Radiocorsa

20 Maggio 2019 – salendo le scale a chiocciola dell’albergo nella parte asiatica di Instabul dove mi trovo per lavoro, una fitta all’esterno del ginocchio mi blocca per un’istante.
Nei giorni successivi continuero’ ad ignorare quella fitta e quel dolore che si ripresenta, seppure inusuale, pensando sia solo un incidente passeggero. Poche e brevi corse prima delle vacanze.

Giugno 2019 – Il viaggio in Iran ha sospeso le mie consuete corse ma appena tornato in Ucraina provo a riprendere. Il dolore al ginocchio e’ sempre li’, e io sono sempre preso ad ignorarlo.
Chi ci e’ passato continua a ripetermi: “attento col ginocchio, lascialo in pace per un paio di mesi… o rischi sul serio“. Fosse mai.
La nuova epidemiologa e’ arrivata al progetto e ha lanciato la pazza idea: maratona di Kyiv, 6 ottobre.
Idea troppo pazza per lasciarla andare… ci penso e ci ripenso: non ho il fiato, la gamba, l’allenamento per farla. Eppoi da quando sono tornato dall’Uzbekistan corro troppo veloce, che ammazza la mia resistenza. Ma la tentazione e’ tanta.

Luglio 2019 – Comincio qualche allenamento piu’ lungo, 10, 12 kilometri. 15. Ogni settimana aumento un po’. “I’m back“, penso. E cerco un piano di allenamento sulle 8 settimane.
Si puo’ fare, se continua cosi’ si puo’ fare.
Ma la fitta al ginocchio resta li’, costante ad ogni corsa.
Fai la mezza“, mi dicono. Non esiste sulla faccia della terra: preferirei morire tentanto i 42 km che sopravvivere con “l’infamia” di aver fatto “solo” i 21. Per chi non mi conosce, spiegarlo e’ impossibile.
Alla fine cedo: fisso una visita medica con un traumatologo / medico dello sport per capire quale possa essere il problema.
A fine luglio vado alla visita, gli spiego che il ginocchio destro ha il crociato rotto, ma quello sinistro (dove ora duole) non mi ha mai dato problemi, anche se negli anni scorsi ho corso molto di piu’. Rapida ecografia, un paio di test motori e arriva la sentenza: “ginocchio del corridore“, ovvero sindrome della bandelletta ileotibiale.
Secondo il medico, puo’ essere conseguenza della postura errata che tengo per compensare i problemi all’altro ginocchio.
Ora occorre trovare una soluzione. Per prima cosa, qualche settimana di stop. Tanto stretching specifico. Poi, scarpe nuove. E ancora: evitare di correre in discesa, quindi da ora solo tapis roulant in palestra (nulla di peggio che correre 10km sul tapis roulant).

Agosto 2019 – Prima settimana di stop. La voglia di correre e’ tanta… compensare con camminate non e’ la stessa cosa. A volte accenno qualche metro di corsa solo per il bisogno di farlo.
Seconda settimana di stop, si resiste.
Terza settimana di stop. Siamo quasi alla fine, a breve si riparte. Quindi compriamo scarpe nuove, piu’ adeguate.
Ricomincio quasi da zero. Ormai l’idea di fare la maratona e’ bella che passata e non resta che provare la mezza.
5km in palestra. E’ un po’ di cyclette, perche’ “tutto fa brodo” nel cercare disperatamente di aumentare la resistenza.
10km, sempre in palestra. Piano piano torniamo a lavorarci. Fin qui tutto bene.

Settembre 2019 – Inizio le uscite in strada. Devo abituarmi ai saliscendi e allungare la distanza. Tutto programmato per arrivare ai 20km una settimana prima della gara.
12,8km. Tutto ok, corsa quasi solo in piano.
16km. Primo test sulla salita finale del tracciato, quella che so gia’ sara’ la piu’ difficile. Ancora tutto ok. Verso la fine devo fermarmi un paio di volte a prender fiato, ma sono in linea.
Nel frattempo, palestra e ripetute.
Mi rendo conto di aver sbagliato in conti… ho una settimana in piu’ di quanto pensassassi per la preparazione! Allora l’idea: balzo ai 20km, poi un ultimo 15.
Domenica 22 settembre, il cielo e’ coperto. Esco per i 20km. Attraverso Kyiv, scendo verso il quartiere di Podil su una stradina ripida al 10% almeno. Corro lungo il Dnipro e attraverso il ponte pedonale. Agli 11 sono immerso nel sudore mentre lancio le falcate fra il bosco, ancora tutto bene. Inizio il ritorno: 13, 14, tutto bene. 15: sono tornato alla discesa che avevo fatto all’andata – la salita del 10% ora mi uccide le gambe e devo fermarmi un paio di volte. In cima riparto ancora una volta. 17, ok. 18, ok. 19, male. 20, malissimo. Ai 19,7 sono morto. Mi fermo ancora una volta, un respiro profondo e mi lancio per gli ultimi 300 metri. Il ginocchio da’ fastidio. Non dolore, ma fastidio.
Forse la discesa ripida non e’ stata una buona idea.
Vorrei fare ancora un 15km, ma preferisco non rischiare. Fermo ancora due settimane, solo delle brevi corsette in palestra ed esercizi per il ginocchio. Forse non una buona idea.
29 settembre, torno dal medico per fare un controllo all’ultimo. Questo mi spaventa pronosticando seri problemi se continuo e faccio la gara. Propone “magneto-terapia e terapia a ultrasuoni“, praticamente voodoo, quindi passo.

Ottobre 2019 – Palestra, solo palestra. Sessioni in cyclette che mi annoiano alla morte. Il fastidio e’ sempre presente. Tanto stretching e tanto ghiaccio ogni sera. E’ possibile esagerare con lo stretching? Se lo e’, ci sto andando vicino.

4 Ottobre – 2km di corsa in strada, ultimo test prima della gara per vedere con che maglie sia meglio correre, provare se la fascia per il ginocchio sia utile o meno e sentire le gambe.
Rinuncio alla fascia: mi stringe troppo e, se anche aiuta il ginocchio, trasferisce il dolore direttamente al polpaccio. Gambe pesantissime, a dire il vero. Forse ho esagerato con la cyclette questa settimana in palestra. Ma ormai non c’e’ piu’ nulla da fare.
Pasta, pasta e ancora pasta.

6 Ottobre – Sveglia, colazione a base di banane (scorta di potassio), stretching e mi avvio verso il luogo della partenza. Le strade son chiuse, quindi decido di camminare una mezz’ora con tanta calma. Arrivo alla partenza alle 8:30, largo anticipo ma vogliamo supportare i colleghi che fanno la maratona e partono prima.
La tensione ricorda i giorni degli esami, il desiderio di controllare ogni aspetto della preparazione e la consapevolezza di controllare assai meno di quanto si vorrebbe (come andare ad un esame pronti al 65%, penso). Che vestiti? Che stretching? La mia prima gara e non ho alcuna esperienza.
Il freddo si sente: sono appena 8 gradi, niente sole e un po’ di vento che ne fa sentire meno, forse 5. Decido di mettere le maglie pesanti, non voglio assolutamente rischiare di farmi sorprendere dal freddo. Piuttosto sudo.
9:45, ci posizioniamo ai blocchi di partenza. Ora so di essere vestito troppo, ma non ci si puo’ far piu’ nulla.
Due colleghi partiranno prima, cercheranno di farla in 1:30. Io e A, un collega indiano dal progetto, siamo piu’ indietro. Decidiamo di partire assieme per almeno i primi kilometri.

Via.

Con A. ci facciamo strada fra la calca iniziale, appena finiscono le transenne per il pubblico saltiamo sul marciapiede per evitare di correre sul pave’. Il tragitto comincia con una leggerissima salita, poi discesa, risalita e lunga discesa. Al primo km siamo sui 5:30. “Rallenta”, mi dice A. Ma la discesa continua: al secondo km sono 5:24, la massa di corridori attorno ci trascina e sappiamo di dover rallentare. Corriamo e commentiamo sugli strani look di altri corridori in mezzo a noi.
Fino ai 3km sono in piano, percorriamo il Kreshchatyk, la via centrale di Kyiv fino a Piazza Maidan, da li’ giriamo verso il parlamento. Mi volto verso A e propongo scherzando: “giriamoci qui, prendiamo la scorciatoia e vinciamo la gara?“. Ma non apprezza l’idea.

Prima salita, cerco di controllare il passo e aspettare A. Di nuovo discesa, un gruppo di ragazzi suona qualche pezzo rock sotto la statua di Lobanowski. Lo spirito e’ ottimo. Entriamo nel parco sottostante il parlamento, ancora una breve salita. I primi 5km sono ormai passati.

Siamo in mezzo al parco, qui non c’e’ piu’ pubblico, si apre un po’ di sole e la vista immersa nel verde e’ davvero gradevole. Alla salita A. si e’ leggermente staccato. Forzo il mio passo per aspettarlo, ma nonostante il tentativo non mi raggiunge mai. Ai 6km A. e’ ormai dietro. Attenderlo e’ praticamente inutile: dovrei forzare troppo la mia o la sua andatura per restare attaccati. Ormai sono solo. Metto la musica.

Sbuchiamo dal parco nel quartiere di Pechersk, passiamo dinnanzi alla Lavra (monastero) e giu’ verso il monumento alla Madrepatria, un enorme (e orribile) statua di donna in titanio che sorregge spada e scudo. Le passiamo alle spalle. Al 7km comincia la lunga discesa di circa due kilometri verso il fiume Dnipro. La tentazione di lasciarsi andare e rubare qualche secondo in discesa e’ tanta.
Ma comincio a sentire il ginocchio che tira, quindi cerco di frenare il passo. 5:41, 5:38. Al km 9 incrociamo i maratoneti che ri-attraversano il ponte sul Dnipro. Loro ne hanno gia’ 20 sulle gambe e altri 20 da fare.

Corriamo lungo il fiume, in uno stradone esposto al vento che arriva a folate e fa venire i brividi. Sono gia’ sudato e cerco di proteggermi il viso come posso. La strada non e’ piu’ scenica come i primi kilometri nel centro e fra il parco, anzi. Ora ci sono macchine che ci corrono poco lontano, sull’altro lato della carreggiata. Per lunghi tratti qui non c’e’ piu’ pubblico.

Fra il 10, 11 e 12km sento parecchio il ginocchio, dá fastidio e non so come reagiro’ da qui innanzi. Ma penso anche che ho ancora fiato e che le gambe tutto sommato stanno ancora reggendo. Penso che potrei lasciarmi andare e accellerare un po’, ma mi sforzo di prendere qualcuno a riferimento e tenere un passo regolare, senza spingere troppo. 57:45 ai 10km, molto bene. Molto bene. Non facciamoci prendere dall’entusiasmo pero’. Il peggio deve ancora arrivare, per le gambe e per il tracciato.
Il mio cronometro e’ soprendententemente regolare in questa frazione: 5:51, 5:51, 5:51, 5:50.

Prima del 14esimo i maratoneti ci salutano, loro salgono sul ponte pedonale e andranno attraverso il parco per poi ricongiungersi poco dopo.
Poco prima del 15km ci sono alcuni colleghi ad aspettarci e fare il tifo. Gli avevo detto di prepararmi una lattina di birra, ma nessuno ha mantenuto la promessa. “Dov’e’ la mia birra?” gli urlo. Peccato.

I maratoneti ci raggiungono poco oltre. Ora hanno passato i 30km, la fase piu’ critica per loro. Eppure quelli che ci incrociano ora sono i primi, quelli che corrono per vincere. Si infilano fra noi con un passo incredibile.
Do’ il cinque a alcuni bambini che allungano le mani a bordo strada, piu’ per loro che per me, ma che incredibile spinta arriva dal pubblico, quasi commovente. Senza queste persone a bordo strada, non sarebbe stato possibile finirla. 5:13, non so come ma ho spinto tantissimo. 1:26:24 ai 15km: c’e’ margine, c’e’ speranza.

Al 16esimo giriamo lungo Nyzhnii Val street, la strada principale del quartiere storico di Podil. Un dannato falsopiano di quasi 2km. La stanchezza ora mi prende sul serio. Mi colpisce prima le gambe, poi la testa. O forse solo la testa. Ad un punto di ristoro offrono gel energetici, non ne ho mai usati ma ne prendo uno. Mi impiastra la bocca e mi lascia la sgradevole sensazione di secchezza, nonostante beva anche dell’acqua. Qualcuno a bordo strada offre anche bicchieri di Coca Cola, evito. Ma continuo a spingere. 5:55, 5:49. Al km 17 finisce il Val, giriamo verso destra per un kilometro in piano. Ora mi sento meglio, sento di averne ancora un po’ da spendere, cerco ancora di controllare il passo per arrivare alla salita. 5:57.

So esattamente cosa mi aspetta fra 1500 metri, quell’ultima maledetta salita. Saranno 200 metri, ma sono maledettamente ripidi. Calcolo in un flash le mie opzioni: farla correndo e fermarmi a prendere fiato in cima, o camminarla. Se mi fermo, non so come potro’ ripartire. E non so quanto mi servira’. Il tempo e’ troppo buono per fermarsi. Potrei anche farla di corsa, ma non so come risponderanno le gambe.
Decido di camminare un centinaio di metri, sul tratto piu’ ripido. 6:50.

Arrivo in cima, non so come mi spingo a ricominciare a correre: le gambe sono due blocchi di legno, non le avevo sentite cosi’ dure mentre lanciavo ancora le falcate. Ma sto correndo di nuovo.
Ora siamo al 19esimo. La strada torna in piano. Altro momento di piccolo crollo psicologico, la stanchezza si sente tutta. Mi arriva il tempo negli auricolari: 1:54:qualcosa. Rapido calcolo mentale: 2 km in circa 10 minuti? Non e’ possibile. Importa qualcosa? Ancora una falcata. 5:47.
Dopo poche centinaia di metri riconosco la strada. Ora ad ogni passo so esattamente quanto mi sto avvicinando al traguardo. Potrei spingere di piu’? Non lo so. Non lo so piu’. La mia mente ora non c’e’ piu’, sono le gambe a guidare, a tirarmi avanti. Mi sembra quasi di trascianarmi stancamente. Inerzia.
Ma ogni metro ora mi chiama verso il traguardo. Cerco di spingere il mio passo. Nuovo tempo negli auricolari: 1:56:qualcosa. Non capisco piu’ nulla, spingo le gambe: ancora una falcata. 5:48.

V., un collega che l’ha appena finita in un’ora e mezza mi accoglie urlando alla penultima curva. Il suo urlo mi spinge un metro oltre. Gli altri colleghi sono un centinaio di metri piu’ avanti, li sento che urlano. Accellero. “Al diavolo” penso “sprintala“. Sprint.
Supero in maniera azzardata un paio di corridori davanti a me mentre butto tutto quello che ho ancora in corpo nelle ultime falcate. Passo sotto l’arco. Pochi passi e devo fermarmi a prendere fiato. Blocco il cronometro sul telefono. Segna 2:05 per 21,5 kilometri. Sto per piangere, ma forse sono troppo disidratato per riuscirci. Ricevo una medaglia finisher, avanzo fra la calca e prendo una fetta d’arancia. Deliziosa. “Buon tempo” mi dice un volontario mentre mi passa dell’acqua.

Prima di partire mi chiedevano il mio obiettivo personale per questa corsa. “Prima di tutto, finirla“, rispondevo. Ma e’ sempre stata una mezza menzogna: sono troppo competitivo per “accontentarmi” di finirla. Sotto le 2:05 era l’obiettivo realistico. Sotto 2:10 quello “accettabile”.
All’arrivo ho letto sul cronometro finale qualcosa come 2:17, visto che sono partito 7 minuti dopo i primi, non credo di avercela fatta. Non ci penso.
Gli organizzatori mandano il tempo in realtime con un SMS, ma non voglio guardare il telefono. La soddisfazione di averla finita ora e’ troppa, non voglio rovinarmela.
Butto i vestiti sudati nello zaino e indosso qualcosa di pulito. Esco dalla calca e infine prendo il telefono in mano.
2:04:54

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