Irresistibilmente Iran – profondo nord, profondo sud (parte 3)

Per il secondo giorno a Shiraz ho in programma due visite che reputavo imperdibili: Persepoli e Pasargarde. Ma la mia minima (zero) preparazione per questo viaggio mi ha portato a scoprire solo il giorno prima della partenza il lago colorato poco fuori citta’: inizialmente, dopo questa scoperta, non avevo pensato di includerlo fra le mie visite, ma la vista dall’aereo mi ha fatto cambiare idea.
La cosa complichera’ non poco la vita all’agenzia turistica e alla guida che mi accompagnera’ in questa visita: il lago, infatti, si trova ad una ventina di kilometri a sud di Shiraz, mentre Persepoli e (soprattutto) Pasargarde) sono a nord, lungo la strada che porta a Isfahan.

Questa complicazione e’ dovuta anche al fatto che, oltre all’imminente fine del ramadan (eid) e conseguente festivita’ nazionale, nei prossimi giorni in Iran si celebrera’ anche l’anniversario della morte dell’Imam Khomeini – altra festa nazionale in occasione della quale molti monumenti saranno chiusi. Cosi’, il mio desiderio di aggiungere tappe al viaggio si scontra con il restringersi del tempo disponibile per visitarle: inizialmente era previsto che avrei dovuto passare un giorno in piu’ a Shiraz e visitare Persepoli durante il trasferimento in taxi verso Isfahan.
In ogni caso, l’agenzia si e’ dimostrata sempre estremamente flessibile e disponibile.

La guida arriva di prima mattina in albergo, mangio qualcosa al volo e alle 8:00 siamo gia’ per strada. Poco fuori Shiraz ci troviamo bloccati nel traffico causato da improvvisi (??) lavori di riasfaltatura e comincio a temere che il piano di riuscire a fare tutto in un giorno fallira’ miseramente.
Per fortuna ce la caviamo abbastanza rapidamente e usciamo dal traffico cittadino mentre alla mia sinistra noto per la prima volta una grande base militare che osservero’ meglio al ritorno.

Dopo circa un’ora di strada arriviamo a Persepoli, o Takht-e Jamshid com’e’ chiamata in persiano. Pur trattandosi di rovine, la vista e’ maestosa: la citta’ sorge sopraelevata di circa 12 metri rispetto al piano campagna e la prima vista che si ha e’ quella di un muro di massi che stacca completamente rispetto alla campagna, per addossarsi alle montagne alle sue spalle.
Ma una volta salite le prime scalinate cerimoniali, la vista e’ ancora piu’ impressionante, con colonnati di circa 20 metri d’altezza che costituiscono la prima sala d’aspetto. Poco oltre, la porta con gli immancabili leoni alati, anche questi alti parecchi metri e imponenti dinnanzi a noi. Segue quello che doveva essere un lungo corridoio, un’ala del palazzo e infine l’ascesa verso la sala del trono.
Occorre sempre un po’ di immaginazione, quando si visitano queste rovine, per rendersi almeno in parte conto di cosa dovevano essere all’apice dello splendore. Occorre immaginarsi tutte le decorazioni sui muri dipinte, i bassorilievi lucenti e colorati. Ma, sopratutto (ed e’ la cosa piu’ difficile), occorre immaginare che un tempo tutto questo spazio ora aperto alla vista nel quale svettano isolate colonne era una stanza chiusa sui quattro lati e sormontata da travi che sostenevano il tetto a decine di metri d’altezza. Si trattava, insomma, di vere e proprie stanze racchiuse fra enormi massi coperti di bassorilievi. L’impressione doveva essere imponente.
Non a caso, leggenda (o storia) vuole che quando Alessandro Magno sacchegio’ Persepoli e la rase al suolo, l’incendio scatenato prosegui’ per circa tre mesi.

Purtroppo la mia richiesta di andare anche al lago a sud costringe a contingentare i tempi e devo rinunciare all’idea di incamminarmi verso le tombe scavate nella montagna dietro la citta’, cosi’ come alla possibilita’ di passeggiare ancora per un momento fra le rovine. Ma va bene cosi’, sto gia’ tirando troppo la corda e devo accettare che non sempre si puo’ aver tutto quel che si vuole (ah ah).

Prossima tappa: le tombe di Naqsh-e Rostam, a pochi minuti di strada dalla citta’. Ero un po’ scettico rispetto all’idea di visitare una necropoli, pensando (chissa’ perche’) che non potesse avere nulla di particolare da offrire.
Ovviamente mi sbagliavo.
Pur nella loro relativa semplicitia’, le quattro tombe scavate lungo il fianco della montagna sono maestose, forse impressionanti quanto Persepoli – se non altro perche’ (al confronto) piu’ intatte e richiedono meno sforzo dell’immaginazione: ad alcune decine di metri d’altezza, incavati nella roccia si scorgono prima bassorilievi che rappresentano episodi significativi delle vite dei sovrani, poco sopra colonnati e ancora piu’ in alto altre decorazioni. Se lo scopo era di far sentire piccoli i visitatori, costretti a fissare le tombe con lo sguardo all’insu’, questo e’ sicuramente riuscito.

Il tempo e’ ancora tiranno e procediamo dunque verso il paesino di Saadat Shahr, dove ci fermeremo per pranzo presso una famiglia locale.
Entriamo in quello che dovrebbe essere una specie di bed & breakfast (almeno mi pare di ricordare che fosse annunciato cosi’), ma in pratica si presenta assai di piu’ come una comune casa. L’atmosfera e’ gradevolmente familiare, con la padrona di casa che ci fa accomodare nel cortile adombrato, vicino all’immancabile piccola fontana, e ci offre un abbondante pranzo tradizionale. La mia guida si intrattiene con le ospiti e, sebbene non comprenda alcunche’ di quello che si dicono, la sensazione di ospitalita’ e’ gradevolissima. Forse per l’ambiente, forse per cortesia delle ospiti, ma davvero pare di essere a pranzo in una famiglia qualsiasi.
Ci trattendiamo circa un’ora e mezza, in tutta tranquillita’, unico momento di semi-imbarazzo quando al momento di partire mi sincero del conto: della cosa pare non curarsi nessuno – forse per via dell’estrema ospitalita’ iraniana o del taroof?-  e non fosse stato per il mio scrupolo, avrei rischiato una figura davvero meschina. Purtroppo mi confondo con gli importi: da qualche anno, l’Iran ha (in)formalmente adottato una nuova moneta, il toman, pari a 10 rial (valuta risalente al tempo dello scia’). Ma le banconote sono ancora tutte in rial e quando dicono un importo, non si capisce mai a quale valuta si riferiscano. Ovviamente sbaglio banconota, credendo invece di lasciare un notevole mancia. Chiarito rapidamente l’inghippo, ci ridiamo sopra, saldo il tutto e ripartiamo.

Infine, via verso Pasargarde. Questa si rivela forse la parte peggiore della giornata: per quanto l’immaginazione dell’immenso giardino fiorito consenta di comprendere abbastanza perche’ secondo gli iraniani la parola “paradiso” derivi proprio da questa antica citta’, i resti difficilmente giustificano la visita – specie dopo esser stati a Persepoli (forse invertire l’ordine delle visite?). Al di la’ della tomba di Ciro il grande, dell’antica citta’ imperiale non resta granche’: poche rovine sparse a grande distanza l’une dalle altre, difficilmente restituiscono la bellezza e la vastita’ dei palazzi.
Pasargarde, purtroppo, mi e’ parsa quasi una truffa del turismo “da grandi nomi”.

Durante il viaggio di ritorno verso Shiraz posso osservare meglio la base militare che avevo notato all’andata. Innanzitutto, non e’ una base dell’esercito, bensi’ dei guardiani della rivoluzione. In secondo luogo, davanti alle due basi (si’, sono due, a poca distanza l’una dall’altra) si trova la riproduzione di un gommone. Il che mi richiama alla memoria l’incidente navale che alcuni anni fa aveva coinvolto alcuni soldati americani proprio al largo dell’Iran, con loro conseguente arresto e (fortunatamente) rapido rilascio. In questo, l’immagine dell’Iran sempre pronto alla propaganda anti-americana si conferma abbastanza vera (per quanto riferita esclusivamente ai pasdaran, non certo all’intera popolazione). Sicuramente una vista interessante, che non potro’ ovviamente immortalare.
Per quanto ho conosciuto gli iraniani in questi pochi giorni, non immagino certo che i militari americani siano stati accolti con cesti di frutta, ma non credo neppure siano stati soggetti a chissa’ quali indicibili torture (caveat: ovviamente non lo so, e trattandosi di pasdaran, potenzialmente indottrinati, non posso neppure escluderlo).

Ri-attraversiamo Shiraz per dirigerci stavolta verso sud. Tre cose mi colpiscono in particolare:
– i poster con Cristiano Ronaldo, alla faccia dell’isolamento, della globalizzazione e dell’operazione calcistico-commerciale realizzata dalla Juventus;
– gli onnipresenti ritratti dei “martiri” caduti durante la guerra fra Iran e Iraq degli anni ’80 (e forse anche di conflitti successivi – tipo in Siria);
– i frequenti poster col numero “113”: inizialmente credevo fossero per la celebrazione di chissa’ quale anniversario, ma la guida mi spieghera’ che e’ il numero di alcune forze di polizia / intelligence “per denunciare spie o delatori”. Curisosamente, questi poster li vedro’ di frequente a Shiraz, una sola volta verso IKIA, ma curiosamente mai a Isfahan o altre citta’.

 
video non mio

Arriviamo infine al lago, il Maharloo lake, poco fuori Shiraz: dall’autostrada che corre lungo le montagne si aprono spiragli di rosa. Il paesaggio che ci appare davanti e’ un trittico di colori con l’azzurro del cielo, il marrone arido delle montagne e il rosa del lago che si alternano a sprazzi.
L’autista accosta lungo la riva e scendiamo, ora oltre al rosa riusciamo a distinguere anche il bianco del sale sulle rive. Camminando proprio sul sale solidificato in superficie, riusciamo ad addentrarci un po’ verso il centro del lago. Lo spettacolo e’ quasi indescrivibile: minuscoli insetti rossi (artemisia shrimp, mi dice la guida) una volta morti colorano l’acqua di rosa. Praticamente tutto intorno a noi vediamo dunque questa superficie rosa, dinnanzi una striscia marrone irregolare disegnata dai monti che circondano il lago e sopra il cielo azzuro quasi senza nuvole. Solo di rado due nuvole sparse si riflettono dall’azzuro al rosa, creando immagini quasi magiche.

Mi tratterrei ancora a lungo, ma la guida ha guidato tutto il giorno e la sua giornata probabilmente non e’ ancora finita. Raccolgo quindi il mio desiderio di restare ancora (per vedere il tramonto: sara’ per il prossimo viaggio in Iran, mi dico).
Ritorniamo infine a Shiraz, ringrazio di cuore la guida che parte prima che abbia il tempo neanche di offrirle una piccola mancia.
Rientro in albergo, ma mi fermo solo un momento: domattina presto devo prendere l’autobus per Isfahan e voglio comprare un po’ di frutta da mangiare durante le sei ore di viaggio. L’impresa si rivela abbastanza ardua, perche’ mi perdo nel Vakil bazar senza trovare esattamente negozi di frutta. In effetti, a parte alcuni centri commerciali, di supermercati in Iran proprio non ne ho visti: solo piccoli chioschi che vendono prodotti vari, ma quasi mai freschi (tipo frutta o verdura). Non mi resta che comprare dunque alcune pesche da una bancarella, in verita’ l’unica che ho visto.
In compenso noto due cose interessanti: negozi di biancheria femminile e un ragazzo con un tatuaggio di Che Guevara sul braccio. Splendido, questo. Avrei voluto fermarlo e chiedergli di quel tatuaggio, ma vedo che sta lavorando e forse l’argomento e’ un po’ troppo sensibile per una conversazione per strada.
Senza voler fare il voyeur, trovo invece interessante constatare dei negozi di biancheria, presenti e visibili praticamente a chiunque, in quanto (come per il breast-feeding in aeroporto) immagine piu’ semplice ed evidente di un Iran che va ben aldila’ della rappresentazione ultra-conservatrice che spesso se ne da’ (non tanto per la loro esistenza in se’, cosa abbastanza banale e scontata, quanto per il fatto che non siano in alcun modo nascosti alla vista).

Ripasso un’ultima volta a godermi le magiche vetrate di Shah-e Cheragh, rientro in albergo per cenare e lavorare un po’ (ci hanno invitato a parlare ad una conferenza al mio ritorno e devo concordare il tema dell’intervento) e mi butto a dormire.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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