Dans le feu

Il coinquilino mi invita a giocare una partita a Go, sono piuttosto distratto e preferirei rifiutare… ma mi pare ingiusto, dopo che l’ho introdotto io a questo gioco.
Inizio a porre le pedine svogliatamente sul goban e intanto guardo le ultime notizie sul telefonino, quando d’un tratto vedo apparire sullo schermo la sagoma inconfondibile di Notre Dame circondata da un colore che non le appartiene: un rosso troppo vivo e troppo concentrato per essere semplicemente il tramonto.

Infatti, il titolo recita: Notre Dame in fiamme.

Per qualche minuto, il pensiero si illude credendo si tratti di una piccola fiamma, un principio d’incendio che puo’ essere rapidamente domanto, certo: lasciando danni, ma senza devastare la cattedrale.
Poi arriva la razionalita’: se la notizia e’ sui giornali, non e’ una fiammella da spegnere con gli estintori (perche’ ci sono gli estintori a Notre Dame, vero?). E, soprattutto, tutta la volta di quella chiesa e’ legno, vecchio di secoli: una fiammella non si fermera’ davanti a niente.

Sapete che non sono religioso. Non ho nemmeno un attaccamento profondo per Notre Dame. Eppure, il mio cuore cominciava a piangere.
Perche’, come ha scritto qualcuno su Facebook, “a che vale esser sazi se Notre Dame brucia?” Specie quando si legge che i pompieri di Parigi non sanno se potranno salvare alcunche’ della cattedrale.

Eppure, allo stesso tempo, altri pensieri si accavallano al primo.
Innanzitutto, quello che pretendo (forse in inglese: pretend) essere il mio materialismo marxista: e’ una chiesa che brucia. Meglio una chiesa che decine di persone, no? O sono cosi’ borghese?
Ma quella chiesa e’ -almeno un po’- anche per noi atei e’ un po’ di piu’ di un luogo di culto. E’ un pezzo di storia.
Un amico, francese, ripubblica sempre su Facebook queste parole: “l’unica chiesa che illumina, e’ quella che arde in fiamme“. E, generalmente, sarei abbastanza d’accordo con lui (magari non fino al punto di appiccare il fuoco ad una chiesa… ma a chiuderla o trasformarla in granaio, anche si’).
Ma non abbiamo forse provato tristezza, un senso di smarrimento, quando abbiamo letto dei Buddha di Bamyan abbattutti a colpi di mortaio? Non abbiamo sentito che qualcosa in noi veniva meno? O quando abbiamo letto di Palmyra, saccheggiata?
O forse quegli atti ci oltraggiavano tanto soprattutto perche’ erano intenzionali? Ma la differenza vale davvero?

Quando diciamo, eufemisticamente, che nessun uomo e’ un’isola dimentichiamo che questo pensiero non e’ solo sincronico, nel presente, ma anche diacronico: nessun uomo e’ solo, perche’ prima di lui ve ne sono stati altri. L’uomo non e’ solo perche’ si situa in una storia, umana per definizione. Nessuno, neache l’immenso Camus, e’ il primo uomo.

Inevitabilmente, ho pensato presto anche all’incendio che qualche decennio fa ha colpito il Teatro la Fenice a Venezia. Ma ero ancora troppo piccolo per sapere cosa ne pensassi. Posso rifugiarmi nel “non capivo”? Forse.
Poi il pensiero e’ tornato a Samarcanda, all’Uzbekistan: al ricostruire di nuovo edifici diroccati dal tempo. In fondo, il tempo e’ proprio questo: cambiamento, che include (forse non solo, ma soprattutto) decadimento, consunzione, distruzione. E rinnovamento, un rinnovarsi diversamente.
Forse, almeno per me, tanta sofferenza causata dal vedere Notre Dame in fiamme e’ data proprio dal tempo, dal pensiero che quelle fiamme stanno cancellando qualcosa che era li’ da secoli e secoli, che stanno eliminando dal futuro (dove tutti ci attendavamo ancora di trovarli) oggetti che appartengono al passato. Ma la permanenza e’ eccezione, non regola! Una mitizzazione, potremmo dire con Jesi.
In qualche modo, quelle fiamme hanno rotto l’illusione (ripeto: sopratutto occidentale e europea) di poter conservare ancora e ancora. Hanno riportato la storicita’ nelle nostre vite, hanno rotto una bolla nella quale credevamo di poter conservare Notre Dame vi hanno riportato l’idea stessa dello scorrere del tempo.
La storia e’ distruzione, e ricostruzione. Non conservazione, nella storia non esistono bolle. E quella dell’eterno presente e’ una balla (un mito, appunto).
E forse anche questa era una differenza con la Fenice: nell’assurdo ragionamento, quel teatro, costruito a fine 1700 rispetto al 1200 di Notre Dame, valeva meno tempo. Perche’, in fondo, questa bolla altro non e’ che una mitizzazione del tempo in se’ stesso.

Poi e’ seguito un momento -se cosi’ posso chiamarlo- metafisico: ho pensato alla speranza.
Stavo per rinunciare a seguire la diretta, mentre i pompieri di Parigi diramavano un comunicato dicendo che la prossima ora sarebbe stata cruciale per sapere cosa si sarebbe potuto salvare. E ho pensato a Benjamin di Angelus Novus (che poi e’ proprio l’angelo della storia): “solo per chi non ha piu’ speranza, ci e’ data la speranza“. Ma citare Benjamin per una chiesa? Buttare la speranza per Notre Dame?
In soccorso, ho dovuto ricorrere a Camus: “l’espoir, au contraire de ce qu’on croit, équivaut à la résignation. Et vivre, c’est ne pas se résigner” [“la speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere, non e’ rassegnarsi”]. Soprattutto col pensiero rabbioso che a me non restava altro che la rassegnazione: io non potevo essere li’ a vivere contro quelle fiamme (pur sapendo benissimo che, anche fossi stato sull’Ile de la Cite’ non avrei comunque potuto far nulla). Fossi stato religioso, forse avrei pregato (ma pregare per una chiesa, davvero???) e forse quelle preghiere sarebbero state il mio modo di reagire. Ma non avevo questa possibilita’: non m’era concesso altro che l’attesa.
Confesso che ho provato una certa vergogna in questi pensieri.

Ultima riflessione, forse ancora piu’ ardita delle precedenti: prima di cedere al mio nulla, ho letto che un pompiere e’ rimasto gravemente ferito nel cercare di contenere l’incendio. Ovviamente non spetta a me, ne’ comunque potrei, inferire le sue motivazioni (senso del dovere? dedizione? protezione verso altri uomini? religiosita’?…), ma una cosa mi ha colpito: in ogni grande tragedia che colpisce oggetti inanimati (ma puo’ una tragedia esser diretta verso oggetti?), v’e’ sempre una spinta dell’uomo al rischio e al sacrificio, al rischio fino ad un sacrificio che potrebbe apparire persino eccessivo, per salvare l’inanimanto. Praticamente ogni corso di soccorso ripete allo sfinimento di non mettere a rischio la vita dei soccorritori, specie per salvare dei beni materiali. Eppure questa regola viene cosi’ spesso disattesa.
Forse questa e’ solo prova di indottrinamento (di “sovrastruttura”, direbbe Marx; di “egemonia”, direbbe Gramsci). Forse e’ cupidigia. Forse e’ dissennatezza.
O, forse, e’ il segno che esiste, o almeno: che cerchiamo, qualcosa di piu’ grande di noi. Qualcosa che dia un senso alla nostra vita. Meglio: un gusto. Qualcosa che ci dica: la vita e’ migliore se posso guardare ancora Notre Dame (o Palmyra, o i Buddha di Bamyan…).
No, non sto parlando di dei o spiriti. Assolutamente. Almeno non per me. Per me, potrebbe essere la storia e la bellezza che essa incarna, la bellezza che ognuno di quegli oggetti inanimanti in realta’ racchiude in se’ le storie (il tempo!, la cura, la passione) che un uomo vi ha messo per crearli. Forse, in fondo, e’ il riconoscimento che siamo piccoli rispetto a qualcuno che e’ stato piu’ grande di noi, e’ l’ammissione della nostra ammirazione.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “Dans le feu

  1. Non lo so. Mi piange il cuore a pensare che qualcosa he non avevo mai visto mi è stato sottratto, ma da un lato il “buonsenso” marxista prevale: perché tanta attenzione a Notre Dame, e non ai palazzi divorati dalle fiamme degli incendi causati da impianti difettosi e povertà? D’altronde, l’antico di cui stiamo piangendo la scomparsa era, probabilmente, un antico “di risulta”, frutto di chissà quante sovrapposizioni (ci vogliono centinaia di anni, per costruire una chiesa così), spoliazioni, rifacimenti. Hai fatto bene, a citare Jesi: è giusto piangere Notre Dame, ma ricordiamo che gran parte di quel che abbiamo udito è mito tecnicizzato.

    • Questo ha gia’ piu’ senso delle mie boiate, in effetti: il desiderio di [vedere] qualcosa giustifica il rimpianto per la perdita.
      Quanto all’antichita’ “di risulta”: direi che si torna a quel che dicevo sopra, alla storicita’ che implica anche la spoliazione e riadattamento…

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