Standing in the -Stans: Samarcanda, tutto e’ perdonato (parte 8)

Non pensavo, quando ho cominciato questa serie, che avrei dedicato ben 3 parti a Samarcanda. Questo probabilmente non rende giustizia a Khiva e Bukhara (sopratutto Bukhara, per me che ne sono rimasto affascinato). Forse questo tradisce anche la fretta con cui ho liquidato i post su quelle citta’, che magari dovro’ rivedere.

Ma, come anticipavo nel primo post su Samarcanda, la capitale di Tamerlano sapra’ farsi perdonare per avermi in qualche modo deluso con la sua piazza Registan (sebbene non ne abbia colpa, a onor del vero).
L’ultimo giorno prima di rientrare a Tashkent ci restano sostanzialmente quattro cose da fare: gustare il celebre plov di Samarcanda, a detta di molti il migliore dell’Uzbekistan; visitare l’osservatorio di Ulugh Bek, la tomba del profeta Daniele e la necropoli di Shah-i-Zinda.
Cominciamo da quest’ultima.

Una delizia.

Shah-i-Zinda e’ forse, presa da sola, la cosa per me piu’ bella vista in Uzbekistan. Una necropoli costruita durante l’impero timuride (da Amir Timur/Tamerlano) per ospitare personalita’ illustri dell’impero, parenti del regnante e, cosa notevole, i loro servi e maestri (anch’essi in raffinati edifici maiolicati). Entrando a Shah-i-Zinda pare di tuffarsi in un mare di turchese e lapislazzuli: praticamente ogni singolo edificio e’ coperto, quasi interamente, da queste maioliche (gli unici punti non coperti sono di fatto quelli ove gli archeologi non sono stati in grado di determinare i motivi originali -ristrutturati- delle decorazioni). Tanto sono stretti fra loro i singoli mausolei contenuti nella necropoli che queste maioliche attorniano il visitatore da ogni lato.
Anche qui, come a piazza Registan, il sussegguirsi degli stili e delle epoche offre una varieta’ di decorazioni praticamente infinita, della quale e’ impossibile assorbire tutto. Ma, al contrario della piazza, qui e’ tutto concentrato in uno spazio ristretto, quasi ammucchiato, e ogni dettaglio delle decorazioni arriva direttamente sotto gli occhi del visitatore, che non deve fare altro che fermare lo sguardo per un’istante per coglierne e apprezzarne i dettagli, senza doverli cercare lungo le vaste pareti delle madrase.
Certo, anche qui il sussegguirsi delle decorazioni pare non aver fine e porta il visitatore a perdersi fra i motivi e i colori, frustrato pur ben sapendo di non poter assorbire tutto. Ma per qualche ragione, qui la sensazione è differente. Forse e’ stata proprio l’imponenza a rendere la vista di piazza Registan cosi’ difficile da gustare fino in fondo. O forse la sorpresa, la mancanza di aspettative ha lasciato intatto il gusto per la meraviglia (ma in realtà aspettative ne avevo, avendo visto la foto in copertina sul nostro piano di viaggio…).

Tutto e’ perdonato. Shah-i-Zinda mi ha riappacificato con l’idea, o forse il sogno, che avevo di Samarcanda.

Col senno di poi, vi avrei dovuto passare piu’ tempo. Ma, forse, anche questo e’ stato l’errore che non mi ha fatto apprezzare fino in fondo piazza Registan: insistere nel cercare di godersela ancora di piu’, di catturare ancora un dettaglio, ancora qualcosa.

Lasciamo quindi Shah-i-Zinda, lasciamo che la sua memoria prenda il sopravvento sulla meraviglia del momento. Lasciamola in quello spazio dei sogni che ricreiamo dentro di noi e andiamo oltre, verso l’osservatorio di Ulugh Bek.

Contrariamente al nonno Amir Timur, Ulugh Bek preferi’ dedicarsi alla scienza e all’educazione piuttosto che alle campagne militari. In particolare, divenne un astronomo eccezionale, conosciuto gia’ all’epoca fino in occidente assieme a Keplero e Galileo.
Purtroppo dell’osservatorio originario resta solo una minima parte, ma assieme alla visita al piccolo museo, basta a darci un’idea della raffinatezza e complessita’ dei calcoli che questi scienziati erano in grado di elaborare con strumenti rudimentali, ma efficacissimi: un semplice specchio montato su un carrello per scorrere lungo binari su un arco di 90 gradi a seguire l’inclinazione del sole (praticamente un enorme sestante) ha consentito a Ulugh Bek di identificare centinaia di stelle.

Da qui procediamo verso la tomba del profeta Daniele (Khonja Doniyor). Non mi e’ chiaro se Tamerlano abbia deciso di trasferire qui il corpo di Daniele, come ci dice wikipedia, o se si sia limitato a portare a Samarcanda la terra che lo circondava (in quanto spostare il corpo sarebbe stato sacrilego). E, a dire il vero, la cosa non suscita troppo interesse. Per quanto interessante come luogo santo per tre religioni (islam, cristianesimo, ebraismo), il mausoleo non cattura la mia fascinazione e preferiamo goderci la vista da quel che resta della cittadella di Samarcanda.
Piu’ interessante farci raccontare lungo la strada che porta al mausoleo delle grotte scavate nella collina alla base della cittadella ed il loro uso nei secoli.

Concludiamo quindi l’ultima giornata a Samarcanda con un plov, un piatto di riso tipo un pilau indiano con uvetta, carote, agnello e spezie. Delizioso. I nostri accompagnatori uzbeki non lo considerano il migliore, ma noi ci possiamo accontetare e goderci il piatto…. la portata e’ enorme e dispiace moltissimo lasciarne nel piatto, ma finirlo e’ impossibile.
Il plov resta forse la cosa migliore assaggiata in Uzbekistan, un piatto che sarei felice di mangiare nuovamente, ancora e ancora.

Avremmo a disposizione guida e autista ancora per qualche ora, prima di prendere il treno che ci riportera’ a Tashkent. Ma l’autista deve guidare ancora almeno quattro ore per tornare anche lui alla capitale e preferiamo lasciarlo andare, ringraziandolo ancora una volta per il suo supporto. La guida, gentilissima, insiste per stare con noi ancora un paio d’ore almeno, ore che trascorriamo in un caffe’ del centro, prima di accompagnarci alla stazione e assicurarsi che prendiamo il nostro treno. Le mance non sono dovute, ne attese, ma purtroppo il vile denaro è l’unico modo che troviamo per esprime la nostra gratitudine ad entrambi per la solo cortesia e supporto.

L’ultima ora a Samarcanda trascorre, un po’ tristemente, nella stazione in sovietica (la cui architettura e’ comunque gradevole da osservare). Forse avremmo potuto passeggiare in centro ancora un po’,  cercare di succhiare ancora qualcosa dal midollo di Samarcanda e della sua bellezza, ma probabilmente siamo sopraffatti dalla stanchezza e la fine del viaggio comincia a farsi sentire. Desistiamo.
Tutto considerato, questi treni veloci rappresentano un’ottima opzione per spostarsi fra le citta’ uzbeke e, sebbene un temporale ci colga appena il treno entra a Samarcanda e il cielo all’imbrunire oscura il paesaggio, riusciamo a goderci qualche scorcio della campagna uzbeka. In circa 3 ore il treno ci riporta quindi a Tashkent, dove l’agente di viaggi che ha organizzato tutto ci viene a prendere per accompagnarci in albergo.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “Standing in the -Stans: Samarcanda, tutto e’ perdonato (parte 8)

  1. Lessi, tempo fa, un articolo che parlava del fatto che ritenere impossibile che popoli “primitivi” non possano aver scoperto tante cose sulle stelle senza l’aiuto degli alieni rivelava due cose: uno, un profondo razzismo; due, che non ci si è mai fermati a guardare il cielo e non si sa quante cose si possono scoprire coi propri occhi ed alcuni semplicissimi strumenti…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: