Ma le piazze cambieranno qualcosa?

Premessa triste e anche un po’ inutile
Dopo le manifestazioni dello “sciopero per il clima”, il mondo dei commentatori si e’ sostanzialmente diviso in due macro-gruppi: gli entusiasti che vedono in questa presa di posizione della gioventu’ (quasi globale) un barlume di speranza per la terra e, con essa, per il genere umano; e i critici-negazionisti che, al solito, hanno in vario modo etichettato questi giovani come dei pazzi (alla meglio) o degli scansafatiche che volevano solo evitarsi un giorno di scuola.
A scanso di equivoci, qualora ve ne fosse bisogno, preciso che le mie simpatie vanno alla prima interpretazione.
Tuttavia, faccio fatica a condividerne l’entusiasmo.

Svolgimento
Non dubito affatto della necessita’ di affrontare radicalmente (e pure un po’ brutalmente) il tema del cambiamento climatico e non dubito neppure delle migliori intenzioni dei tanti partecipanti alle manifestazioni di venerdi’.
Putroppo, tuttavia, il mio timore e’ che stiamo riponendo troppe speranze sull’evento sbagliato, come se quelle piazze potessero di per se’ sole cambiare veramente il trend globale.
Ripeto: sono un segnale interessante e che da’ qualche speranza, il segnale di una coscienza giovane che puo’ orientare il dibattito e le scelte negli anni a venire, potenzialmente. Ma ancora non sono nulla di piu’ di un potenziale.
D’altronde, che le piazze non siano di per se’ risolutive dovremmo averlo imparato con la “primavera araba” (e con decine di altri esempi, a partire dalle proteste in occasione dei vari G8 fino alle manifestazioni contro la guerra in Iraq).

E che siamo ben lontani dal comprendere l’esatta dimensione del problema che dobbiamo affrontare, lo si vede dalle pubblicazioni giornalistiche che per “salvare il pianeta” suggeriscono ancora micro-azioni come cambiare le lampadine con lampade a basso consumo, usare l’autobus o la bicicletta… etc etc etc. Tutte azioni utili a livello individuale, ma lontanissime dall’avere un impatto sulla reale mole della sfida che ci attende.

La dura verita’ e’ che se anche tutti i partecipanti domani decidessero di lasciare in garage la macchina per andare a lavoro e cambiare tutte le lampadine con altre a maggiore efficienza, ancora il problema sarebbe lontanissimo dall’essere risolto. Anzi.
La dura verita’ e’ che tutte queste azioni sono, individualmente e collettivamente, pressoche’ inutili.

Perche’ la dura verita’ e’ che siamo ben oltre questo tipo di micromanagement, siamo dinnanzi alla necessita’ -radicale- di ripensare un sistema economico alla base. Siamo al punto in cui dobbiamo ripensare totalmente il sistema produttivo mondiale e, con esso, la totalita’ dei nostri consumi. Pensiamo, tanto per fare un esempio, all’enorme produzione e consumo di cemento.
Siamo al punto, per dirla in pratica, in cui dobbiamo domandarci se davvero ci servano tre telefonini e, di conseguenza se siamo disposti a rinunciare a due di essi. O piu’, molto di piu’: i tre telefonini sono una minuscola punta dell’iceberg.
Purtroppo, temo tanti in quelle piazze non siano affatto pronti a simili riflessioni.
Perche’, diciamocelo, il nostro stile di vita ci piace.

Sopratutto, siamo al punto in cui queste decisioni devono essere prese ed imposte a gruppi di potere consolidati, industriali e politici, che non ne vogliono sapere di accettare una diminuzione del loro benessere e del loro potere. Siamo al punto in cui queste decisioni devono essere imposte a persone come Donald Trump, Dick Cheney prima di lui, ai gruppi petroliferi mondiali, alle monarchie del Golfo, a gruppi industriali e automobilistici….

Forse la sfida e’ immane e non ha neppure senso parlarne, forse. Ma se crediamo valga la pena, occorre che tutte le persone “di buona volonta’” che sono scese in piazza la smettano immediatamente di pensare a spegnere le luci di casa e comincino prima di ieri a ripensare i proprio consumi e, con esso, a pensare come organizzarsi politicamente per imporre simili scelte, vincolanti, a livello globale.
Perche’ e’ totalmente inutile vedere Juncker fare il baciamo a Greta Thunberg e non facciamo in modo che Juncker utilizzi tutto il suo peso politico per cambiare drasticamente l’approccio al problema del cambiamento climatico.

Provo una simpatia enorme per Greta e per tutti i giovani che si sono messi in moto, e capisco che non e’ possibile pensare di chiedere a una ragazzina di sedici anni di imporre decisioni politiche. A lei e ai suoi coetanei, no.
Ma a tutti coloro che hanno 18 anni, si’.

Nella storia recente, le piazze non hanno mai cambiato nulla. Non illudiamoci adesso che esse possano bastare, commetteremo lo stesso imperdonabile errore che abbiamo commesso troppe volte.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

11 thoughts on “Ma le piazze cambieranno qualcosa?

  1. non ho avuto molto tempo di commentare ultimamente ma qua la rifelssione è tosta e merita. condivido in pieno il discorso piazze: ultimamente non hanno cambiato pressoché nulla, salvo il fatto che se anche solo avessero cambiato la mentalità dei partecipanti sarebbe comunque una gran conquista. il piccolo cambiamento forse non influenzerà il globale, ma per me è comunque necessario: forse non vedrai la ricaduta immediata dell’usare bici e mezzi pubblici al posto dell’auto (che è ben altra cosa, comunque, rispetto alla lampadina), ma cercherei più di leggere questo cambiamento da un punto di vista culturale, per l’appunto di stili di vita: non si può mettere in discussione il globale se non partiamo dall’individuale. mi sembra avessimo già parlato di una campagna che ormai da anni ci appartiene e che abbiamo molto a cuore, quella dei bilanci di giustizia. lo “spostamento” in un direzione di maggiore eticità dei consumi da parte del singolo non fa testo; lo spostamento operato da 300-400 famiglie, ancorché poche, studiato da istituti di ricerca e università ha invece per me un grande valore culturale

    • Non nego il valore culturale dello spostamento nelle abitudini e pratiche di consumo di un gruppo consistente di famiglie. In fondo, cominciamo a vedere qualcosa del genere nel campo di alcuni prodotti alimentari (penso al mercato ‘Equo e solidale’.
      Tuttavia, temo restiamo ancora in una situazione di “nicchia”. Forse e’ un reflusso marxiano, ma dopo la cultura deve venire anche l’economia politica e per quella, 300-400 famiglie restano poco o nulla, specie in un sistema globalizzato di produzione e consumo.
      Da qualche parte leggevo che 20 navi supercargo produce tanta CO2 quanto tutte le auto Euro4 in circolazione nel mondo, e (secondo la stessa fonte) ce ne sono circa 600 attualmente in navigazione. E’ evidente che ciascuna di queste navi trasporta ben di piu’ del consumo di 300-400 famiglie, quindi fermarci a cambiare i consumi di queste, oggi come oggi, resta una goccia del mare che non sposta gli equilibri del problema….

      • però anche a me resta la domanda: e quindi? che facciamo, stiamo a guardare? ciò su cui ragiono è il fatto che solo un cambiamento culturale oggi si può tradurre in una diversa forma di approccio al problema domani. lottare contro i trump di oggi è una guerra persa in partenza. è fare cultura e formazione (e portare l’esempio in prima persona) perchè possano operare degli alex langer, dei danilo dolci, dei wolfgang sachs domani la grande sfida che abbiamo di fronte adesso (di cui lo scendere in piazza a manifestare è solo uno dei tanti strumenti)

        • Condivido la domanda. Purtroppo non altrettanto la risposta.
          La cultura ha tempi lunghi e, anche ammesso che oggi si possa cominciare ad insegnare “cambiamento climatico e ecologia spinta” sin dall’asilo, servirebbero anni e anni perche’ cio’ produca un cambiamento effettivo e radicale.
          Ben venga, sia chiaro.
          Ma secondo me, l’urgenza del problema impone misure drastiche e impositive da oggi.

          • Ah, beh, certo, l’una non esclude l’altra, anzi! Le misure urgenti sono indispensabili, necessarie alla sopravvivenza di un ecosistema, non mi fraintendere. La progettualità culturale a lungo termine avrebbe l’obiettivo di evitare di dover ricorrere, pianeta natural durante, a misure d’emergenza in continuo

  2. Da sempre, in ogni sciopero o manifestazione 1 su dieci è realmente consapevole del problema, 3 sono informati ‘per sommi capi’ e gli altri colgono l’occasione per una mattinata di sole (come qui a Roma). Concordo con te che le piazze non risolvono, e che spesso l’entusiasmo della gioventù sfuma di fronte al realismo dell’età adulta. La questione – ambiente è complicatissima e il problema più serio è la lentezza delle decisioni (se e quando vengono prese) di fonte alla velocità dei mutamenti. È evidente che poi c’è una frattura che impedisce alle richiesta dei protestanti di entrare nell’agenda politica, anche purtroppo a dircela tutta, rispetto a qualche migliaio di manifestanti, ci sono milioni di persone che non comprendono il problema e chi ne paga già oggi le conseguenze, ad esempio con i fenomeni climatici sempre più estremi, tende a non collegare, attribuendo tutto alla fatalità.

    • Il problema, a mio avviso, non e’ tanto la lentezza delle decisioni quanto il fatto che le decisioni sono sempre troppo blande. Se la decisione e’ bandire tout court le fonti fossili o ridurre del 300% i gas serra, posso anche accettare che servano due, tre, cinque anni… perche’ il loro impatto e’ tale da giustificare l’attesa.
      Ma se le misure che si prendono sono le solite risoluzioni quasi/semi/appena vincolanti di ridurre dell’1 o 2% i gas serra, siamo a zero.

  3. Me l’ero perso, e dico nì: nel senso, mi sembra che dire “dobbiamo rinunciare al nostro benessere”, per quanto corretto, sia ancora “dialetticamente” sbagliato, perché continua ad addossare la colpa del cambiamento climatico all’ampia massa di consumatori (in larga parte inconsapevoli) e non a chi li ha resi tali.

    • A dire il vero il mio esempio (i tre telefonini) andava ben aldila’ del “benessere” e voleva indicare quello che di fatto e’ uno spreco. Inoltre, nella sua dimensione di spreco, questo voleva indicare che la responsabilita’ principale dovrebbe ricadere su un gruppo di super-benestanti (diciamocelo: io e te, seppure non nell’1%, probabilmente rientriamo in quella categoria).

      Infine, aggiungevo che questa e’ “la punta dell’iceberg” nel “ripensare un sistema economico alla base” (peraltro la critica alle “micro azioni” individuali mi pareva ben esplicitata gia’ sopra). Perche’ l’altro lato della madeglia di questo “ripensare il sistema economico” (produttivo) e’ proprio l’incidenza sui consumi: se questi non sono (direttamente) la causa della tragedia climatica, lo sono almeno in parte indirettamente.
      I consumi di massa sono legati alla produzione di massa (forse come conseguenza, se non come causa) e ripensare la produzione di massa richiede anche rivedere i consumi di massa: probabilmente non e’ possibile immaginare di continuare a cambiare un automobile all’anno sulla base di un sistema produttivo “carbon neutral”.

      • Certo: segnalavo però che impostare così il discorso rischia di farci tornare al punto di partenza, con la responsabilità di “risolvere il problema” scaricata comunque sulle microazioni.

  4. Pingback: Post ambientalista | redpoz

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