Humanitarians: andar per fields

The field“. Forse nessun’altra espressione nel jargon umanitario è tanto diffusa, tanto vaga nel contenuto, ed oggi tanto dibattuta.
Vado in visita al field” dice uno, “Buon field“, risponde l’altro. Andar per campi.
Personalmente, sto cercando di smettere.

Strawberry fields forever.
Ma cos’è veramente il “field“, cos’è questo fantomatico “campo” in cui andare? E ci si va forse a raccogliere margherite? E quello che si raccoglie nel “field”, si mangia?
Forse sì, ma solo in senso figurativo. Almeno per noi operatori umanitari – per i beneficiari, forse la metafora tracima nella realtà più di quanto piacerebbe immaginare.
Per qualcuno all’ufficio di Londra, Parigi, Ginevra o New York il “field” è Kinshasa, Abuja. Per qualcuno a Kinshasa, il “field” è Goma (che pure è una città di un milione e mezzo di abitanti, con ristoranti internazionali e parecchi comfort). Per qualcuno a Goma, il “field” è Bunia, capitale della provincia dell’Ituri. Per qualcuno a Bunia, il “field” è la base nel distretto di Boga. Per qualcuno alla base di Boga, il “field” sono le decine di paesi senza nome a noi riportato (o, meglio: il cui nome non ci prendiamo troppo la briga di ricordare, è il field, baby) in cui i team medici si recano quotidianamente.
Il “field” è sempre un altrove, un qualche altro posto lontanto. Sempre più distante dalla comodità, sempre più vicino ai rischi e ai “beneficiari” dell’azione umanitaria (altro termine sul quale dovremmo aprire una riflessione?).

Il termine, dicono, deriva dalla tradizione accademica, specialmente antropologica / entografica, abituate a fare ricerca “sul campo”.
Field of study. Field of dreams.

Il “field” è la bottiglia di birra calda perché il frigo è rotto. E’ la connessione internet a volte schifosa, a volte spaziale. E’ le strade sterrate che diventano impraticabili con le pioggie.
Il “field” è quel tempo e spazio prima di un ritorno a “casa”. La “casa” con tutte le sue comodità. Ma che senso hanno queste distinzioni in un’epoca in cui tanti colleghi vengono da posti non poi così dissimili dal “field”?

Come ben conclude l’autrice dell’articolo citato all’inizio, alla fine il “field” è niente altro che: “the linguistic expression of othering still found in the aid world, to replace a term that renders the majority of the world nameless, with a name” – un modo per rimpiazzare con un termine che rende senza nome dei luoghi che invece un nome ce l’hanno.
Il “field” è il nome (ancora) politicamente corretto del cuore di tenebra, è l’etichetta di tutti gli spazi senza nome. È quel nostro residuo di colonialismo.

Come disse anni fa una persona intelligente: “you’re not entering a field, you’re entering somebody’s reality” – entri nella realtà di qualcuno, nel suo quotidiano. Entri nella vita di una persona.
Il “field” è passare da un posto in cui puoi avere accesso ad un bar elegante, ad una spa, ad uno in cui ti devi fare la doccia perennemente fredda. E’ passare da un posto in cui ti puoi fare la doccia fredda ad uno in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa. E’ passare da un posto in cui ti tiri secchiate d’acqua in testa al non lavarsi per giorni. Anche questo è il “field”. Anche questa è la realtà di qualcuno in cui ci si immerge.
Allora, prima di cercare di modificarle, diamo un nome, diamo una forma a queste realtà. Forse è il primo passo per cercare di capirle, per dargli un senso.

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Humanitarians: andar per fields

  1. Mi viene in mente il concetto di “non luogo”, ed anche che per far esistere qualcosa, c’è bisogno chr tu gli dia un nome. Concetto molto filosofico.

  2. A me non può non tornare in mente Paulo Freire, che dell’immergersi nella realtà altrui aveva fatto uno dei punti cardine della sua pedagogia. Dall’alfabetizzazione degli adulti, in cui è necessario prima raccogliere le parole più usate nella vita quotidiana degli allievi per utilizzarle sia nel processo didattico che nella problematizzazione, per imparare a leggere e a scrivere non solo in modo meccanico, bensì critico; all’incontro con le realtà altre, diverse, con cui imbastire un rapporto dialettico, di dialogo concreto per capirsi a vicenda, e costruire insieme una conoscenza, anziché restare impermeabili nella propria sfera di conforto e magari ritenere la propria cultura sempre e comunque superiore. La chiave è capire che entriamo nella realtà di qualcuno, la influenziamo e al tempo stesso ne siamo influenzati, modificando la nostra.

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