Standing in the -Stans: Samarcand, finally (parte 6)

Samarcanda! E’ forse il nome carico di esotismo a rendere questa meta cosi’ carica di aspettative? O forse la pubblicita’ che gode nei cataloghi del turismo internazionale?
Arriviamo a Samarcanda la sera del 7 marzo, penultima tappa di questo viaggio nell’Asia Centrale, ma di fatto sembra sa gia’ sia l’ultima. Cosa potra’ offrirci l’Uzbekistan dopo Samarcanda? Samarcanda e’ il culmine dell’arte, della bellezza, dell’impero.

Lasciamo rapidamente le valigie in stanza e decidiamo di dirigerci subito verso piazza Registan, il cuore da cartolina di Samarcanda.
Contrariamente a Bukhara, ci rendiamo presto conto che Samarcanda e’ una citta’ di ben altra stazza: sebbene anche qui i monumenti principali siano relativamente concentrati in una distanza tutto sommato camminabile, a Samarcanda lo sviluppo recente (la citta’ conta circa 600.000 abitanti) ha dilatato le dimensioni e le distanze in modo significativo. In qualche modo, l’impressione e’ che un vero “centro” a Samarcanda non vi sia: ad un capo della grande avenue dove alloggiamo sorge piazza Registan, il mercato e altri monumenti, dall’altro invece si trovano i ristoranti, centri commerciali, l’universita’… quasi due poli opposti.

Fortunatamente, la distanza dalla leggendaria piazza non e’ eccessiva, cosi’ possiamo concederci la prima vista delle moschee con le loro immancabili maioliche azzurre all’imbrunire. Forse non la scelta migliore, perche’ l’oscurita’ che scende non rende onore alle raffinate decorazioni, infatti la mia memoria di una vista teoricamente tanto maestosa non ha un sapore particolare.
Continuiamo ancora un po’ lungo il viale, fino a deciderci a prendere un taxi verso il ristorante che ci ha consigliato l’albergo, dove ci concediamo un’altra cena a base di un delizioso agnello e vino uzbeko. Vino che, peraltro, sebbene non ai livelli di un pinot noir altoatesino si difende bene.
La classica cena uzbeka, apprendiamo, sarebbe accompagnata da musiche e balli tradizionali (un po’ come a Tashkent), ma preferiamo concentrarci sul cibo in una saletta piu’ tranquilla.

La mattina seguente comincia il tour vero e proprio.
Per prima visitiamo la tomba di Amir Temur (Tamerlano). Il complesso di Gur-e-Amir era in realta’ stato pensato da Amir Timur solo per divenire mausoleo del maestro del sovrano, ma dopo la morte di quest’ultimo non fu possibile completare il memoriale che egli aveva previsto per se’ stesso fuori citta’ e la moglie decise quindi di seppellirlo ai piedi del maestro. Nel mausoleo furono successivamente sepolti anche discendenti di Amir Timur, come il nipote l’astronomo Ulugh Beg.
Leggenda vuole che il 19 giugno 1941 su ordine di Stalin l’archeologo e antropologo sovietico Gerasimov abbia aperto la tomba di Amir Timur (cercando oro, si dice) sulla quale appariva incisa l’iscrizione “la guerra e’ sepolta qui” (Tamerlano, come Gengis Khan, era infatti soprattutto dedito ad espandere militarmente il suo impero). Tre giorni dopo, il 22 giugno 1941, comincio’ l’operazione Barbarossa. La leggenda vuole anche l’inflessibile leader sovietico, influenzato forse dal precedente, autorizzo’ il sorvolo di un aereo contenente copia del Corano e della Bibbia prima di una decisiva operazione militare fin li’ fallita (forse Leningrado?).

Artisticamente, due cose colpiscono del complesso di Gur-e-Amir: prima di tutto la complessa volta, esternamente decorata non solo con le consuete maioliche azzurre, ma altresi con un complesso sistema di scanalature (mai viste altrove). L’effetto e’ al contempo di una complessita’ e di un equilibrio sorprendenti.
Internamente, nel cuore del mausoleo, il livello delle decorazioni lascia semplicemente sbalorditi. Dopo Bukhara, ero francamente preoccupato che -nonostante la sua fama- Samarcanda non avrebbe potuto aggiungere molto nella nostra scoperta dell’arte uzbeka. Come mi sbagliavo. Ogni centimetro della sala e’ coperto con complesse decorazioni, in stili sempre differenti. Non sapessi che the best is yet to come, probabilmente non sarei mai uscito dalla sala.

Procediamo quindi verso l’iconica piazza Registan, con le tre madrase ad incorniciarne lo spazio. Qui confesso che tuttora, nonostante la raffinatezza delle costruzioni, la complessita’ delle decorazioni e la loro innegabile bellezza, fatico a trovare in me quella sensazione di ammirazione che avevo provato dinnanzi ad altri monumenti.
Forse tutto qui e’ semplicemente troppo.

Come avevo cominciato a domandarmi all’inizio di questo viaggio: fin quanto si puo’ stare ad osservare queste meraviglie? Di cose da ammirare ce ne sarebbero ancora tantissime, fra le tre madrase (quella di Ulugh Bek, di Cher Dor, e quella di Tilya Kori): si potrebbero osservare pressoche’ all’infinito i dettagli, le raffinate geometrie, l’evoluzione degli stili e le unicita’. Si potrebbe contemplare la madrasa di Cher Dor, ad esempio, l’altro unico monumento con raffigurazioni di esseri viventi: due splendide tigri arancioni che si stagliano fra le mattonelle blu scuro; si potrebbero fissare i dettagli delle colonne scanalate che paiono un’interminabile treccia a contorniare l’arco d’ingresso della madrasa di Tilya Kori; o il riaffacciarsi del giallo fra i colori delle maioliche, stavolta con tonalita’ piu’ intense, tendenti all’arancione; o l’apparizione di colori nuovi, il verde e il nero; oppure si potrebbe perdersi nell’inesauribile complessita’ delle geometrie che riempiono i soffitti delle volte, creando labirintiche sovrapposizioni di angoli, stelle, steli che paiono cadere a terra nei riflessi di luce (murqarnas o ancora piu’ complessi).
Si potrebbe fare tutto questo. Anzi, se si viene fin qua, si dovrebbe. E lo si fa. E gli occhi si perdono ancora e ancora. Fino a perdersi completamente e quasi perdere il gusto dell’ammirazione, dell’incanto, della meraviglia che queste meraviglie incarnano.

Ecco, questo accade a piazza Registan a Samarcanda. O, almeno, questo sento e’ accaduto a me.
E forse, ripensandoci settimane dopo, mi sento ancor di piu’ un uomo piccolo, un uomo bulimico che ha voluto afferrare troppo e invece non e’ riuscito a gustare l’essenza e la profondita’ di quello che gli veniva offerto. Tutto questo, specie pensando che potrebbe trattarsi di un viaggio irripetibile, oltreche’ tanto cercato. Un’occasione buttata, a Samarcanda?
E mi viene da ripensare, invece, al senso profondo, all’emozione che ho provato dinnanzi a qualcosa di apparantemente tanto semplice come Uluru, l’emozione che tuttora mi colpisce dentro quando ripenso a quelle luci prima dell’alba e al quel blocco che diviene sempre piu’ rosso e immenso. Che confronto insensato.
O magari la memoria tradisce, classifica e ordina gli stupori susseguenti, semplicemente mettendo piazza Registan un gradino piu’ in basso nell’ordine delle bellezze che l’Uzbekistan ci ha offerto. Immeritatamente, forse. O invece la memoria e’ piu’ veritiera della meraviglia momentanea?

Ma l’opulenza di Samarcanda si sapra’ far perdonare, ancora una volta, con le sue meraviglie.

Prosegiuamo oltre Piazza Registan, ma il post si e’ fatto gia’ troppo lungo. Il resto, un’altra volta.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “Standing in the -Stans: Samarcand, finally (parte 6)

  1. Pingback: Irresistibilmente Iran – Shiraz (parte 2) | redpoz

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