Post-ambientalista

Cara Greta,
innanzitutto, lasciami dire quanto ti sia grato per aver, almeno per un po’, doverosamente e prepotentemente portato il tema dell’ambiente al centro del dibattito pubblico
. Nutro qualche sincera perplessita’ sul reale impatto che questo movimento potra’ avere (e anche da questo e’ motivata questa mia lettera). Essendo una persona intelligente, certo comprenderai tu stessa che il dibattito deve essere trasportato su un altro livello, ben oltre rispetto alla sola riduzione dei consumi (e.g. non prendere voli non necessari) – se, per inciso, cosi’ non fosse, ti prego di smetterla sin d’ora con questo ambientalismo inutile: distoglierebbe solo l’attenzione dai problemi piu’ profondi.
Ma tutto questo e’ solo premessa.

Veniamo allora al nucleo del problema.
Trovo enormemente corrette le tue parole sul fatto che la generazione dei “decisionmakers” non debba sforzarsi di rassicurarci, quanto condividere le nostre paure.
Tuttavia, e qui sta la grande differenza fra noi che mi spinge a scriverti, se ben comprendo le tue parole, mi pare esse siano dirette come un invito ad agire per salvare l’umanita’, per consentire alla tua generazione (e a quelle successive) di vivere una vita serena e accettabile su questa (non nostra) terra.
Ecco, questo – personalmente – non lo condivido. Non piu’, perlomeno.
Gia’ qualche tempo fa (ben prima che la tua protesta prendesse piede, a dire il vero) alla domanda se volessi figli rispondevo, forse un po’ sarcasticamente, che si’: mi piacerebbe tantissimo un giorno avere un figlio cui insegnare ad amare Camus, a rispettare le donne, a placcare a rugby, a cucinare e a gustare un buon vino… o una figlia cui insegnare ad essere forte e dolce al tempo stesso, ad apprezzare un uomo che le apra la porta ma molto di piu’ un uomo che lavi il pavimento, a giocare a go e a fare equitazione. Mi piacerebbe tantissimo, e forse e’ una delle cose piu’ belle che si possa sperimentare nella vita. Ma non lo faro’, perche’ non posso prendermi la responsabilita’ di condannare qualcuno a vivere in un mondo in cui i cambiamenti climatici imporrebbero una vita tremenda. Non penso solo ad una vita in cui Venezia potrebbe affondare o gli orsi polari scomparire. Penso ad una vita in cui acquazzoni, trombe d’aria, periodi di siccita’ sarebbero all’ordine del giorno, ma imprevedibili.
E, ancor peggio, penso ad un mondo in cui i rimedi contro tutte queste situazioni sarebbero garantiti solo ad una fetta strettissima della popolazione: una manciata di ricchi, ricchissimi, o super ricchi – gli unici in grado di permettersi contro-misure ad ogni costo. Una fascia di popolazione alla quale non potrei garantire a questi miei figli di appartenere, esponendoli dunque a tutto il tragico rischio di questi cambiamenti, possibilmente anche a sofferenze terribili.
E’ egoismo, vero, ma e’ anche un grande senso di responsabilita’.

La seconda considerazione che mi spinge a questa riflessione e’ constatare l’inutilita’ delle campagne contro il cambiamento climatico. Tu, Greta, non lo sai, ma io appena un paio di settimane fa sono stato in Iran. Un paese bellissimo, davvero, ma un paese nel quale si accendono impianti di condizionamento lasciando le porte spalancate (oh, magari funziona: proviamo tutti a bloccare il surriscaldamento globale a forza di condizionatori!). La stessa cosa la fa il mio coinquilino egiziano, oppure gli ucraini d’inverno: riscaldamento ad oltre 25C e finestre aperte.
Ma questo non cambia il sistema!, dirai. Certo, hai ragione. Ma basta come esempio ad indicarci quanto in ritardo siamo nell’affrontare il problema.
Forse ben piu’ che i dati sulle plastiche negli oceani, sull’impatto devastante del cemento, o sull’assorbimento di CO2 da parte degli oceani. Forse sono piu’efficaci perche’ ci ricordano l’impatto delle azioni di ciascuno di noi. Anche se ovviamente quelle azioni individuali hanno un impatto incommensurabile rispetto al sistema complessivo.

La terza ed ultima considerazione e’ risvegliata dalla recente serie televisiva su Chernobyl, nella quale si vede la natura “riprendere il sopravvento” e riuscire in qualche modo a progredire con un suo equilibrio.
Anche questo non e’ nulla di nuovo, ma e’ importante ricordarlo: la terra, gli alberi, gli animali, potranno benissimo sopravvivere senza l’uomo. Anzi: sopravviveranno molto meglio. Il sistema terra e’ sempre stato un sistema in equilibrio evolutivo, in un costante ma lentissimo cambiamento che solo noi uomini abbiamo scombussolato con le nostre accelerazioni.
L’umanita’ e’ solo un ingranaggio relativamente piccolo in questo sistema complesso. Un ingranaggio che ha preso il sopravvento e un impatto spropositato, ma pur sempre solo una parte del sistema. Una parte della quale il resto potrebbe verosimilmente fare a meno, come ci dimostra Chernobyl (ma anche i deserti o le profondita’ degli abissi).
Senza di noi, quindi, la terra ha qualche chances. Con noi uomini ancora in giro a fare danni, probabilmente no.

Allora, cara Greta, ecco perche’ dissento da te e dai tuoi compagni ambientalisti, che pure stimo e ammiro con tutto il cuore: voi volete salvare l’uomo nella terra. Io penso che per l’uomo non ci sia piu’ speranza, per la terra forse si’.
Quindi, dico io: inquinate a volonta’! Forse saremo l’ultima generazione a poterlo fare: l’ultima generazione a depositare plastica in cima all’Everest, l’ultima a viaggiare su jet privati intorno a globo, l’ultima a produrre plastica. (Nella migliore/peggiore delle ipotesi potrebbero esservene ancora una o due, sebbene in condizioni assai piu’ estreme).
Après nous le déluge!
Ed e’ bene cosi’! La terra e’ prossima al punto di rottura, se non l’abbiamo gia’ sorpassato. Tornare indietro e’ impossibile. Allora, abbracciamo la catastrofe! Godiamoci questo mondo per quel che (ci) resta.
Dopodiche’ saranno tsnunami, siccita’, carestie e – finalmente – la scomparsa dell’umanita’. La fine di questo pessimo esperimento chiamato antropocene. E’ evidente che come uomini non abbiamo fatto un buon lavoro, quindi che diritto abbiamo di avanzare pretese di sopravvivenza?
Ma la terra restera’ dopo di noi. Lentamente tornera’ a vivere, trovera’ un suo equilibrio (post-apocalittico, forse).

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

14 thoughts on “Post-ambientalista

  1. rispondo un po’ al volo, in quetso periodo tempo dedicato al blog molto poco (siamo in pieno lavori di casa), tant’è che sono indietro anche con la lettura dei tuoi post sull’iran (che ho lasciato per momenti migliori), sorry. come sai, però, questo argomento mi tocca parecchio. lasciamo perdere il fenomeno thunberg, già discusso e non mi sembra sia il punto. solo, fatico a vedere il collegamento tra le tue premesse e la tua conclusione. c’è qualcosa che mi sfugge, non capisco se domini l’ironia o il non voler cercare le risposte nelle alternative proposte. personalmente, però, non concordo con le premesse, statisticamente, biologicamente, umanamente. tutte e tre, di base, potrei dirti supportate dalle stessa motivazione, ovvero: l’evoluzione delle specie non segue traiettorie lineari. vale per l’uomo, vale per il resto della natura. la bellezza o non della vita di futuri nascituri non dipenderà dal clima più di quanto non dipenderà dalle variabili individuali. c’è, d’altro canto, un motivo non necessariamente legato al clima per sostenere il senso di una campagna come quella per il pianeta (o per l’umanità, su questo concordo che la differenza non sia banale): è una ragione anche e sopratutto umana, di collettivizzazione del problema, lo stesso per cui ritengo vaido e sostengo la logica del “da ciascuno secondo quanto può, a ciascuno quel che necessita”. ecco, il “quanto può” include anche il rispetto dell’ambiente in cui vive. sulla conclusione, ripeto, ho davvero difficoltà a capire se si tratti di una reductio ad absurdum o non.

    • Intanto piacere di leggerti, attendo sempre un tuo nuovo post!
      Il riferimento a Thumberg in effetti e’ superfluo, pero’ il post era stato concepito come lettera aperta e ho deciso di mantenere quella forma.

      Sul contenuto in se’: diciamo che e’ semiserio. C’e’ dell’ironia, ma sto anche maturando l’idea che in fondo sia la soluzione “migliore”.
      Un po’ come “il banchiere anarchico” di Pessoa, il quale arriva alla conclusione per cui il modo migliore per realizzare l’anarchia (= la liberta’ di tutti) si farlo individualmente, quindi pensando ad arricchirsi lui solo, cosi’ intanto almeno uno sara’ liberato.
      Cio’, per inciso, non significa che da domani comincero’ a inquinare a piu’ non posso: continuero’ a fare quel che posso per difendere la terra (stavo per votare i Verdi alle ultime elezioni… prima di scoprire che avevano candidato anche dei fascisti). Semplicemente, per quel che mi riguarda,credo la risposta stia evolvendo sempre piu’ verso una soluzione individualistica, che limita una prospettiva inter-generazionale-familiare.

      Capisco in parte l’osservazione sui futuri nascituri, ma occorre ricollegare questa riflessione a quella (solo abozzata, lo riconosco) sulle disuguaglianze economiche (che, converrai, sono “variabili individuali” ma tanto sistemiche quanto quelle del cambiamento climatico, e altrettanto difficili da modificare).
      La prospettiva in cui stiamo andando, mi pare, e’ quella in cui il figlio -chesso’- di CR7 o Neymar si potranno permettere di vivere al riparo da qualsiasi problema legato ai cambiamenti climatici, mentre (tralasciamo casi troppo lontani da noi) i nostri figli dovranno subirne molte conseguenze. Veramente, se avessi prole credo non vi dormirei la notte.
      (peraltro, sul CR7, a quando un post che anziche’ lodarne la “mancia” da 20.000 E non dice che e’ uno scandalo?)

      Se collettivizzare il problema fosse possibile (mi piace molto quel ” ‘quanto può’ include anche il rispetto dell’ambiente in cui vive”), forse una soluzione (che includa salvare l’umanita’) potrebbe essere raggiunta, ma tu vedi questo orizzonte? Personalmente, io no. Siamo troppo entro logiche eogistico-edonistico-liberiste per tornare a quel punto (e in questo Thumberg potrebbe aiutare, forse).
      Vedi questo:
      https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/10/billionaires-climate-change-michael-bloomberg

      Mi farebbe piacere se volessi approfondire e chiarire le ragioni (statistiche, biologiche, umane) delle tue perplessita’ riguardo le premesse, che non sono sicuro di aver compreso appieno.

        • partito il commento, scusa. il messaggio di base era questo: l’evoluzione risponde ai cambiamenti climatici in maniera non necessariamente lineare/consequenziale, ma sulla base dell’adattamento specie-specifico. in questo sicuramente non si può inoltre non tenere conto della fisica e della biologia delle “masse” (vedi le cifre sui migranti climatici che sono state pubblicizzate a gran voce negli scorsi giorni), laddove la relazione tra tendenza generale e comportamento indivduale è regolato da fini meccanismi per cui non è escluso che piccole variazioni (leggi: in conportamenti individuali) non possano avere grosse ripercussioni collettive. io credo che la grossa differenza sia determinata dalla chiave di lettura: un biologo evoluzionista non necessariamente giungerà alle stesse conclusioni di un economista

          • Non sono ancora del tutto sicuro di aver compreso, intendi dire che non possiamo prevedere le conseguenze del cambiamento climatico sull’umanita’? Ovvero che potremmo (noi uomini) adattarci e in qualche modo sopravvivere.
            O intendi dire che non possiamo prevedere esattamente l’impatto delle nostre azioni nel cercare di arrestare il cambiamento climatico?

            Nel primo caso, sono relativamente d’accordo con te. Ma cio’ non toglie che ci stiamo tendenzialmente dirigendo verso l’estinzione collettiva. Oh, magari poi ci salviamo e diventiamo anfibi… per carita’, possibile. Ma la tendenza mi pare quella.
            E, al netto di questa tendenza, mi pare anche che la terra se la passerebbe assai meglio senza di noi.

    • Aggiungo questo alla mia risposta:
      https://www.theguardian.com/environment/2019/jun/25/climate-apartheid-united-nations-expert-says-human-rights-may-not-survive-crisis

      Indica esattamente dove potremmo essere diretti e quanto grave sia la situazione: fino ad ora pensiamo alle persone che vivono nei paesi poveri, ai “migranti climatici” dall’Africa o dal Sud-Est Asia, ma ben presto il problema potrebbe coinvolgere anche i nostri paesi. E, alle presenti condizioni, quanti di noi sarebbero in grado di affrontarli (individualmente)?

  2. Hai sollevato un punto che avevo sempre considerato solo parzialmente: e cioè, che esiste un egoismo assai sfacciato nell’ambientalismo. Un egoismo che è ancor più evidente quando si considera che una buona parte di esso vuole temperare un sistema, e non cambiarlo.

    P.S.: mi chiedo poi se Greta si sposti dalla Svezia ai posti in cui va a presentare i suoi libri in bicicletta…

    • A quanto riportano i giornali, si sposta in treno… per andare negli USA pare stia pensando ad una barca.

      Quanto all’egoismo: chiamiamolo pure cosi’. Ma se e’ tale, allora perche’ spendere tanta fatica per indirizzarlo verso l’ambientalismo? Per supposte generazioni future, per le quali ci preoccupiamo… ma non abbastanza!
      Ma allora e’ ben piu’ facile fregarsene, lasciarsi andare alla distruzione e decadenza da “fine impero” e poi in qualche modo la terra andra’ avanti… estremo egoismo come estremo altruismo?

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