tutto. Ma quanto a lungo si puo’ sostenere questo “sforzo”?

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4 thoughts on “Standing in the -Stans: deep-stan? Touri-stan (parte 3)

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